FalceMartello n° 165 * 4-04-2003
L’esercito Usa
impantanato in Iraq
La campagna militare
americana in Iraq sta incontrando seri problemi. Dopo 10 giorni di guerra è del
tutto chiaro che la strategia americana contiene seri errori di previsione sia sul
terreno militare che su quello
politico.
È bene ricordare che
all’inizio delle ostilità Bush e i suoi generali contavano su un rapido crollo
militare e politico del regime iracheno. La strategia adottata era quella del
colpo rapido e distruttore portato da una forza relativamente ridotta, mobile,
dotata di un supporto aereo e tecnologico senza precedenti. Più una “spedizione
punitiva” che una campagna militare su vasta scala.
Il piano è fallito per un
evidente, gigantesco errore di valutazione politica, prima ancora che militare:
si prevedeva la resa in massa dell’esercito iracheno, e invece non solo
l’esercito, ma anche la popolazione è determinata a resistere ferocemente
all’aggressione.
Nel 1991 l’esercito
iracheno combatteva in Kuwait, fuori dai propri confini, schierato nelle
trincee del deserto. Trentotto giorni di spietati bombardamenti aerei lo
polverizzarono, e in sole 100 ore la campagna di terra si concluse con il
crollo militare.
Oggi la situazione è
completamente diversa. Gli iracheni hanno giustamente rinunciato a difendere i
confini e a combattere una battaglia disperata in campo aperto, nel deserto.
Difendono Baghdad, ma anche altre città: Bassora, Nassiriya, Najaf, hanno visto
combattimenti ostinati. Combattono una guerra difensiva sul proprio territorio,
in mezzo a una popolazione che a stragrande maggioranza li sostiene; di fatto,
combattono una guerra di liberazione nazionale. E questo spiega la resistenza
“dura”, “feroce”, “ferma” (questi gli aggettivi usati sui media angloamericani)
che stanno opponendo.
Una “seconda
Beirut”?
Ora gli Usa si trovano in
una situazione imprevista. Dopo il grande balzo verso Baghdad le loro truppe di
punta sono logorate, così come il materiale bellico. Devono difendere linee di
rifornimento lunghe 500 chilometri, soggette ad attacchi di sorpresa e
imboscate condotte con la classica tattica “mordi e fuggi” che da sempre è lo
strumento che le guerriglie adottano contro un nemico militarmente
soverchiante. Hanno numerose spine nel fianco che devono rimuovere se vogliono
tentare un assalto verso Baghdad. E soprattutto non hanno le truppe sufficienti
per un controllo capillare del territorio in mezzo a una popolazione largamente
ostile.
Il problema di Baghdad
rimane insoluto. In queste condizioni è impensabile un rapido ingresso in una
città di 5 milioni di abitanti, fortemente difesa, come già sta dimostrando
l’esempio di Bassora (dove pure le truppe irachene sono meno presenti). Baghdad
sarà quindi circondata, presumibilmente entro una decina di giorni. Ma il problema
sarà solo all’inizio. Specialisti militari francesi che hanno preferito
mantenere l’anonimato, hanno così commentato la situazione: “Siamo ben lontani dalle guerre tecnologiche
degli ultimi conflitti. Ora c’è un vero problema con i duri combattimenti sul
terreno e dopo solo una settimana le truppe Usa e britanniche sono stanche,
come lo è il loro equipaggiamento. Il sistema iracheno ha tenuto e il
presidente Saddam Hussein si è persino rafforzato. Dovranno entrare a Baghdad,
e questa può diventare una seconda Beirut” (the Gulf Today, 29 marzo).
Il riferimento a Beirut è
molto pertinente. Nel 1982 gli israeliani invasero rapidamente il Libano, ma
rimasero poi per tre mesi alle porte di Beirut, che cannoneggiarono atrocemente
senza però potervi entrare a causa dei rischi eccessivi del combattimento casa
per casa.
Anche a Bassora, che pure
è molto meno difesa di Baghdad, al di là della propaganda inglese, è chiaro che
non sarà facile entrare nella città. I sette giornalisti italiani arrestati
dagli iracheni hanno attraversato la città e hanno descritto una situazione di
sostanziale normalità, con persino i vigili urbani per le strade. Il colonnello
Chris Vernon, portavoce militare inglese, si è espresso in questi termini: “Militarmente Bassora è bloccata, non
possono muovere truppe dentro e fuori la città. È probabilmente vero che la
resistenza degli irregolari, il loro numero e la loro determinazione possono
avere sorpassato le nostre stime iniziali”.
La Bbc ama ripetere che le
truppe inglesi potranno applicare a Bassora le “lezioni” imparate in anni di
occupazione dell’Irlanda del nord. Che sia un caso o meno, queste opinioni
vengono pubblicate proprio mentre in Inghilterra il capo di Scotland Yard ha
concluso un’inchiesta durata 15 anni con la richiesta di incriminare 23
ufficiali dell’esercito o della polizia per aver condotto una politica di
assassini mirati di attivisti sospetti di legami con l’Ira, in collusione con
le bande paramilitari lealiste. Uno di questi 23 ufficiali è attualmente in
servizio nel Golfo.
Si sbriciolano le menzogne
della propaganda sulla “liberazione” dell’Iraq, e la guerra appare per quello
che è e sarà: una feroce campagna di occupazione militare. Questo, unito
all’evidente errore di previsione degli strateghi americani, avrà effetti sul
morale delle truppe angloamericane. Ecco alcuni pareri riportati dalla Reuters:
“‘Qui i rapporti di forza sono contro di
noi, non conosciamo il terreno, non conosciamo la gente, non sappiamo cosa
preparino per noi’ dice il caporale Sanchez, il risentimento dipinto sul suo
volto di ventunenne.”
Il morale delle
truppe Usa…
“Come molti dei suoi
compagni, Sanchez si aspettava una sorta di ‘corsa su Baghdad’ che giungesse
senza incontrare opposizione fino alla capitale in mezzo a una massiccia campagna
di bombardamenti che avrebbe spezzato la determinazione irachena. (…) ‘Questa
doveva essere la più rapida delle guerre’, dice il caporale Dennis Coats,
vent’anni. ‘Non ci aspettavamo di essere attaccati così presto, non ci
aspettavamo tutta questa attività terroristica’. La tenente Jessica Newman,
della 535esima compagnia del genio, ha detto: ‘Spero che i piani alti abbiano
tutto chiaro. Pensavo che sarebbe durato pochi giorni, ma sembra che durerà
molto più a lungo’”.
Non è certo un caso
l’episodio avvenuto al terzo giorno di guerra, quando un soldato della 101esima
divisione Usa di stanza in Kuwait ha gettato una granata in un accantonamento
uccidendo due commilitoni e ferendone diversi altri. È un chiaro esempio di
come una guerra ingiusta e non condivisa possa rompere il morale di qualsiasi
esercito. Certo non siamo alla situazione del Vietnam, quando l’esercito Usa si
sbriciolava letteralmente in mano agli ufficiali. E tuttavia che qualcosa non
va per il verso giusto comincia a essere chiaro, al punto che il Pentagono ha
deciso di proibire ai soldati in linea di contattare i propri familiari con i
telefoni satellitari.
Gli Usa reagiranno a
questo primo parziale stallo con un inasprimento della campagna militare. I
bombardamenti (che non sono mai stati né chirurgici, né mirati) saranno ancora
più indiscriminati, come dimostra l’attacco al ministero delle
telecomunicazioni, che ha danneggiato parzialmente anche le strutture dei
corrispondenti esteri. Stanno usando le cluster bombs (bombe a grappolo), stanno
impiegando bombe devastanti da oltre 2mila chili. Quartieri popolari e
infrastrutture civili, tutto diventa “obiettivo militare legittimo”.
Gli assedi si faranno
spietati, come dimostra il taglio dei rifornimenti idrici a Bassora e la
cacciata dei civili da Nassiriya. Sono sempre più distinte le voci, sia civili
che militari, che chiedono una svolta nella campagna militare e una serie di
bombardamenti a tappeto che aprano la strada alle truppe di terra. Un
editoriale del Wall Street Journal è piuttosto esplicito al riguardo: “La
cultura araba disprezza sopra ogni cosa la debolezza nell’avversario. Gli
iracheni ora saranno impressionati se vedranno che gli Usa conducono la guerra
con tutti i mezzi necessari a prevalere. Se dei civili muoiono perché vengono
messi davanti a degli obiettivi militari, la responsabilità morale per i danni
che subiscono ricadrà su chi li ha posti in quella posizione. Anche se a breve
termine dovremmo affrontare qualche brutta immagine in Tv, a lungo termine
questa determinazione americana salverà vite sia irachene che americane”. Ecco
la vera voce dell’aristocrazia finanziaria americana!
… e quello iracheno
Gli iracheni hanno
dimostrato la loro determinazione a combattere. Questo emerge non solo dalla violenza
della difesa, ma anche dall’atteggiamento di molti civili. Tutti si aspettavano
l’esodo in massa, il governo siriano ha approntato dei campi profughi vicino al
confine. Ma i campi sono vuoti, e il flusso non è in uscita, ma in entrata, di
iracheni e di volontari di altri paesi che vogliono partecipare alla difesa del
paese. I massacri di civili sotto le bombe hanno ulteriormente alimentato il
risentimento verso gli Usa. I trenta milioni di volantini lanciati dagli
americani (più numerosi dell’intera popolazione irachena) non devono sembrare
molto convincenti a chi subisce la pioggia di bombe. Nei primi giorni la
propaganda “alleata” parlava di intere divisioni irachene che si preparavano ad
arrendersi.
Nulla di tutto questo si è
materializzato. 4mila prigionieri (cioè catturati sul campo) e qualche gruppo
di disertori costituiscono una cifra ben poco significativa se paragonati alla
resa in massa del 1991, quando l’esercito effettivamente crollò di fronte
all’attacco. Anche la tanto attesa rivolta degli sciiti nel sud non si è
materializzata.
Il fronte nord:
ulteriori complicazioni
Altri 120mila soldati
verranno inviati nel Golfo. Ma questo richiederà tempo per lo schieramento. Nel
frattempo, le complicazioni si accumulano sempre più.
Il fronte nord era la
grande speranza degli Usa. 62mila soldati avrebbero dovuto attaccare attraverso
la Turchia, sostenuti da decine di migliaia di miliziani curdi. Invece non solo
la Turchia ha rifiutato il passaggio alle truppe americane, ma si appresta ora
a intervenire nel conflitto per schiacciare i curdi e prendere il controllo del
petrolio di Kirkuk. I partiti curdi iracheni, il Puk e il Pdk, si sono
completamente venduti agli Usa. Nel farlo, abbracciano una linea che è insieme
reazionaria e del tutto stupida e di corte vedute. I curdi iracheni non
combatteranno per Baghdad, che non interessa loro minimamente, ma per
conquistare Kirkuk, risorsa economica fondamentale.
Ma l’esercito turco, che
ha dimostrato in questi mesi come il suo potere politico sia ancora enorme, non
è disposto a tollerare uno Stato Curdo ai propri confini, che riaprirebbe il
conflitto nel Kurdistan turco. Quindi se i curdi entreranno a Kirkuk,
l’esercito turco interverrà a sua volta, scatenando un conflitto parallelo alla
guerra in Iraq. La presenza americana nell’Iraq settentrionale, quindi, non è
volta a costruire una nuova offensiva verso Baghdad, ma a tentare di interporsi
e di scongiurare questa possibilità. Che vi riescano è tutt’altro che sicuro.
L’intervento turco non è
la sola complicazione internazionale. La Siria, nonostante le smentite
ufficiali, sta presumibilmente rifornendo l’Iraq di armi, compresi, si dice, i
visori notturni. Attraverso la Siria c’è un flusso di volontari di diversi
paesi (siriani, giordani, palestinesi, libanesi) e di iracheni che lungi dal
fuggire la guerra vogliono rientrare nel paese per partecipare alla sua difesa.
L’Iran, nemico storico
dell’Iraq, ha oggi una posizione di formale neutralità. Tuttavia in Iran
c’erano da anni diverse migliaia di fuoriusciti iracheni sciiti, sostenuti e
armati dal governo iraniano, che tenteranno di rientrare nel paese per
combattere contro gli Usa. La Russia, a sua volta, è stata accusata di aver
venduto armi tecnologiche all’Iraq, probabilmente attraverso “triangolazioni” commerciali
con paesi terzi.
Il quadro che emerge
quindi è di una completa destabilizzazione. Anche nel caso, che ora appare
molto più improbabile, che gli Usa riescano ad entrare a Baghdad e a porre fine
al conflitto “ufficiale”, il paese non sarà pacificato. Comincerebbe una
guerriglia di liberazione, con l’intervento di diversi paesi sia confinanti che
non, che metterebbe le truppe Usa sulla graticola.
Ma questa è la variante
più “favorevole” per gli Usa. Appare ormai chiaro che Bush non ha calcolato nulla.
L’ultima notizia, apparsa sul Corriere
della Sera del 31 marzo, è che se la guerra si prolungasse per diversi
mesi, la Gran Bretagna potrebbe essere costretta a ridurre drasticamente la
propria presenza da 45mila a 5mila soldati, proprio mentre gli americani fanno
invece la richiesta di inviare altri 4mila uomini nel Golfo.
La prova più evidente
della crisi militare sta nell’emergere di attriti e conflitti ai massimi
livelli dell’amministrazione Usa. Il ministro della difesa Rumsfeld è ora
bersaglio di critiche sempre più aperte sia nella stampa che da parte di alti
ufficiali Usa.
Guerra e rivoluzione
Che influenza ha lo stallo
della campagna Usa sul movimento contro la guerra? Sarebbe oltremodo ingenuo
sperare che questo possa aprire la strada a un ripensamento nella classe
dominante americana, così come non sono state sufficienti le enormi
manifestazioni tenutesi in tutto il mondo. In
questa guerra, l’imperialismo Usa mette in gioco il suo dominio mondiale: prima
di fare un passo indietro scateneranno tutta la loro capacità distruttiva,
useranno tutti i mezzi militari e politici per affermare la propria volontà.
In questo contesto, chiedere la sospensione dell’offensiva è la rivendicazione
più utopica e francamente astratta che si possa immaginare. E poi, interrompere
per cosa? Per tornare alla situazione del 19 marzo? Cioè a una “pace”
imperialista che conduce inevitabilmente al massacro e a nuove guerre? Ma
questo è un dibattito che non ha neppure senso cominciare: la guerra non è
stata fermata dall’enorme e generoso movimento che si è creato per un motivo
ben preciso.
La guerra può essere
fermata se le mobilitazioni di massa assumono un carattere più avanzato, un
carattere rivoluzionario che minacci il rovesciamento dell’imperialismo e del
capitalismo; può essere fermata dalla sconfitta militare sul campo; può,
infine, essere fermata da una combinazione di questi due fattori.
Questa è la lezione delle
guerre di tutto il XX secolo, e questa guerra non farà eccezione. È questa la
lezione della Prima guerra mondiale, che finì con la rivoluzione russa e con la
rivoluzione in Germania, della guerra del Vietnam e della guerra d’Algeria.
A chi pensa che questa sia
una strada troppo lunga e troppo dolorosa, diciamo che non esistono
scorciatoie. Il caos sanguinoso nel quale l’imperialismo sta gettando il mondo
è la terribile realtà della nostra epoca, con la quale dobbiamo fare i conti. È
solo nella prospettiva rivoluzionaria che si può realizzare l’aspirazione a un
mondo di pace e di giustizia.
31 marzo 2003
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