FalceMartello n°
164 * 24-03-2003
STOP THE TRAIN
Si radicalizza
l’opposizione alla guerra
Dal 21 al 27 febbraio,
con una scadenza quasi quotidiana, si
sono realizzate presso le stazioni ferroviarie di diverse città d’Italia
mobilitazioni che si proponevano di bloccare i tragitti dei cosiddetti “treni
della morte”, convogli carichi di armi
dirette verso i battaglioni Usa di stanza nel Golfo Persico e che dalla base
militare di Ederle, nei pressi di Vicenza, dovevano giungere a Camp Darby , la
più grande base Nato in Europa situata tra Pisa e Livorno.
di Andrea
Davolo
La manifestazione contro
la guerra all’Iraq del 15 febbraio a Roma con la presenza di tre milioni di
persone in piazza, aveva già mostrato quanto ampia fosse l’opposizione
all’intervento imperialista minacciato dagli Stati Uniti. All’indomani di
quella imponente manifestazione, la decisione del governo Berlusconi di
concedere basi, porti, ferrovie, infrastrutture ai preparativi militari degli
Usa, ha provocato una immediata reazione da parte dei settori più combattivi
del movimento che prontamente hanno risposto portandosi “sui binari”.
Le accuse di
“illegittimità”, di “sabotaggio criminale” e di “tradimento” giunte puntuali non solo dal governo, ma
anche da alcuni settori della sinistra e del sindacato(1), hanno mostrato come azioni di questo tipo
servano anche a mettere a nudo le reali posizioni di ciascuno, rivelando chi si
pone solo simbolicamente o con le parole “a difesa della pace” e chi è pronto a
sostenere e promuovere manifestazioni che vanno nella direzione
dell’opposizione concreta alla macchina bellica.
In effetti, i blocchi dei
treni sono stati un passaggio importante che ha fatto fare al movimento contro
la guerra un significativo salto di qualità: nelle intenzioni di chi vi ha
partecipato, infatti, era evidente la volontà di fare qualcosa di più incisivo
per impedire la guerra, qualcosa che non fosse semplicemente la convocazione di
un grande appuntamento durante il quale contarsi.
La radicalità che si è espressa nel corso di queste mobilitazioni l’abbiamo
potuta osservare soprattutto nelle discussioni politiche che si aprivano “sui binari” durante le quali l’interrogativo di fondo
era : “quali iniziative possono essere veramente efficaci rispetto
all’obiettivo che ci proponiamo, cioè fermare la guerra?”.
Le parole d’ordine dello
sciopero e del coinvolgimento del movimento operaio organizzato si sono,
quindi, imposte in modo inequivocabile
come quelle più avanzate e in grado di trasformare questa enorme opposizione alla
guerra presente nella società in un movimento di lotta che può rivelarsi
decisivo. Tante volte ci siamo sentiti dire in questi anni che la classe
lavoratrice non esiste più, che ha un ruolo del tutto marginale o che, come
sostenuto dai Disobbedienti e da diversi settori del movimento, non è più
centrale, ma è solo una parte di una “moltitudine” che si oppone al “neo-liberismo e alla guerra globale”.
La vicenda dei blocchi dei
treni ha invece rivelato una realtà diversa. I blocchi potevano rappresentare
tutt’al più un’azione di disturbo, ma non costituivano, di per se stessi, la
risposta alla domanda “Come fermiamo il trasporto di materiale bellico?”. E a
questo punto che i lavoratori e, in particolare, i macchinisti dei treni e i
portuali di Livorno, dove vengono caricate le navi in partenza per il Golfo,
sono apparsi fondamentali.
Quando i lavoratori si
fermano, tutto si ferma. Senza il loro permesso né treni, né navi possono
viaggiare. L’esperienza, più di qualsiasi riflessione sofistica tra
intellettuali, ha mostrato questa verità fondamentale. Di questo erano
consapevoli diversi tra i giovani protagonisti dei blocchi. Alla stazione di
Fornovo, nei pressi di Parma, i macchinisti dei treni che transitavano (nessuno
escluso) mostravano la propria solidarietà e il proprio sostegno fischiando e
mostrando il pugno chiuso fuori dal finestrino, i manifestanti rispondevano
urlando lo slogan: “Contro la guerra del capitale, sciopero, sciopero
generale!”. Tuttavia, se le iniziative
di “blocco dei treni” hanno ulteriormente mostrato l’avanzata di un movimento
di massa contro la guerra, si sono evidenziati al tempo stesso chiari problemi
di direzione politica.
Innanzitutto, abbiamo
spesso assistito all’improvvisazione spontanea dei “blocchi”: le mobilitazioni
erano scarsamente pubblicizzate, la preoccupazione principale sembrava essere
quella di correre da una stazione all’altra quando, invece, sarebbe stato più
importante cercare, in primo luogo, di creare il coinvolgimento più ampio
possibile. In secondo luogo, quasi sempre le mobilitazioni non erano preparate
da assemblee in cui si potesse democraticamente discutere delle pratiche di
lotta da attuare e degli obiettivi, al
contrario si riteneva che chi partecipava ai blocchi e ai presidi potesse
proporre, anche individualmente, questa o quella forma di lotta, spezzando,
difatti, la mobilitazione in molteplici e disparate iniziative. Una situazione
di questo tipo si è prodotta nel corso di un “blocco” alla stazione di Fornovo
ed è stata strumentalmente utilizzata
da chi voleva far apparire il movimento come diviso fra “buoni” e “cattivi”,
creando non poco disorientamento tra i manifestanti e confusione circa quello che si doveva fare.
Infine, la direzione della
Cgil ha rifiutato chiaramente di far scioperare i ferrovieri e Guido Abbadessa,
segretario generale della Filt-Cgil, si è limitato a dire: “Noi non ci asteniamo dal condurre un treno,
ma diciamo per la sicurezza di chi lavora, che deve essere chiaro che cosa
viene trasportato” suggerendo, al massimo, al singolo lavoratore,
l’obiezione di coscienza. Un atteggiamento di questo tipo indebolisce il
movimento perché oltre a non consentire
ai lavoratori di mostrare la loro forza reale attraverso il blocco dei servizi,
espone i lavoratori più combattivi alla repressione sul luogo di lavoro dal
momento che essi vengono invitati a prendere iniziative individuali, tanto
lodevoli quanto, purtroppo, pericolose ed inefficaci. Al contrario,
l’insubordinazione di ogni lavoratore e di ogni studente a questa guerra
imperialista deve essere estesa a tutti attraverso la convocazione di uno
sciopero generale europeo contro la guerra e le politiche di massacro sociale,
di licenziamenti e tagli alla spesa dei nostri stessi governi!
(1)
“Considero più utile fare centinaia di discussioni sulle
ragioni civili e morali contro questa guerra[…] Si tratta di manifestazioni
illegali” (Luciano Violante, Capogruppo Ds alla camera)