FalceMartello n°
164 * 24-03-2003
La guerra vista dal
Pakistan
Quella che segue è
un’intervista a Lal Khan, dirigente della tendenza The Struggle, che
rappresenta un settore decisivo della sinistra pakistana. I sostenitori di The
Struggle terranno nei prossimi giorni a Lahore la loro assemblea nazionale, e
hanno chiesto al Prc di partecipare a questo incontro, considerando di
importanza strategica la costruzione di un legame politico con organizzazioni e
militanti della sinistra mondiale. Lal Khan era già stato in Italia nel 2001,
durante la guerra in Afghanistan, quando partecipò a una campagna di
solidarietà organizzata dalla Pakistan Trade Union Defence Campaign (Campagna
per la difesa dei sindacati pakistani).
Nei prossimi giorni
incontreremo ancora altri militanti e dirigenti di questa tendenza, che nelle
elezioni dello scorso ottobre ha ottenuto un successo storico eleggendo un
deputato nelle liste del Partito popolare pakistano (Ppp), all’interno del
quale rappresenta un punto di
rifermento decisivo per le posizioni di classe e internazionaliste.
Intervista a cura di Claudio Bellotti
D. Qual’è la reazione
di massa in Pakistan di fronte allo scoppio della guerra?
R. C’è storicamente un
forte sentimento antiamericano, che si è rafforzato dopo la guerra in
Afghanistan. Ci sono state numerose manifestazioni di protesta, una di
70-100mila persone a Karachi, un’altra di dimensioni simili a Islamabad, e
quella di domani a Lahore sarà certamente di massa.
Che posizioni si
esprimono in questo movimento? Qual’è il ruolo del fondamentalismo?
Il sentimento
antimperialista non si esprime prevalentemente a sinistra a causa
dell’arretramento storico della sinistra nel paese e del ruolo disastroso della
leadership di Benazir Bhutto nel PPP.
Il padre della Bhutto era un martire, assassinato dal regime per ordine degli
americani. Ma la figlia si è completamente venduta agli Usa, la utilizzano
mandandola al potere quando serve per calmare le masse, per poi gettarla via
come un limone spremuto quando non serve più.
In generale la sinistra si
è fortemente indebolita e la maggior parte dei suoi militanti si sono gettati
nelle attività delle Ong, che sono attività sostanzialmente affaristiche. Cosi’
sono diventati completamente cinici verso i lavoratori e le masse.
È in questo vuoto che il
fondamentalismo si afferma, e che spiega perchè ad esempio i partiti islamici
hanno vinto nelle regioni confinanti con l’Afghanistan.
Credo pero’ che se il
movimento raggiungerà uno sviluppo maggiore, i fondamentalisti non saranno in
grado di controllarlo.
Quali saranno le
conseguenze internazionali e in quest’area del mondo?
Le manifestazioni
dimostrano che c’è una forte integrazione degli avvenimenti e anche della
coscienza delle masse, su scala mondiale. Le menzogne della propaganda
ufficiale non riescono più a convincere. Comunque finisca la guerra, le
contraddizioni si accumulano sempre di più e non credo che anche una vittoria
Usa porterebbe a una stabilizzazione, come dimostra il caso dell’Afghanistan.
In tutto il Medio Oriente e anche in Pakistan, i diversi regimi cercano di
sopravvivere, stretti fra la pressione delle masse e gli obblighi che hanno
verso l’imperialismo Usa. La guerra puo’ portare a esplosioni rivoluzionarie in
molti paesi. Tieni conto che negli ultimi decenni, con la penetrazione delle
politiche liberiste, i paesi ex-coloniali sono stati saccheggiati
economicamente, ma questo ha minato anche le stesse basi degli Stati. Si tratta
di apparati statali indeboliti nelle fondamenta, che si troveranno a
fronteggiare una pressione enorme da parte delle masse.
Il governo italiano ha
mandato le sue truppe in Afghanistan per sostituire i soldati inglesi. Qual è la situazione a Khost, dove sono
schierati gli alpini?
L’Afghanistan è ancora più
instabile che ai tempi dei talebani. Il governo controlla a stento Kabul e
Karzai sopravvive solo perchè è protetto dalle truppe Usa. Il resto del paese è
in mano ai vari signori della Guerra. Basti il dato che la produzione di eroina
è più che raddoppiata. A Khost si fronteggiano due signori della Guerra, uno
sostenuto dalla Francia, l’altro dagli Usa e dagli italiani. Tutte queste bande
sono al soldo di qualche potenza. Dopo la fine del conflitto gli Usa hanno
perso ufficialmente 47 soldati, non si è visto praticamente nulla degli aiuti
promessi e della cosiddetta ricostruzione. La situazione è del tutto instabile.
Che posizione assumete
rispetto al movimento contro la guerra?
Abbiamo organizzato numerose manifestazioni, e altre ne faremo.
La questione centrale che noi poniamo è: come possiamo sconfiggere l’arroganza
degli Usa? Perchè a me pare chiaro nel mondo sta finendo dappertutto l’epoca
delle riforme pacifiche. I governi come quello spagnolo, australiano, italiano,
hanno un tratto dittatoriale quando decidono di calpestare apertamente la
volontà dei loro popoli e di sostenere la guerra, e da questo punto di vista
il futuro sarà sempre peggio, perchè si
troveranno immersi in una crisi sempre più profonda e la loro risposta sarà
sempre più antidemocratica e oppressiva.
Dunque la domanda è: come
possiamo fermare tutto questo? Non li fermeremo con la diplomazia, nè con la
forza militare. Li possiamo fermare solo con la lotta di classe, con
l’internazionalismo e con una prospettiva rivoluzionaria. Lo slogan che abbiamo
messo al centro delle nostre mobilitazioni è: guerra di classe per sconfiggere
l’aggressione imperialista.
Anche nel subcontinente
indiano la guerra sta scuotendo la sinistra. Per farti un esempio, uno dei
partiti comunisti indiani, il Pci (m) che è al governo nello Stato del Bengala
occidentale ha duramente represso una manifestazione contro la Guerra che si
teneva a Calcutta, questa politica non puo’ che creare scontento e opposizione
nelle fila di quel partito. Questo per dire che in tutta la sinistra ci sarà un
enorme dibattito sulla guerra e su quale politica adottare.
La lotta contro la guerra
sta riattivando tanti militanti e sta
soprattutto risvegliando la nuova generazione. Saranno queste le forze che
creeranno la sinistra rivoluzionaria del futuro.
(Lahore, 21 marzo 2003)