FalceMartello n°
164 * 24-03-2003
L’ondata di protesta nel
mondo
All’estero, e anche in
Italia, la notizia dell’attacco militare ha tolto quelli che potevano essere
gli ultimi dubbi sull’inevitabilità della guerra. Il nostro giornale già mesi
fa aveva escluso che la diplomazia potesse impedire il conflitto: gli Stati
Uniti avevano già deciso la guerra.
Il lancio delle prime
bombe sull’Irak ha visto a livello mondiale una reazione di massa tempestiva e
decisa ad affermare le ragioni del “NO alla guerra”. Manifestazioni, scioperi e
cortei in ogni parte del mondo hanno visto la presenza di milioni di persone. Molti di quelli che sono
scesi in piazza sono studenti delle scuole e delle università, giovani che
stanno proprio in questi giorni entrando nella vita politica per la prima
volta.
Di Alessandro Riatti
La nascita e lo sviluppo
delle mobilitazioni prima della guerra aveva per molti versi raggiunto un
carattere sorprendente. Mai si era visto a livello mondiale un movimento contro
la guerra così esteso e così partecipato prima dello scoppio di un conflitto.
Soltanto in Italia il 15 febbraio erano state più di 3 milioni di persone a
scendere in piazza contro l’ipotesi imminente della guerra all’Irak.
La radicalità espressa da
questo movimento all’inizio non era elevata. C’era chi pensava che la guerra
potesse essere evitata dall’azione degli ispettori delle Nazioni (dis)-Unite,
c’era chi pensava che Saddam Hussein sotto pressione potesse accettare l’esilio
e c’era chi pensava che comunque gli Usa non potessero lanciare un attacco
unilaterale perché non potevano violare il diritto internazionale. Oggi sotto
una pioggia di bombe le masse apprendono una dura lezione di diritto
internazionale: “ la legge è come la tela
del ragno, il piccolo rimane invischiato , il grande passa .”
Mentre la diplomazia
cercava inutilmente di ricucire le spaccature fra gli interessi contrastanti
dell’imperialismo americano e quello francese, i generali Usa preparavano nei
dettagli l’invasione dell’Irak. Il capo degli ispettori Blix chiedeva altre
settimane per procedere alle ispezioni e alle distruzioni di missili iracheni,
il generale Franks ai confini dell’Irak avvertiva Bush che le tempeste di
sabbia potevano ingolfare i carri armati e che per via del caldo la traversata
dell’esercito Usa nel deserto iracheno non poteva essere rimandata.
Mercoledì notte:
l’attacco
A poche ore dal lancio
delle prime bombe a Melbourne in Australia 40mila persone scendono in piazza
contro la guerra e il governo che partecipa con i propri soldati alle
operazioni militari in Irak.
Anche in Indonesia e
Pakistan la gente scende immediatamente per le strade per affermare che
l’attacco all’Irak è vero “terrorismo americano”.
In Francia i manifestanti
si danno appuntamento a Parigi. Fra le 50mila persone presenti si discute
l’atteggiamento ipocrita di Chirac che parla di “guerra illegale” ma che
contemporaneamente assicura agli Usa le basi. Come dire: aspettiamo di vedere
come va la guerra, se fila tutto liscio ci butteremo come avvoltoi per dare il
colpo di grazia all’esercito iracheno e per spartirci la torta del petrolio e
della ricostruzione con gli americani.
Anche in Germania la
protesta è diffusa. A Berlino oltre 100 mila persone si ritrovano sotto la
Porta di Brandeburgo nei pressi dell’ambasciata americana. Anche in questo
paese sono molti a ricredersi sul ruolo di Schroeder che, dopo mesi di
“avvertimenti” a Bush, ha concesso l’utilizzo dello spazio aereo e delle basi
militari.
Insomma chi nel movimento
pacifista parlava dell’asse Franco-Tedesco come “carta vincente” per
sconfiggere l’ipotesi di guerra in Irak dovrà ammettere che si sbagliava di
grosso perchè chi si riempiva la bocca
di appelli alla pace stava evidentemente… bleffando!!
Chi invece la guerra in
Europa l’aveva annunciata da tempo era Blair.
In Inghilterra la
stragrande maggioranza delle persone non vuole la guerra e si ritrova con un
governo laburista determinato a fornire agli americani tutto l’appoggio
militare possibile. La forte pressione dal basso si è espressa nella nascita di
un’opposizione all’interno del partito laburista. Parecchi esponenti del
governo hanno dato le dimissioni. Pare evidente che il destino di Blair verrà
pesantemente segnato dall’appoggio a questa guerra. Non sono mancate anche in
Inghilterra le manifestazioni di protesta alla notizia dell’attacco. Migliaia
di persone hanno sfilato in corteo a Londra, dove già il 15 febbraio 2 milioni
di persone avevano partecipato alla più grande manifestazione politica nella
storia di questo paese.
La repressione butta
benzina sul fuoco
A New York il corteo del
15 febbraio, che aveva visto la presenza di 500mila persone, in teoria era
stato vietato e questo dimostra come la popolazione americana sia determinata a
far sentire la propria voce. Nonostante il clima di patriottismo che le
televisioni e la stampa diffondono fra la gente il movimento contro la guerra
negli Stati Uniti è forte.
Gli studenti e i
lavoratori che partecipano alle manifestazioni vengono scherniti come figli dei
fiori, vedono le loro organizzazioni tradizionali come l’Afl-Cio (il principale
sindacato americano che ha 13 milioni di iscritti) schierarsi con Bush.
Nonostante ciò, nonostante le difficoltà fra cui un eccessiva frammentazione
organizzativa delle strutture contro la guerra, migliaia di americani si sono
opposti coraggiosamente a questa ennesima impresa dell’imperialismo Usa. Lo
stato americano sta provando a reprimere duramente le manifestazioni e i
presidi contro la guerra. Venerdì 21 marzo nelle manifestazioni ci sono stati
oltre 1.000 arresti a San Francisco e altri 122 fermi a Pittsburgh. Nel giro di
poche ore molte persone negli Usa hanno tratto grossi insegnamenti sul ruolo
reazionario e conservatore dello stato borghese. Il movimento non si fermerà,
anzi queste azioni repressive evidenziano verso chi il movimento deve rivolgere
le proprie ire.
Il problema è in alto. Il
nemico è in casa propria !
Dagli Usa al Medio
Oriente cacciamo il governo !
Che la guerra potesse
destabilizzare l’intero Medio Oriente lo ammetteva sui giornali anche la
borghesia europea. Il pericolo di instabilità politica che la guerra può
provocare nella regione è concreto. Del resto dietro le rimostranze di Chirac
per lo scoppio della guerra c’erano proprio le preoccupazioni delle
multinazionali francesi timorose di perdere legami politici e commerciali con i
regimi arabi reazionari nella regione.
Le notizie che arrivano
dal Medio Oriente dopo lo scoppio della guerra infatti ci parlano di
manifestazioni di massa contro l’attacco imperialista. In Egitto gli studenti dell’università
del Cairo, alla testa del movimento, hanno organizzato un corteo nei pressi
dell’ambasciata americana al grido di “ Bush criminale di guerra”. Le
manifestazioni si sono contraddistinte per una repressione brutale da parte
dello stato egiziano che tra giovedì 21 e venerdì 22 Marzo ha provocato oltre
300 feriti fra i manifestanti. In Egitto la gioventù si sta spostando a
sinistra e nei cortei i giovani hanno urlato slogan contro il governo egiziano
“schiavo dell’America e del dollaro”.
In Cisgiordania e nella
striscia di Gaza il popolo palestinese è tornato nuovamente in piazza contro la
guerra in Irak. All’interno dei cortei si urla contro l’America ed Israele che
in questi giorni sta intensificando le incursioni nei territori con i carri armati.
La deportazione di massa è uno scenario tragico che ricorre nelle conversazioni
in strada, nei negozi di alimentari e nelle case dei palestinesi e che spingerà
la popolazione nuovamente alla lotta.
A Sanàa nello Yemen, la
polizia è intervenuta violentemente contro la folla che voleva raggiungere
l’ambasciata americana provocando la morte di 4 persone. I manifestanti
gridavano slogan contro Stati Uniti ed Israele e contro i dirigenti arabi.
Gli Stati Uniti con questa
guerra hanno innescato una bomba ad orologeria sotto l’intero pianeta. Anche se
dovessero vincere, l’odio che hanno seminato fra le masse esploderà contro
l’imperialismo. Dagli Stati Uniti al Medio Oriente le nuove generazioni
cercheranno un’alternativa al sistema capitalista che produce guerra, morte,
oppressione ed ignoranza.
Davanti ad avvenimenti
così tragici anche qui in Italia migliaia di persone rifiutano di stare a
guardare passivamente il massacro degli iracheni. La favola della “guerra
lontana” non fa presa e la partecipazione attiva delle masse nelle iniziative
di questi giorni ne è la dimostrazione.
Questo sentimento comune e
diffuso è ben sintetizzato da un vecchio slogan inglese che si è visto
recentemente ad una manifestazione e che dice “If you tollerate this then your
children could be next” (se accetti
tutto questo tuo figlio potrebbe essere il prossimo).
(22 marzo 2003)