FalceMartello n°
164 * 24-03-2003
Fermiamoli!
Sciopero generale
mondiale contro il bombardamento dell’Iraq
Il massacro è cominciato.
Migliaia di bombe cadranno ancora una volta sulle teste della già martoriata
popolazione irachena.
Nella guerra del ‘91
vennero lanciate 88 tonnellate di bombe, ci furono100mila morti tra i militari
e 200mila tra i civili. Oltre un milione morirono negli anni a seguire a causa
dell’embargo.
Ma l’imperialismo non è
soddisfatto ed è determinato a versare un altro fiume di sangue. Le conseguenze
di questa guerra potrebbero essere ancora più gravi rispetto a quella di 12
anni fa. Allora l’imperialismo non si proponeva di rovesciare il regime
iracheno ma semplicemente di “liberare” i giacimenti petroliferi in Kuwait.
Oggi invece l’obiettivo dichiarato è quello di occupare il paese, cacciare
Saddam e sostituirlo con un protettorato controllato dalle forze armate
americane e inglesi.
Per portare a termine un
piano del genere dovranno arrivare a Baghdad con un’azione terrestre che difatto
è già cominciata nel sud del paese. La superiorità militare degli Usa rispetto
all’esercito iracheno non è in discussione. Possono arrivare alle porte di
Baghdad ma espugnare la capitale non sarà facile. Come dimostra l’esperienza
passata una cosa è una guerra regolare tra eserciti, tutt’altra cosa è
garantire il controllo sulle popolazioni urbane in un territorio così vasto
come quello iracheno da parte di un esercito di occupazione.
In un contesto del genere
entrano in gioco altri fattori e contro l’invasione potrebbe generarsi una
lotta di resistenza, un vero e proprio movimento partigiano. Per quanto il
popolo iracheno non ami Saddam, non sarà indifferente di fronte all’aggressione
degli Usa e della Gran Bretagna. Anche perché i “liberatori” sono gli stessi
che per 12 anni hanno affamato il paese con l’embargo economico.
Rumsfeld e Condoleeza Rice
hanno un bel parlare di “guerra precisa e chirurgica” la realtà è che come
hanno annotato diversi ufficiali ed ex membri dello stato maggiore gli Usa giungono
piuttosto impreparati a questa guerra. Rumsfeld ha imposto al capo delle
operazioni in Iraq, il generale Franks, una strategia di guerra che sacrifica a
ogni altra considerazione la necessità di chiudere rapidamente il conflitto.
Difatto le forze che sarebbero necessarie per controllare l’intero territorio
iracheno dovrebbero essere almeno il triplo di quelle che sono attualmente
stanziate in Iraq (250mila tra americani e inglesi). C’è chiaramente una
sproporzione tra gli obiettivi proposti e i tempi con cui si propone di
ottenerli.
Un vecchio generale in
pensione come Buster Glosson ha accusato Franks che: “per motivi politici mette a rischio i suoi soldati. Non si può avanzare
prima che l’aviazione mandi al tappeto la difesa dell’Iraq, costi quel che
costi. Un piano di battaglia stilato con troppa fretta, per una guerra senza
pazienza chiede a tanti padri e madri di soldati di perdere molti figli e
figlie.” (Corriere della sera, 20-3-2003).
È pertanto molto alto il
rischio che gli Usa possano impantanarsi in questo conflitto e subire gravi
perdite. Già oggi a guerra appena iniziata c’è un movimento di massa negli Usa
e in tutto il mondo. Immaginiamo cosa potrebbe succedere se un numero
consistente di soldati americani dovessero perdere la vita.
Gli obiettivi di
questa guerra
L’obiettivo di questa
guerra è chiarissimo: occupare il paese, instaurare (probabilmente dietro una
facciata falsamente democratica) un regime succube dell’imperialismo per avere
un controllo diretto sulla nazione che possiede le seconde riserve petrolifere
al mondo. Con questa brutale dimostrazione di capacità distruttiva
l’imperialismo Usa vuole anche riaffermare la propria superiorità militare sul
mondo.
Terrorizzare gli oppressi perché non si ribellino all’egemonia americana.
Tutta la propaganda sulla
lotta alla tirannia, la difesa della democrazia, la lotta al terrorismo e le
armi di distruzione di massa risuonano come una macabra ironia ora che i morti
di parte irachena si conteranno a migliaia.
Ma chi ha foraggiato,
sostenuto ed armato in un passato non troppo lontano Saddam Hussein e Al Qaeda
se non quelli che oggi si fanno “paladini della democrazia”, i quali non si
peritano di intervenire contro quei regimi amici che calpestano le libertà
democratiche e reprimono brutalmente lavoratori e attivisti di sinistra come in
Pakistan, Turchia, Arabia Saudita e Israele?
I veri responsabili
dell’instabilità, del caos, del terrorismo, della guerra sono un gruppo
ristretto di capitalisti che detengono il potere e che attraverso gli Stati
impongono condizioni di vita impossibili alla grande maggioranza della
popolazione mondiale.
Dall’imperialismo non
verrà mai la giustizia sociale, la democrazia e la liberazione dei popoli. Il
compito di rovesciare Saddam spetta al popolo iracheno e a nessun’altro. Questa
lotta può avere solo un carattere antimperialista e anticapitalista: tutte le
soluzioni che l’imperialismo preparerà per il popolo iracheno provocheranno
solo più miseria, più sfruttamento, più tirannia.
Il fallimento
dell’Onu e l’asse franco-tedesco
Come era prevedibile si è
conclusa nel peggiore dei modi la commedia diplomatica in sede Onu. Una volta
che è emerso con chiarezza che Bush e Blair non avevano una maggioranza nel
consiglio di sicurezza si è visto che l’Onu rappresenta solo una foglia di fico
ed è incapace di risolvere delle controversie quando queste dividono le potenze
imperialiste.
Nella misura in cui è
emersa una contraddizione con Francia, Germania e Russia che hanno interessi
diversi in Medio Oriente, si è visto come l’unica cosa che conta nelle
relazioni internazionali è la forza politico-militare che ogni paese è in grado
di schierare.
D’altra parte se così non
fosse non si capisce perché le risoluzioni Onu contro Israele per le violazioni
nei territori occupati palestinesi non siano mai state applicate senza
provocare per questo alcun intervento militare da parte della cosiddetta
comunità internazionale.
È dunque patetica
l’argomentazione del centrosinistra che si schiera contro la guerra solo perché
non ha il sostegno Onu.
Su queste basi ha gioco
facile la destra nel ricordare che anche la guerra in Kosovo condotta dal
governo D’Alema, non godeva del sostegno delle Nazioni Unite e l’argomento dei
dirigenti Ds che sostengono che quella a differenza di questa era una guerra
umanitaria fa ridere anche i bambini di 6 anni.
Il fatto che Francia e
Germania abbiano messo a disposizione le loro basi per questa guerra che
formalmente hanno contrastato fino all’ultimo minuto dimostra una volta di più
che dietro lo scontro diplomatico non c’era “il vecchio cuore dell’Europa
pacifista” come qualcuno ha detto ma più semplicemente non c’era un accordo
sulla divisione delle commesse a guerra conclusa.
Per Francia e Germania
concedere le basi oggi è un modo per poter ritornare in gioco nella spartizione
della torta una volta che si inizierà a discutere della ricostruzione
dell’Iraq, e non è un caso che adesso la discussione nell’Onu e nell’Ue si è
spostata proprio su questo terreno.
Gli Usa vorrebbero
affidare il tutto alle compagnie private del proprio paese, a cominciare dalla
Halliburton, il gigante finanziario e petrolifero di cui era a capo l’attuale
vicepresidente Usa, Dick Cheney, mentre alle Ong dell’Onu sarebbe affidata solo
una piccola parte della ricostruzione (50 milioni di dollari su un miliardo e
mezzo che andrà nelle tasche delle compagnie private).
E’ di questo che si
lamenta il patetico Kofi Annan, un fantoccio utile a far credere ai popoli
oppressi che in sede Onu non contano solo le potenze ma anche le piccole nazioni.
Chi a sinistra ha generato
illusioni nell’asse franco-tedesco ha commesso un gravissimo errore.
Basterebbe ricordare il
ruolo barbaro che l’imperialismo francese ha giocato negli ultimi anni in
Africa (Ruanda, Costa d’Avorio) o quanto ha fatto l’imperialismo tedesco nei
Balcani, dove per interessi economici e strategici, non hanno esitato a
provocare guerre sanguinose con effetti devastanti sulle popolazioni civili.
Rispetto ai Balcani non
bisogna dimenticare anche il ruolo brutale che ha giocato la gerarchia
cattolica quando nelle chiese e nei monasteri della Croazia si organizzavano i
pogrom contro le popolazioni serbe.
A fare da supervisore
c’era il Papa che oggi degli incauti dirigenti di sinistra mettono alla testa
del movimento mondiale contro la guerra. Quanto è corta la memoria di certa
gente, non ce ne stupiremo mai abbastanza.
Il pacifismo alla
prova dei fatti
Le gigantesche
mobilitazioni pacifiste e le generose occupazioni di binari, stazioni e porti
non sono bastate a fermare la macchina bellica. Questo sta generando una certa
frustrazione tra gli attivisti più onesti impegnati nel movimento. Ma di fronte
a questo come diceva il filosofo Spinoza: “non serve ridere, né piangere, ma è
necessario capire”.
Questa guerra ha
chiaramente un carattere imperialista ed è tesa ad affermare gli interessi
economici delle multinazionali del petrolio e quelli più generali della potenza
Usa. Chi come Negri sosteneva l’idea dell’impero e il superamento della
concezione di Lenin dell’imperialismo è stato ancora una volta smentito dai
fatti. D’altra parte come definire lo scontro in sede Onu se non partendo dalla
categoria di conflitto interimperialistico?
Ma lasciando da parte
questa polemica chiaramente superata dai fatti quello che è importante capire è
che in un contesto di profonda crisi economica la guerra per l’appropriazione
delle materie prime e per i mercati diventa la normalità nel capitalismo.
Più è profonda la crisi
economica più diventa aggressiva la principale potenza del pianeta che è
chiaramente in crisi di egemonia.
L’amministrazione
statunitense comprende perfettamente che la posta in gioco in questa guerra è
molto alta. Nel conflitto attuale e in altri che potrebbero sorgere in futuro
(si pensi alla Corea del Nord) si decidono le sorti del capitalismo mondiale
per tutta una fase storica e dunque non possono bastare delle manifestazioni
(per quanto numerose) a fermare i banditi imperialisti.
Solo la rivoluzione
socialista con l’abbattimento del capitalismo può mettere la parola fine alla
guerra.
Non è un caso se la Prima
guerra mondiale si è conclusa con la Rivoluzione d’Ottobre e checché se ne dica
sul fondamentale ruolo di liberazione giocato dagli Usa, le sorti della seconda
guerra mondiale si sono decise a Stalingrado oltre che nel decisivo processo
rivoluzionario che a partire dal ‘43 si è andato sviluppando nelle fabbriche e
coi movimenti partigiani in Italia, Francia, Grecia, Belgio, Jugoslavia.
In un processo del genere
è decisivo il ruolo della classe operaia, l’unica classe che ha dimostrato in
passato di avere la forza di fermare il mostro imperialista.
Fare affidamento sul Papa,
l’Onu, l’Unione europea serve solo a deviare il movimento dai suoi veri
obiettivi e affidarsi alla disobbedienza civile una volta che la guerra è
cominciata è troppo poco e rischia anche di essere fuorviante.
Il massacro è cominciato,
se non vogliamo lavarci la coscienza distribuendo margherite e bandiere iridate
consolandoci col fatto che questa guerra non si fa in nostro nome allora
dobbiamo legare la lotta contro la guerra alla lotta contro il capitalismo e a
un progetto di trasformazione socialista della società.
Una situazione di
lotta straordinaria
Abbiamo visto le
gigantesche manifestazioni che hanno attraversato i cinque continenti non
appena sono iniziati i bombardamenti. Si tratta di una situazione realmente
straordinaria.
In passato all’inizio di
una guerra la società veniva fortemente influenzata dalla propaganda
militarista e prevalevano i sentimenti patriottici. Lo abbiamo visto nel 1914,
nel ‘39 e anche all’inizio della guerra in Vietnam. In queste situazioni
chiedere lo sciopero generale all’inizio di una guerra era una richiesta
obiettivamente estremista.
Ma oggi la situazione è
completamente differente. L’ambiente tra la schiacciante maggioranza della
popolazione è contro la guerra. Ci sono stati anche degli scioperi generali
(anche se solo di due ore) in Italia e in Grecia il giorno in cui hanno avuto
inizio i bombardamenti.
In un contesto del genere
è necessario presentare ordini del giorno e rivendicare nei sindacati e nelle
fabbriche lo sciopero generale
internazionale di 24 ore.
E’ da qui che bisogna
partire per generare uno stato di insubordinazione generale. Ogni azione di
boicottaggio, di sabotaggio, di disobbedienza può essere utile solo se è
vincolata al movimento più generale della classe operaia e non è il frutto di
azioni isolate ed estremiste che contribuiscono solo a far arretrare la
coscienza.
È per questa ragione che
facciamo appello ai sindacati (a partire dalla Cgil) per la formazione di
comitati contro la guerra imperialista. Indipendentemente da quello che farà la
burocrazia in quanto lavoratori dovremo impegnarci in prima linea nella
formazione di questi comitati che devono essere aperti sul territorio agli
studenti, ai disoccupati e a chiunque voglia farne parte.
Dobbiamo rivendicare le
dimissioni del governo Berlusconi, che con la sua politica ipocrita si mette al
fianco dell’imperialismo Usa e fornisce il sostegno logistico al massacro.
Ci schieriamo
incondizionatamente dalla parte del popolo iracheno. Siamo consapevoli che la
crescita del movimento contro la guerra in Occidente è fondamentale per lo
sviluppo della rivoluzione in Medio Oriente e di una possibile resistenza
armata del popolo iracheno contro l’imperialismo e contro Saddam Hussein.
Che non vengano ad
insegnarci che questo signore è un dittatore sanguinario coloro che l’hanno
aiutato in passato a consolidare la sua dittatura.
Se li lasciamo fare, gli
americani devasteranno l’Iraq ne faranno un deserto e lo chiameranno pace. La
pace dei cimiteri, l’unica che può darci l’imperialismo.
L’unico modo per ottenere
la vera pace è lottare contro il capitalismo e a questo obiettivo deve essere
finalizzata ogni azione futura.
Questa guerra può essere
fermata solo con metodi rivoluzionari e anche se per disgrazia non riuscissimo
a fermarla non sarà passata invano se tra i milioni di giovani e lavoratori che
stanno scendendo nelle piazze ce ne sarà almeno una parte che nei prossimi mesi
deciderà di abbracciare le idee del marxismo impegnandosi in una lotta
organizzata contro il capitalismo.
È questo l’appello che
rivolgiamo ai militanti più combattivi del movimento contro la guerra.
Unisciti a noi, a chi
lotta per il comunismo, per una società non governata dai profitti ma dai
bisogni della popolazione. L’unica società che possa abolire definitivamente
l’oppressione e lo sfruttamento.
Solo così un giorno
potremo cancellare dal dizionario la parola guerra.
21 marzo 2003