FalceMartello n° 163 * 19-02-2003


Capitalismo significa guerra

 

Il 15 febbraio 110 milioni di persone sono scese in piazza contro la guerra in Iraq. La cifra è fornita dalla Cnn e può essere solo sospettata di essere arrotondata al ribasso. Nel 1991 la guerra all’Iraq si svolgeva con la collaborazione di tutti i paesi europei e degli stessi paesi arabi. Il presidente degli Usa Bush senior si presentava al mondo come il garante di un nuovo ordine mondiale, basato sulla pace e sul diritto internazionale. Dodici anni dopo suo figlio è probabilmente l’uomo più odiato della terra, sbeffeggiato da ogni cartello e gioco di parole nelle piazze stracolme di 600 città. Nel 1991 il segretario della confederazione sindacale americana Afl-Cio professava il proprio appoggio incondizionato alla Casa Bianca, mentre oggi i sindacati di tutto il mondo (Afl-Cio compreso) devono, volenti o nolenti, aderire alle manifestazioni contro la guerra.

 

(Coordinamento Nazionale del Comitato in difesa della Scuola Pubblica)

 

L’inizio di un processo

 

Com’è stato possibile un cambiamento simile in appena 12 anni? Secondo la fisica meccanica ad una azione deve corrispondere una reazione uguale e contraria. Negli ultimi anni le masse di tutto il mondo hanno subìto un processo di profondo e rapido declino delle proprie condizioni di vita. La crisi strutturale del capitalismo ha aumentato i conflitti a livello internazionale. In ogni paese la classe operaia è stata sottoposta ad un enorme pressione in termini di ritmi di lavoro, condizioni salariali, precarizzazione e licenziamenti.

Nonostante la borghesia, con alla coda gli intellettuali di sinistra e i dirigenti dei partiti dei lavoratori, abbia decretato in questo lasso di tempo la fine di ogni forma di lotta, al contrario in ogni poro della società si è accumulato un enorme scontento che doveva venire alla superficie. Già da tempo assistevamo ad un crescendo di lotte sociali. E’ sufficiente citare la situazione esplosiva in tutto il continente sud-americano. La guerra all’Iraq, nata nella testa degli strateghi americani per dimostrare al mondo chi comanda realmente, sta agendo come potente catalizzatore dei movimenti d’opposizione.

L’imperialismo americano si comporta come quel tizio seduto su una pentola a pressione che, per evitare l’esplosione, chiude sempre più ermeticamente il coperchio.

Se i cortei del 15 febbraio sono stati imponenti, verranno superati per grandezza e radicalità dalle manifestazioni convocate per il primo sabato dopo l’inizio dell’attacco. E’ questa la questione più importante: 100 milioni di persone in piazza non sono che un inizio! Non soltanto perché la guerra deve ancora iniziare, ma perché, data la situazione di crisi economica mondiale, la borghesia di tutto il mondo sarà costretta a tornare più e più volte all’attacco delle condizioni di vita dei lavoratori.

 

Un movimento teso solo alla pace?

 

La cosa più ironica è il vicolo cieco sempre più stretto in cui si trova Bush. Un saggio consiglierebbe di lasciar stare e fare marcia indietro, ma difficilmente in questi tempi un saggio potrebbe fare il Presidente degli Stati Uniti.

Bush non è costretto a scelte irrazionali perché stupido, ma è un Presidente stupido perché questo sistema economico esige scelte irrazionali. Se fa la guerra trasformerà i 100 milioni di sabato 15 febbraio almeno nel doppio e soprattutto ne radicalizzerà le posizioni politiche. Se non fa la guerra, starà rilasciando un attestato di forza e di vittoria manifestanti, galvanizzandoli e radicalizzandone le posizioni.

Sicuramente la giornata del 15 febbraio rappresenta una prima presa di consapevolezza per milioni di persone sulla forza rappresentata da un movimento di massa. Questa forza potrebbe essere utilizzata non solo per fermare la guerra, ma per estirparne direttamente le cause, per rivolgersi contro questo sistema economico in tutti i suoi aspetti.

Questo è ben chiaro alla borghesia ed ai suoi mezzi di informazione che stanno facendo di tutto, invece, per limitarne gli obiettivi. E’ significativo il commento del Corriere della Sera al corteo del 15 febbraio di Roma: “E nella grande marcia anche un piccolo corteo. Una meravigliosa marcia di fraternità di 3 milioni di persone in festa e un facinoroso corteo anti-berlusconiano di poche centinaia di migliaia di fanatici incattiviti si sono contesi ieri piazza San Giovanni (…). La prima ha entusiasmato il centrosinistra, che ha vissuto una giornata campale sentendosi ecumenicamente compatto intorno a slogan tesi solo alla pace (…) Il secondo ha irritato la destra, che ha visto invece solo striscioni violenti e filmato solo bandiere rosse”.

 

Non può esserci capitalismo senza guerra

 

La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Non vi può essere lotta per la pace, senza lottare contro questo sistema economico. La guerra all’Iraq non è il risultato della pazzia di Bush, ma delle contraddizioni del capitalismo.

Dal 1945 ad oggi, in realtà, a livello mondiale ci sono stati soltanto 7 giorni senza che vi fosse un conflitto in qualche zona del mondo.

Un sistema basato sullo sfruttamento che riduce alla povertà più di metà della popolazione mondiale, costringendo l’uomo alla lotta per le proprie razioni giornaliere, non può che basarsi su guerra, nazionalismo e razzismo. Per questo ci opponiamo tanto alla guerra imperialista che alla pace imperialista che di pacifico non ha proprio nulla.

Le normali condizioni di “pace” sotto il capitalismo sono condizioni di repressione degli Stati verso le popolazioni, di guerre per procura, di inattività forzata dovuta alla disoccupazione, di guerra sociale verso i lavoratori, gli studenti e gli immigrati.

Nel corteo di New York un lavoratore reggeva un cartello significativo: “il cambiamento di regime deve partire da qui”. Questa è la conclusione a cui vogliamo che arrivino i milioni di manifestanti del 15 febbraio. Il Corriere della Sera ha perfettamente ragione su un punto: nel movimento contro la guerra esiste una lotta politica tra chi vuole limitare questo movimento ad una preghiera sterile per la pace e chi sostiene che la pace sia ottenibile solo abbattendo questo sistema.

Se il Corriere della Sera, con tutta la borghesia, si situa tra i primi, noi siamo chiaramente tra i secondi.

 


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