FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
Dove va Sergio Cofferati?
L’ex segretario della
Cgil ha definito il 2002 l’anno dei diritti. L’articolo 18 è stato al centro
delle mobilitazioni ed è sulla sua estensione (anche ai lavoratori di aziende
con meno di 15 dipendenti) che saremo chiamati a votare in primavera.
di Alessandro Giardiello
In un’assemblea molto
partecipata che si è tenuta a Sesto San Giovanni (MI) il 21 gennaio, Cofferati,
di fronte a una richiesta di precisare la sua posizione sui referendum di
Rifondazione comunista ha spiegato che li considera un’errore: “Non metto in discussione la buona fede dei
proponenti, ma penso che non si diano risposte ai collaboratori coordinati e
continuativi (co.co.co), ai precari in genere e oltretutto così facendo si
contribuisce a dividere il nostro movimento”.
Di fatto Cofferati sta
utilizzando contro il referendum sull’articolo 18 gli stessi argomenti che l’anno
scorso hanno usato le destre contro di lui. Per quanto concerne le presunte
divisioni, si tolga la parola movimento e si metta la parola Ulivo. Per tutto
il corso delle mobilitazioni le scelte del cinese
sono state obiettivamente un elemento di divisione nei Ds e nel
centrosinistra.
Allo stesso tempo
Cofferati non vuole far precipitare la crisi dell’Ulivo. Il suo progetto, come
più volte ci ha tenuto a ricordare, ha come orizzonte il rinnovamento (magari l’estensione al Prc e a Di Pietro) e non la rottura della coalizione.
Chi scrive ritiene invece
che solo con la rottura delle forze di classe con il centro borghese dell’Ulivo
è possibile dispiegare quelle risorse che sono scese in campo a sinistra,
determinando un avanzamento generale del quadro entro cui si muove la lotta dei
lavoratori.
Con Romano Prodi, che è
uno dei principali esponenti del centro borghese, Cofferati ha stretto
un’alleanza tattica, con l’obiettivo di prendere in una tenaglia Massimo
D’Alema.
Sarebbe tuttavia del tutto
insensato pensare che Prodi costituisca un’alternativa positiva all’attuale
presidente dei Ds. Se è vero che D’Alema ha condotto la guerra in Kosovo, Prodi
non è stato da meno. Non dimentichiamo che il suo governo (sostenuto
erroneamente anche da Rifondazione Comunista) ha prodotto il pacchetto Treu,
l’autonomia scolastica, la Turco-Napolitano, le privatizzazioni e le
finanziarie più dure del decennio.
Quando Cofferati propone
il governo Prodi come modello per il futuro, la cosa non può che preoccupare i
militanti più lucidi e accorti della sinistra. A partire dai comunisti.
Osservazioni di
metodo
Quello che abbiamo
nell’Ulivo è certamente uno scontro al vertice nel quale l’oggetto del
contendere è la candidatura a premier per le prossime elezioni.
Tuttavia sarebbe
semplicistico e superficiale ridurre tutto a questo; attorno a questa contesa
si muoveranno, portando con sè le proprie aspirazioni, le forze sociali che
sono state impegnate nei movimenti degli ultimi due anni. Questo cambia
completamente il carattere della disputa. I soggetti che stanno occupando
posizioni, si schiereranno (più o meno coscientemente) in questa lotta, che si
preannuncia molto dura. Ci sforzeremo pertanto di analizzarne almeno a grandi
linee i possibili esiti.
Ma prima di questo alcune
osservazioni di metodo.
Trotskij ebbe modo di dire
che: “il marxismo consiste nella superiorità della previsione sullo stupore”.
Per prevedere l’esito di uno scontro è necessario analizzare tutti i fattori
oggettivi e soggettivi che sono in campo ed inserirli nel giusto contesto
internazionale.
Una delle caratteristiche
del riformismo (in tutte le sue varianti) è invece proprio quella di non fare
prospettive, i riformisti per natura sono impressionisti
e tendono a soffermarsi sull’ultimo avvenimento in ordine di tempo senza
distinguere tra i processi fondamentali e quelli secondari. Lo stesso avviene
alle tendenze settarie, che si caratterizzano per la loro staticità, non
riescono a vedere i fatti nel loro divenire e così si limitano a ripetere
all’infinito principi scolpiti nella pietra senza sforzarsi di analizzare i
fatti (l’analisi concreta della situazione concreta come diceva abitualmente
Lenin).
Il risultato è che sia gli
uni che gli altri finiscono regolarmente per essere sopraffatti dagli
avvenimenti. Nella misura in cui la revisione critica delle posizioni
assunte nel passato risulta essere
sgradevole per tutti loro, inevitabilmente per coprire i propri errori
finiscono non di rado per assumere l’eclettismo a fondamento della loro
politica.
Il fenomeno
Cofferati e il dibattito nel Prc
Ad esempio se ci riferiamo
al dibattito sulla natura dei Ds, che ha attraversato il Prc per tutto il
periodo dei governi dell’Ulivo, risulta evidente come l’esperienza viva abbia
condannato le tesi di Bertinotti e di Ferrando (leader della minoranza interna)
rispetto alle prospettive per questo partito. Tra i due c’era dissenso su quasi
tutto, ma su un punto erano concordi,
cioè che i Ds fossero oramai diventati una forza liberale e borghese. Per
Ferrando al limite poteva essere considerata socialdemocratica solo la sinistra diessina alla quale non
apparteneva ai tempi Sergio Cofferati, che collaborava col governo sul versante
sindacale.
Questa discussione ci ha
visti impegnati nel V Congresso del Prc
lo scorso anno (rimandiamo i
lettori al corposo pacchetto di emendamenti che abbiamo presentato al documento
di minoranza). Già da tempo addietro (ad esempio su Falcemartello n° 142
dell’ottobre del 2000) però entravamo in polemica con le concezioni di Ferrando
e Bertinotti su alcuni punti fondamentali:
• La natura dei Ds,
nonostante lo spostamento a destra negli anni di governo di centrosinistra,
restava comunque quella tipica di un partito socialdemocratico e riformista,
per il forte legame che questo partito manteneva con gli apparati sindacali e
attraverso questi con il movimento operaio, per quanto in forme burocratiche.
• La socialdemocrazia, a
differenza di quanto pensava Bertinotti, non si caratterizza per essere il
partito delle riforme, ma per essere il partito che riesce attraverso i suoi
apparati e la sua tradizione ad esercitare l’influenza delle classi dominanti
sul movimento operaio.
Per giocare questo ruolo i
riformisti non possono tradire sempre e comunque i lavoratori, altrimenti alla
lunga non potrebbero più giocare quel ruolo. Riportavamo a tal proposito una
lucida affermazione di Trotskij(1).
• Se ne deduceva che con
il ritorno delle destre al governo, inevitabilmente si sarebbe aperta una crisi
nei Ds, con un settore (soprattutto sindacale) che sarebbe entrato in
contraddizione con il resto dell’apparato. Questo processo avrebbe
inevitabilmente condotto la Cgil a convocare scioperi contro Berlusconi e si
sarebbe rotta l’epoca di pace sociale. La crisi economica incipiente e il
contesto di mobilitazioni che si andava aprendo a livello internazionale erano
chiaramente dei processi che favorivano uno sbocco del genere.
Le nostre analisi, che
hanno poi trovato conferma, con la nascita del fenomeno Cofferati e con la
crescita della conflittualità sindacale sono state duramente contestate a suo
tempo nella maggioranza come in larghi settori della minoranza di Rifondazione.
E’ curioso che oggi
Ferrando (vedi il suo articolo “Le ragioni di un dissenso” su Liberazione del 20-1-03) critichi
Bertinotti sostenendo che:”Il nostro
partito ha sottovalutato a lungo, sul piano dell’analisi, l’ascesa del
cofferatismo”. Dovrebbe aggiungere
che il primo a sottovalutarlo è stato lui stesso e che gli unici che parlavano
di una tale possibilità eravamo noi di Falcemartello
in “splendido isolamento” e visti come marziani nelle riunioni degli organismi
dirigenti(2).
Ferrando riconosce oggi
nell’articolo succitato (e di questo ne siamo ben felici), che Cofferati non
punta a un partito socialdemocratico ma svolge una “funzione classicamente
socialdemocratica”. Trascurando sull’idea bizzarra del “leader
socialdemocratico senza partito socialdemocratico” (come se Cofferati non fosse
a capo di una precisa corrente nei Ds), è un mistero tutto da svelare come sia
stato possibile che un dirigente collocato fino alla metà del 2001 nella
corrente di maggioranza che dirigeva il partito (D’Alema-Veltroni), considerata
da Ferrando definitivamente borghese, sia diventato oggi il principale
esponente socialdemocratico in Italia.
La realtà, come spiegavamo
allora, è che era effettivamente in corso un processo di “mutazione genetica”
dei Ds, ma questo processo non si era affatto completato (se non per settori
molto ristretti organizzati attorno alla corrente di Morando), per cui il processo
di spostamento a destra quando si è palesata la crisi di strategia dei Ds si è
semplicemente invertito, almeno per quanto riguarda un settore dell’apparato.
Non è da escludersi
pertanto che un domani altri pezzi dell’apparato possano staccarsi per giungere
ai lidi cofferatiani.
Certo è che il cinese non può pensare di continuare
all’infinito a fare la propria battaglia per l’egemonia senza appoggiarsi
saldamente su una forza politica. Il sostegno di cui gode nell’apparato
sindacale e la lealtà che fino adesso continua a mostrargli il gruppo dirigente
della Cgil non può bastare e non può
durare all’infinito, se nel frattempo Cofferati non sarà in grado di
controllare un partito da utilizzare ai propri fini.
Svolta nei Ds o
Partito del Lavoro?
E’ in preparazione la
conferenza programmatica dei Ds, che dovrebbe svolgersi in un contesto politico
di guerra. Fassino si troverà sicuramente sulla difensiva e con tutta
probabilità tenterà di ridimensionare il ruolo dell’assise, che altrimenti
potrebbe diventare un serio pericolo per la sua segreteria se ci fosse un ampio
coinvolgimento della base e un suo pronunciamento.
Cofferati, in un contesto
del genere, potrebbe dare battaglia attorno ai temi del pacifismo, avendo dalla
sua un larghissimo sostegno militante. Non a caso la Cgil e la sinistra Ds
hanno investito significativamente attorno alla manifestazione del 15 febbraio.
Anche Fassino, malvolentieri e con molti distinguo, alla fine ha dovuto dare la
sua adesione.
Se l’Onu fosse coinvolta
nel conflitto (al momento in cui scriviamo questo aspetto non è ancora chiaro)
ci sarebbe una lacerazione grave e i Ds si troverebbero spaccati su un terreno
cruciale persino nel gruppo parlamentare.
Se ci fosse, come è
auspicabile, un movimento imponente contro la guerra, gli scenari che si
aprirebbero a quel punto sarebbero i seguenti:
• Fassino e D’Alema si
piegano alle pressioni di Cofferati e per opportunismo decidono di sostenere
“timidamente” un movimento contro la guerra voluta dall’Onu. Questa ipotesi è
senz’altro la più improbabile, perchè sancirebbe definitivamente la vittoria
del cinese e a quel punto lo
slittamento a sinistra dell’asse politico dell’insieme del partito, che
diverrebbe così un polo di attrazione per le correnti più a sinistra nel
panorama europeo dell’Internazionale Socialista e non solo.
• I dalemiani resistono
alle pressioni di Cofferati e continuano con la loro politica affermandosi come
maggioranza nei Ds. Il partito entra in crisi (perdendo consenso e militanti
più di quanti non ne abbia persi finora) e si creano le condizioni ideali per
una scissione da sinistra con la formazione del Partito del Lavoro auspicato da
Patta, Rinaldini e compagni (progetto a cui sembrano interessati anche Cossutta
e persino i Verdi).
• D’Alema resiste alle pressioni
di Cofferati, continua con la sua politica pro-borghese ma perde il controllo
del partito e la sua area finisce col diventare minoranza. Difficilmente una
situazione di questo tipo non provocherebbe alla lunga una scissione da destra
(almeno di alcuni pezzi).
Visti i rapporti di forza
attuali, l’ultima ipotesi diventa forse la più probabile, ma ricordiamo che si
tratta di uno scontro tra forze vive dove gli errori soggettivi in certe
condizioni possono giocare anche un ruolo determinante.
Quello che ci sembra di
escludere è che il partito possa ritrovare la tanto “sospirata” unità. I
tentativi di ricomposizione al vertice portati avanti da Fassino che hanno
trovato una sponda a sinistra, sembra, in Bassolino (e fino a un certo punto in
G. Berlinguer) non hanno grandi possibilità di riuscita a meno che non prenda
corpo un periodo di riflusso prolungato delle mobilitazioni operaie e
giovanili, ipotesi che per parte nostra ci sentiamo di escludere.
Dunque, presto o tardi a
una rottura si deve andare, nel partito, come nel sindacato.
Anche in Cgil, i dalemiani
stanno tentando chiaramente di riorganizzarsi basandosi sull’esasperazione di
alcuni settori dell’apparato, che ne hanno le tasche piene di convocare
scioperi e manifestazioni e vorrebbero tornare ai “tempi d’oro” della
concertazione e dell’unità sindacale.
Gli obiettivi di
Cofferati
L’ex-segretario della Cgil
è diventato ormai l’unico politico della sinistra in grado di far muovere
migliaia di persone (o decine di migliaia) ogni qualvolta partecipa a
un’assemblea.
I militanti che lo seguono
con entusiasmo, hanno ritrovato una speranza di fronte a una sinistra che è
stata largamente deludente per i suoi iscritti e per i lavoratori in generale.
Pur tuttavia, se Sergio
Cofferati non farà una radicale svolta politica, finirà lui stesso col deludere
i propri militanti tradendo le aspettative che ha suscitato in questi mesi.
Giungiamo a questa
conclusione non solo, e non tanto, per le politiche concertative di cui
Cofferati si è reso responsabile in passato (che tra l’altro non ha mai
rinnegato) ma per l’essenza del progetto che difende oggi.
In primo luogo a non
essere messo in discussione è il quadro delle alleanze del centrosinistra.
Cofferati si richiama al primo governo Prodi e propone l’allargamento a
Rifondazione. Sull’esperienza di quel governo e sui suoi disastri abbiamo già
detto.
Secondo lui quello della
“moneta unica” era un passaggio ineludibile, ma è quella stessa Europa
(capitalista) che Cofferati difende che oggi chiede nuova flessibilità, nuovi
tagli alle pensioni e allo stato sociale per rispettare i vincoli finanziari.
Certo l’ex-segretario
della Cgil propone di temperare le politiche liberiste con aggiustamenti
redistributivi, ma dimentica che il keynesismo a cui si richiama ha come base fondamentale
l’intervento dello Stato che indebitandosi stimola l’economia.
Questa politica, che
poteva essere applicata con relativo successo negli anni ‘60 (in pieno boom
economico e con gli Stati che avevano la metà dei debiti di quelli attuali)
oggi è improponibile ed è proprio questa la ragione oggettiva della svolta a
destra delle organizzazioni riformiste in Europa e nel mondo.
Solo mettendo in
discussione alla radice il capitalismo è possibile offrire oggi una seria
alternativa alle destre. La vicenda Fiat lo dimostra una volta di più. Solo
nazionalizzando l’azienda sotto il controllo dei lavoratori si dà una risposta
a migliaia di posti di lavoro messi in discussione non solo nell’azienda
torinese, ma in centinaia di altre in Italia e a livello mondiale.
La crisi del capitalismo
sta divorando su scala internazionale milioni di posti di lavoro e provoca solo
guerre e nuove oppressioni. Il declino del sistema si produce nonostante in diversi
paesi si stiano abbandonando le politiche iperliberiste di fine secolo (si
pensi al Giappone che con il ritorno a Keynes non è riuscito ad uscire da una
crisi recessiva in cui è entrato da dieci anni a questa parte).
Se Cofferati vuole essere
utile alla causa dei lavoratori, alla tutela dei loro diritti, deve rompere con
i rappresentanti borghesi dell’Ulivo (a partire dallo stesso Prodi) e deve
affiancare Rifondazione Comunista, la Fiom e le forze di classe, lottando per
il sì al referendum sull’articolo 18, che è la prima scadenza importante che il
movimento ha di fronte oltre alla mobilitazione contro la guerra.
Solo così contribuirà a
costruire l’unità del movimento operaio e la crescita di un’alternativa al
capitalismo. Altrimenti finirà, soprattutto se domani avesse responsabilità di
governo, col ripercorrere la stessa traiettoria di D’Alema, tradendo le
aspettative dei movimenti che ha contribuito a suscitare e di milioni di
lavoratori che in lui hanno ritrovato una speranza di lotta per un futuro
migliore.
Da comunisti, lo sfidiamo
a scendere sul terreno degli interessi della nostra classe, senza coltivare
particolari illusioni, ma dichiarandoci fin da ora disponibili a sostenere ogni
sua iniziativa che andasse, seppur parzialmente, nella giusta direzione.
L’esperienza dirà.
1- “I
riformisti sono traditori, ma non nel senso che in ogni momento e in tutte le
loro azioni eseguono gli ordini formali della borghesia. Se le cose stessero
così, i riformisti non avrebbero la minima influenza sugli operai e in questo
caso la borghesia non avrebbe bisogno di essi. Bisogna essere dei semplici di
spirito per pensare che unicamente per le qualità miracolose del terzo periodo
la classe abbandonerà in massa la socialdemocrazia e spingerà la burocrazia
riformista nelle braccia del fascismo. Il crescente malcontento contro il
governo socialdemocratico in Germania o laburista in Inghilterra, e
l’evoluzione degli scioperi parziali e sparsi verso movimenti di massa sempre
più ampi (quando si verificheranno davvero), avranno come conseguenza
inevitabile lo slittamento a sinistra di grandissima parte del campo
riformista. Ad eccezione forse degli elementi più coscienti dell’ala destra
(come J.H. Thomas, Hertmann Muller, Renaudel, ecc.) i socialdemocratici e i
signori di Amsterdam saranno costretti in talune circostanze a prendere essi
stessi la direzione del processo(...) Questa politica sarà inevitabile
soprattutto in relazione alla socialdemocrazia di sinistra, quella stessa che,
al momento della radicalizzazione delle masse, è maggiormente costretta a porsi
come antagonista dell’ala destra, fino a doversene forse separare con un’aperta
scissione. Tuttavia, una simile prospettiva non invalida assolutamente il fatto
che la direzione della socialdemocrazia di sinistra sia quasi sempre composta
dagli agenti più corrotti e più pericolosi della borghesia” (L.Trotskij, Il
“Terzo Periodo” degli errori dell’Internazionale Comunista).
2- Ancora nel
giugno del 2001, a poche settimane dallo sciopero separato della Fiom e dalle
giornate di Genova, Ferrando sosteneva che: “il governo, interessato a
consolidare la relazione con casa Agnelli e la grande impresa, non solo non
mostra entusiasmo per il sindacalismo d’assalto di Confindustria, ma punta a
sottrarsi alle sue pressioni e ad aprire alla Cgil. E su un altro versante, ma
per le medesime ragioni, tenta persino un’aperture di dialogo con il movimento
antiglobalizzazione in una logica di concertazione e pacificazione.
Disinnescare ogni miccia: questa è la preoccupazione centrale del governo”. E
ancora: “Proprio per questo la soluzione Aznar (cioè una nuova stagione di pace
sociale tra Cgil e destre. NdR) si presenta a Berlusconi come l’unica possibile
‘quadratura del cerchio’ (...) la disponibilità dichiarata di Sergio Cofferati per
una concertazione di modello spagnolo configura non solo nuovi cedimenti
sindacali ma un vero e proprio crimine politico nei confronti della propria
base sociale, a vantaggio di Berlusconi-Bossi-Fini.” (Proposta n°31)
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