FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
La polveriera
medio-orientale
Il Medio Oriente è in preda
ad una delle crisi politiche ed economiche più profonde della storia. La
tragedia palestinese e la guerra all’Iraq agiscono in questa crisi come due
potenti catalizzatori. Il Presidente dell’Egitto Mubarak ha lanciato un
avvertimento alla Casa Bianca: “In caso di guerra all’Iraq nessuno potrà tenere
le masse arabe”.
di Dario Salvetti
Un assaggio della rabbia
covata dalle popolazioni arabe lo si è avuto nell’aprile del 2002. In seguito
all’offensiva israeliana del 29 marzo nei territori occupati, un’ondata di
manifestazioni spontanee ha attraversato tutti i paesi arabi senza eccezione. I
cortei più grandi sono stati il 9 aprile al Cairo con 500mila manifestanti ed
in Marocco con 3 milioni di persone. Al Cairo gli attacchi della polizia hanno
causato un morto tra i manifestanti. Lo stesso è avvenuto nello Yemen. Dovunque
la reazione dei regimi arabi è stata quella del bastone e della carota. In
Giordania il governo ha cercato di incanalare la protesta facendo marciare i
propri ministri alla testa di un corteo di 80mila persone ad Amman, mentre ad
Al Bakaa, cittadina del nord della Giordania con forte presenza palestinese, le
truppe antisommossa causavano un morto tra i manifestanti. Al Bakaa è stata poi
assediata dai carri armati per una settimana. Manifestazioni di dimensioni
minori ma comunque significative ci sono state nel Bahrein (20mila persone),
nell’Oman, negli Emirati Arabi, nel Qatar e addirittura nel Kuwait.
Il segretario di Stato
americano Powell ha così commentato quelle giornate: “Due o tre giorni dopo l’inizio delle incursioni israeliane le
ambasciate americane hanno cominciato a informarci delle conseguenze nelle
piazze per i leader della regione. Abbiamo visto cose che non ci saremmo mai
immaginati di vedere: auto in fiamme nel Bahrein, mezzo milione di persone che
manifestava in Marocco, altre manifestazioni in Egitto. La situazione ci
preoccupa e questa preoccupazione è dovuta al fatto che non ci troviamo più di
fronte ad un conflitto fra le due parti nei territori occupati, bensì di fronte
a qualcosa che ribolle come un calderone e trabocca, toccando non soltanto gli
interessi di Israele, ma anche quelli americani e in maniera duratura, sul
lungo termine”.
La Giordania
Nel cosiddetto Medio
Oriente risiedono il 65% delle riserve petrolifere conosciute. Nessun’altra
regione a livello mondiale sarebbe in grado di sostituire i rifornimenti
petroliferi derivanti da questa zona.
Ovviamente le tensioni
sulla questione del petrolio non sono le uniche cause dei crescenti screzi tra
Stati Uniti e paesi arabi. Le cricche dominanti arabe sono costrette a prendere
pubblicamente posizioni anti-americane e anche per cercare di cavalcare la
rabbia che si sta accumulando nei propri paesi.
L’esempio più evidente di
questa contraddizione è la Giordania. La monarchia giordana Hashemita è
fortemente dipendente dagli Usa. L’economia, in questo momento, si sta reggendo
in piedi solo grazie al lavoro sporco che svolge per gli Stati Uniti. La
Giordania, infatti, è stata inserita nel programma di scambi con l’Iraq “Oil for food”. L’Iraq è costretto a
vendere alla Giordania 5,5 milioni di tonnellate di petrolio all’anno al prezzo
stracciato di 19 dollari al barile. Naturalmente questo petrolio viene
immediatamente girato alle potenze occidentali. Gli Usa hanno ripagato questi
servigi con un sussidio di 500 milioni di dollari nel 2002.
Questa dipendenza non
permetterà alla Giordania di rimanere fuori dalla guerra. Nonostante il re
Abdallah abbia giurato e spergiurato di non star concedendo aiuti per preparare
la guerra all’Iraq, i soldati anglo-americani da tempo si stanno addestrando
nel deserto giordano.
L’Iraq assorbe il 20%
delle esportazioni giordane. La guerra priverà l’economia di alcune delle
principali entrate, con un aumento della disoccupazione e dello scontento
sociale. A questo si aggiunge la ferita aperta dalla situazione palestinese; il
60% della popolazione giordana è di origine palestinese. Nonostante re Abdallah
sia avvezzo a farsi riprendere dalle televisioni mentre dona sangue per i
bambini palestinesi, esclude di interrompere i rapporti economici con Israele
regolati dal Trattato Commerciale del 1994.
L’Egitto
Le giornate di aprile
hanno visto il proprio apice in Egitto. Questo è un riflesso della situazione disastrosa
in cui si trova l’economia. Il livello ufficiale di disoccupazione è del 9%, ma
la stima più verosimile è che si aggiri attorno al 17%. Tale cifra sale al 40%
tra i giovani sotto i 25 anni. La borsa è crollata del 15% medio annuo per 3
anni consecutivi. La vita artistica rappresenta in questo caso un termometro
abbastanza fedele dello stato d’animo delle masse. Il regista Raafat El Meehy
ha dichiarato quest’estate: “Se nelle mie
pellicole inserisco (...) le immagini di una bandiera Usa che brucia, il
pubblico è soddisfatto e affolla numeroso il cinema”. L’hit musicale “Odio Israele” è stato per diversi mesi
nei primi posti della classifica.
Durante le manifestazioni
di aprile i cortei del Cairo si erano conclusi non di fronte all’ambasciata
americana, ma di fronte agli uffici della Lega Araba con slogan contro gli
attuali regimi arabi ed inneggianti a Nasser. Nasser era arrivato al potere nel
1952 iniziando una campagna di nazionalizzazione dei settori chiave
dell’economia sfociata nel 1956 con la nazionalizzazione
del canale di Suez tra il tripudio popolare. Gli anni del nasserismo avevano
registrato un certo miglioramento delle condizioni economiche egiziane. Al
contrario dal 1979, anno in cui venne firmato il trattato di pace tra
Washington, Israele ed Egitto, l’economia è stata ampiamente privatizzata e le
condizioni delle masse sono peggiorate in maniera drastica e costante.
L’attuale presidente
Mubarak sta giocando a nascondino con le aspirazioni delle masse egiziane. In
piazza e nei suoi discorsi si unisce al ricordo del “glorioso Nasser”, ma nella realtà non può fare a meno degli aiuti
americani (2 miliardi di dollari all’anno). Tenere il piede in due scarpe in un
paese sull’orlo del disastro economico-sociale non è mai consigliabile.
L’Arabia Saudita
Durante tutti gli anni
‘80, l’Arabia Saudita in accordo con l’imperialismo, ha promosso l’espansione
del fondamentalismo islamico a livello internazionale (Afghanistan, Cecenia,
Algeria) attraverso la corrente islamica wahabita (Bin Laden ne è un
espressione) da utilizzare contro l’Urss e le lotte operaie nei paesi arabi.
La guerra del Golfo del
1991 ha segnato però uno strappo profondo tra la monarchia e il wahabismo più
ortodosso, aumentando l’instabilità interna alla cricca araba dominante.
La necessità dell’Arabia
di tenere inutilizzata la metà delle propria capacità produttiva petrolifera
per tenere alto il costo del greggio non si scontra solo con le esigenze
imperialiste ma ha un effetto estremamente più importante sulla disoccupazione.
Il 15% della popolazione è disoccupata. Si tratta di una cifra sbalorditiva
considerato che le donne non sono contate in simile statistica. La monarchia ha
cercato di reggersi per anni sia sul fondamentalismo wahhabita sia sul razzismo
verso i lavoratori immigrati. L’Arabia, infatti, è terra di immigrazione dallo
Yemen, dal Pakistan, dall’Egitto, dall’Indonesia e dalle Filippine. Con il
rallentamento dell’economia le condizioni di questi lavoratori sono
terribilmente peggiorate, soprattutto con l’introduzione di una tassa del 10%
sui loro salari.
Ammutinamenti
nell’esercito, insurrezioni locali e scontri di diversi tipi iniziano ad essere
sempre più frequenti nel paese, tanto che anche i membri della famiglia reale
hanno dovuto accennare nei propri discorsi pubblici al numero crescente di “disturbi”. Nella cricca dominante
saudita si è aperta una discussione sulla concessione di una serie di riforme
per ammorbidire l’attuale regime monarchico. Si tratta di un tentativo di
prevenire con concessioni dall’alto un’esplosione sociale dal basso.
Per la federazione
socialista del Medio Oriente
In Giordania l’82% dei
lavoratori ritiene che i “valori
americani” siano negativi per il mondo. In Egitto le masse usano il nome
degli Usa e di Israele per indicare in realtà la propria povertà e danno il
nome Nasser alle proprie aspirazioni ad un mondo migliore. L’antiamericanismo
delle masse arabe sarà strumentalizzato dal fondamentalismo islamico, dalle
peggiori idee reazionarie, da qualche altro imperialismo straniero che si
presenterà come l’imperialismo buono oppure tale sentimento sarà trasformato in
una lotta cosciente contro il capitalismo? Questa è la questione che si pone di
fronte ai marxisti.
La propaganda borghese in
occidente ha imparato a gonfiare ad arte il peso del fondamentalismo islamico
nei paesi arabi.
E’ evidente che in alcune
zone il fondamentalismo ha un peso, ma è anche evidente che questo peso è
direttamente proporzionale all’assenza di una seria alternativa
anti-capitalista.
Soltanto la nazionalizzazione
delle principali risorse in un regime di democrazia operaia basato sulla
pianificazione economica, potrà garantire che la ricchezza generata dai
lavoratori sia indirizzata verso il miglioramento della vita delle masse.
Soltanto questo porrà fine
all’esasperazione sociale che produce il terrorismo, il fondamentalismo e
l’odio religioso. Non c’è nessuna terza via tra l’attuale situazione ed il
socialismo: per una Federazione Socialista del Medio Oriente inserita nella
Federazione Socialista mondiale!
Il testo integrale
dell’articolo può essere scaricato dal sito www.marxismo.net
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