FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
Mobilitiamoci contro la
guerra e il capitalismo!
La lotta contro
l’imperialismo è una lotta contro il capitalismo
Si può giustificare
questa guerra? La guerra in preparazione da parte degli Usa è un atto sfacciato
di aggressione contro il popolo iracheno. Non ha nulla di progressista. La
farsa delle “ispezioni” è stata messa a nudo per quello che è. Non è stata trovata
una briciola di prove credibili. L’ultima squadra di ispettori dell’Onu aveva
dichiarato di aver distrutto il 95% delle armi di distruzione di massa in
possesso dell’Iraq. Ben poco può essere rimasto. In ogni modo dopo oltre un
decennio di sanzioni, il potenziale militare dell’esercito iracheno è stato
fortemente ridotto e non può porre alcuna seria minaccia agli Usa, i quali
possiedono un enorme arsenale di armi di distruzione di massa.
I piani dettagliati per
l’invasione e l’occupazione dell’Iraq erano già pronti ben prima di Natale,
vale a dire prima che Blix e la sua banda avessero persino cominciato il loro
lavoro. È perciò assolutamente chiaro che la questione delle armi di
distruzione di massa non ha nulla a che vedere con l’aggressione Usa all’Iraq.
La questione centrale è sempre stata quella di un cambiamento di regime, vale a
dire la rimozione di Saddam Hussein e la sua sostituzione con una marionetta
americana.
Pur fingendo di essere
imparziali, Blix e la sua squadra stanno giocando il ruolo di provocatori. Gli
iracheni vengono costantemente provocati nella speranza che essi rispondano con
un atto di forza che sarebbe immediatamente utilizzato come pretesto per
l’inizio delle ostilità. Baghdad li ha accusati di atti di spionaggio, il che è
probabilmente vero. Il loro vero
obiettivo non è di prevenire la guerra, ma di fornire una scusa per la guerra
stessa.
Altrettanto privo di
contenuto è il tentativo di dipingere l’attacco all’Iraq come parte della
“guerra la terrorismo”. Non c’è la minima prova dei legami fra l’Iraq e
Al-Qaeda. I tentativi della Cia di dimostrare l’esistenza di tale legame
confinano col ridicolo. La “cellula di Al-Qaeda” che dicono di aver scoperto
nell’Iraq settentrionale non è neppure situata in un territorio controllato dal
governo iracheno. Questo non è sorprendente, poiché il regime iracheno è ben
noto per essere laico e non è mai stato amichevole verso i fondamentalisti.
L’argomento
“democratico”
Bush e Blair piangono
lacrime di coccodrillo per la mancanza di democrazia in Iraq, ma apparentemente
non si accorgono della mancanza di democrazia in Arabia Saudita, uno dei loro
alleati chiave nella regione, dove le elezioni e la libertà di parola sono
sconosciute, le donne non hanno neppure diritto a guidare un’auto e vengono lapidate
per adulterio, ai ladri si amputano gli arti. Che dire della Turchia, altro
principale alleato dell’America?
Il regime borghese turco
ha un passato terrificante per quanto riguarda i diritti umani. Ha ucciso,
torturato e incarcerato migliaia di sindacalisti, massacrato i prigionieri
nelle loro celle e condotto per decenni una guerra sanguinosa contro i curdi.
Tuttavia questo stesso regime si appresta a prendere posto a fianco di America
e Gran Bretagna nella crociata per la democrazia e… per i diritti dei curdi!
Questo piccolo dettaglio è di per se sufficiente a testimoniare la bancarotta
morale e l’ipocrisia nauseante dell’intera avventura.
Tutta la storia mostra
come l’imperialismo Usa non abbia alcun problema nel sostenere le dittature, a
condizione che queste appoggino e promuovano gli interessi degli Usa stessi.
L’argomento democratico
non può avere quindi alcuna validità se viene avanzato da questi gentiluomini. Il rovesciamento di Saddam Hussein è compito
del popolo iracheno e di nessun altro.
La questione
nazionale
Nel 1983 l’attuale
ministro della difesa Usa Donald Rumsfeld visitò Saddam a Baghdad proprio
mentre questi stava lanciando degli attacchi usando gas contro i soldati
iraniani. Fintanto che Saddam Hussein ammazzava gli iraniani veniva considerato
un alleato fedele. Gli americani e i britannici aprirono le linee di credito a
Saddam per l’acquisto di armamenti ed egli ricevette ogni sorta di aiuti
militari e di altro genere. Allo stesso
modo, gli Usa avevano armato e finanziato Bin Laden e i Talebani fintanto che
questi ammazzavano i russi. Gli
imperialisti Usa sono direttamente responsabili di aver creato questi folli che
ora demonizzano come terroristi e “Asse del male”.
Un anno prima della guerra
del Golfo, gli Usa inviarono a Saddam motori per elicotteri, 21 lotti di
diversi ceppi di antrace, centinaia di tonnellate di gas nervino mortale sarin
e gli fornirono le informazioni raccolte dalle basi degli Awax in Arabia
Saudita. Quindi gli angloamericani non possono dire di essere stati all’oscuro
dei fatti. Sapevano tutto dei crimini della dittatura. Proprio prima che Saddam
schiacciasse i curdi a Halabja, nel 1988, Londra aveva inviato un ministro a
Baghdad per discutere con Saddam di questioni commerciali. Dopo che questi
aveva ammazzato 5mila curdi con gli attacchi a base di gas, ricevette ulteriori
340 milioni di sterline di crediti per gli accordi commerciali e gli americani
gli diedero un altro miliardo di dollari.
Lo scorso dicembre gli Usa
hanno confiscato le 12mila pagine di documentazione sui programmi
armamentistici presentate dall’Iraq. La scusa degli Usa fu che esse contenevano
“informazioni riservate” che richiedevano “alcuni ritocchi”. I “ritocchi” sono
stati tali che solo un quarto del documento originale è stato reso disponibile
ai membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il vero motivo
era che dovevano nascondere il fatto che non meno di 150 compagnie (Usa,
britanniche e altre) avevano fornito all’Iraq la tecnologia nucleare, chimica e
missilistica, spesso con transazioni illegali.
Nel 1991, dopo la
sconfitta irachena, la popolazione sciita nell’Iraq meridionale venne
incoraggiata a sollevarsi contro il governo centrale. Sotto la pressione
dell’Arabia Saudita, che temeva l’aumento dell’influenza sciita (e iraniana) in
Iraq, gli Americani si tennero da parte e permisero alle forze di Saddam
Hussein di massacrare gli sciiti. Come si può sostenere che agli imperialisti
interessi qualcosa del destino delle minoranze nazionali in Iraq?
Su questo dobbiamo essere chiari:
presentare questa guerra di aggressione come un mezzo per ottenere
l’autodeterminazione curda è un atto di tradimento. La Turchia, il principale
alleato degli Usa nella regione, non lo permetterebbe mai. Se la borghesia
turca sta considerando la possibilità di unirsi a questa guerra, non è per
amore della democrazia e certo non per amore dei curdi! Essa ha posto gli occhi
sui campi petroliferi di Mosul e Kirkuk, che i curdi a loro volta rivendicano.
Il piano di Ankara prevede che se i curdi tenteranno di prendere i pozzi,
l’esercito turco invaderà e li schiaccerà mentre gli americani staranno a
guardare.
Noi difendiamo il diritto
del popolo curdo ad una patria, ma dobbiamo sottolineare che questo è possibile
solamente attraverso il rovesciamento rivoluzionario dei regimi reazionari di
Baghdad, Teheran e Ankara. Su basi capitaliste non esiste una reale soluzione
per il problema curdo. I curdi devono unirsi ai lavoratori turchi, iraniani e
iracheni nella lotta per il potere operaio e contadino. Sulla base di una
federazione socialista sarebbe possibile ottenere una repubblica curda
socialista autonoma, con i pieni diritti democratici e nazionali incluso quello
alla secessione se tale fosse il desiderio della popolazione.
Coloro che sostengono che l’unica
via per ottenere l’autodeterminazione nazionale è sostenere l’imperialismo
contro Baghdad ingannano i popoli. È una politica criminale e reazionaria che
condurrà una volta di più i curdi e gli sciiti in un vicolo cieco. Su queste
basi non c’è via d’uscita per i curdi, gli sciiti e altri popoli della regione.
Una guerra senza
vittime?
Poiché gli imperialisti
britannici e Usa stanno incontrando una resistenza più seria del previsto al
loro interno, ora tentano di convincere l’opinione pubblica che la guerra
consisterà solo in qualche piccolo “intervento chirurgico” diretto
esclusivamente contro obiettivi militari. La popolazione civile non soffrirà e
si precipiterà per le strade con le lacrime agli occhi e mazzi di fiori per
salutare i “liberatori” stranieri. Come sempre, la distanza fra la propaganda
ufficiale e la realtà è abissale.
Nonostante la stampa non
dia grande spazio all’argomento, l’aviazione anglobritannica bombarda
continuativamente l’Iraq da oltre dieci anni. Solo lo scorso anno la Gran Bretagna
ha speso quattro milioni di sterline (circa sei milioni di euro) in queste
attività criminali. Nello stesso periodo oltre un milione di iracheni sono
morti come conseguenza di un embargo crudele che ha paralizzato l’economia e
spinto quella che era una nazione prospera in una condizione di povertà e
disperazione. Ora, non contenti di questo, Bush e Blair si preparano per un
nuovo assalto sanguinoso.
Il vero livello delle
perdite civili sarà molto superiore a quanto si vuole suggerire. Secondo un rapporto
filtrato dal Pentagono, solo nelle prime 48 ore pioveranno sull’Iraq 800
missili Cruise, cioè oltre il doppio del totale lanciato in tutti i 40 giorni
della campagna del 1991. Tutte le chiacchiere sulle bombe intelligenti non sono
che un trucco per ingannare l’opinione pubblica e spingerla a pensare che non
vi saranno vittime civili: un’assoluta stupidaggine, poiché è ormai di pubblico
dominio che la propaganda sulle “bombe intelligenti” nella guerra jugoslava non
era che un modo per fuorviare l’opinione pubblica.
Lo scopo reale degli
invasori è stato rivelato dal portavoce del Pentagono, il quale ha dichiarato
che intendono scuotere l’Iraq “fisicamente, emotivamente e psicologicamente”.
Uno stratega di nome Harlan Ullman ha dichiarato: “Non ci sarà un solo posto sicuro in tutta Baghdad. La vera portata di
ciò non è mai stata contemplata in passato (…) Ci sarà questo effetto
simultaneo, simile piuttosto alla bomba nucleare di Hiroshima, non nell’arco di
giorni o settimane, ma di pochi minuti.” George Bush dichiara di essere
pronto a usare armi nucleari “se necessario”. Questo è il volto brutale
nascosto dietro la maschera della “democrazia umanitaria”.
Con ogni probabilità il
costo in vite umane sarà terrificante. Un rapporto confidenziale dell’organizzazione
mondiale della sanità, citato da John Pilger nel Daily Mirror (29 gennaio 2003) stima che “500mila persone potrebbero richiedere cure come conseguenza di ferite
dirette o indirette”. Inoltre, l’ammontare dei morti e delle sofferenze
sarà superiore a quello delle vittime dei bombardamenti.
Dopo l’ultima guerra del
Golfo gli americani e i loro alleati hanno lasciato tra le 300 e le 800
tonnellate di uranio 238 impoverito, contenuto nei proiettili anticarro e in
altri esplosivi, sui campi di battaglia iracheni. Le conseguenze per la
popolazione irachena sono state orribili. L’uranio impoverito è causa di tumori
al sangue, alle ossa e ai reni e si disperde in nubi di minuscole particelle
radioattive che possono essere respirate. È praticamente impossibile
distruggerlo, e pertanto larghe parti dell’Iraq sono contaminate
permanentemente dalla radioattività.
I pediatri di Bassora
hanno registrato un aumento del 1.200% nell’incidenza di tumori e leucemia fra
i bambini dopo l’ultima guerra. Il numero di nati malformati è raddoppiato
nelle aree dove venne usato l’uranio impoverito. Nascono bambini privi di
occhi, o di cervello. Prima del 1991 questo tipo di malattie erano praticamente
sconosciute. A causa delle mostruose sanzioni imposte all’Iraq dopo quella guerra,
i medici iracheni sono stati impossibilitati ad ottenere macchinari,
antibiotici, farmaci per la chemioterapia e altri equipaggiamenti necessari per
la cura di questi bambini.
Questi effetti erano ben
noti agli esperti americani, poiché li stavano studiando già prima della scorsa
guerra. Questo dice tutto il necessario per conoscere i sentimenti umanitari
dei dirigenti della nostra civiltà occidentale. Ora si preparano a infliggere
nuovi orrori al popolo di questo paese.
Non è un caso che la
cricca dirigente di Washington sia piena di petrolieri. George W Bush, oltre ad
essere il figlio del magnate petrolifero George Bush senior, è il fondatore
della compagnia petrolifera Arbusto, nonché ex azionista della Spectrum 7
Energy, un’altra compagnia petrolifera, ed ex direttore della Harken Oil and
Gas. Il suo vicepresidente Dick Cheney è l’ex amministratore delegato della
Halliburton Industries ad è coinvolto nella Unocla, la Exxon, la Shell e la
Chevron: un vero e proprio elenco telefonico delle grandi compagnie
petrolifere. Non dimentichiamo Condoleeza Rice, ex direttrice della Chevron Oil
e della Caspian Oil. La Rice è così intimamente coinvolta nell’industria
petrolifera che hanno battezzato col suo nome una petroliera. Questi stretti
legami con le grandi compagnie petrolifere indubbiamente rivestono un ruolo
importante nei loro calcoli.
Contraddizioni nel
campo imperialista
L’imperialismo americano,
che sta mostrando un completo disprezzo per l’opinione pubblica mondiale, si
trova isolato con l’eccezione della Gran Bretagna, ma è sostanzialmente
indifferente. Sanno che il loro isolamento sarà temporaneo e che i loro dubbi
“alleati” possono essere piegati con una mistura di corruzione e minacce. Alti
funzionari Usa hanno detto chiaramente che la risoluzione 1441 dà a Washington
le basi legali per entrare in guerra unilateralmente se il Consiglio di
sicurezza non dovesse trovare un accordo su come rispondere a ulteriori
violazioni da parte di Baghdad. L’attacco comincerà quindi prima della fine di
marzo, poiché dopo quella data il caldo intenso del deserto causerebbe seri
problemi.
È chiaro che esistono
profonde fratture e contraddizioni fra le diverse potenze imperialiste. Gli
Usa, la Francia e la Russia sono tutte in gara per sostenere le proprie
posizioni sulla scena mondiale e particolarmente in Medio Oriente. si stanno
ancora accapigliando sulla reale portata del mandato dell’Onu per disarmare
Saddam, ma questi litigi sono in realtà irrilevanti. Il tempo dei convenevoli
diplomatici è scaduto. Le proteste di Parigi e Berlino non hanno alcun effetto.
Nelle prossime settimane si acquieteranno sempre di più. I russi hanno già
cambiato musica e i francesi stanno facendo lo stesso. Dopotutto, perché
correre rischi inutili?
Di fatto non possono fare
molto, a meno che non vogliano affrontare una guerra con gli Usa. Un’azione
unilaterale da parte degli Usa avrebbe messo a nudo la completa impotenza del
Consiglio di Sicurezza e smascherato il bluff di Parigi e Mosca. Di fronte al
fatto compiuto, i russi hanno già raggiunto un accordo con Washington per
sostenere l’invasione dell’Iraq in cambio dei contratti, di denaro e di un po’
di “comprensione” per il loro piccolo problema ceceno.
I russi, pertanto, dopo
aver fatto molto rumore si preparano a un voltafaccia quando giunga il momento
della verità. Per compensarli delle loro difficoltà si sono visti offrire
sottobanco qualche piccola graziosa concessione. Il problema con i francesi è
un po’ più complicato. Vogliono incrementare il proprio ruolo mondiale e hanno
interessi in Iraq che non quadrano con i piani americani. Ma anche ai francesi
si farà comprendere che se pongono il veto sui piani di Washington nel
Consiglio di Sicurezza, gli americani e i britannici attaccheranno ugualmente
l’Iraq e i francesi verranno umiliati (il che è un male) e lasciati senza alcun
contratto petrolifero (il che è anche peggio). Anche la Francia si prepara a
cambiare musica.
Gli europei non sono più
pacifisti o moralisti degli americani, sono solo più deboli. Il loro
attaccamento alla pace e alla diplomazia dipende dalla loro mancanza di mezzi
militari per imporre la propria volontà allo stesso modo degli americani. Gli
Usa si aprono la strada nel mondo a gomitate, spazzando via ogni opposizione e
imponendo le proprie posizioni con un misto di arroganza, minacce e corruzione.
È il mondo del padrino trasferito
nell’arena della politica mondiale.
L’Onu messa a nudo
Non c’è peggior cieco di
chi non vuol vedere. A dispetto di tutto, ci sono ancora delle anime semplici
che ancora credono a qualcosa chiamato diritto internazionale. Queste persone
benintenzionate incredibilmente vogliono ancora appellarsi alle Nazioni Unite
per prevenire la guerra.
La posizione in favore
dell’Onu non solo era ingenua e poco lungimirante, ma è stata attivamente dannosa.
Il voto nel Consiglio di Sicurezza non è stato altro che una cortina fumogena,
dietro la quale i preparativi di guerra sono continuati a ritmo febbrile.
Mentre l’opinione pubblica mondiale veniva distratta dalle smorfie del
Consiglio di Sicurezza, Bush e i suoi alti ufficiali avevano già approvato le
linee fondamentali del piano che implicava un attacco terrestre all’Iraq con il
coinvolgimento di oltre 200mila soldati.
Molto tempo fa, Lenin riversava
il suo disprezzo su coloro i quali per “fermare le guerre” si appellavano alla
Società delle Nazioni, che descrisse come “quel covo di briganti”. L’Onu non è
in nulla migliore della Società delle Nazioni. Laddove l’Onu è intervenuta,
come accadde in Corea o in Congo, ha avuto un ruolo apertamente
controrivoluzionario. Il caso iracheno non è diverso.
L’Onu non è un arbitro neutrale, ma un forum di
potenze capitaliste che a volte raggiungono un accordo su questioni secondarie,
ma che sui problemi decisivi non ha alcuna influenza. È fin troppo lampante il
contrasto tra l’inattività supina dell’Onu riguardo la Palestina e la sua
aperta difesa dell’aggressione Usa all’Iraq. L’Onu sta a braccia conserte
mentre Sharon massacra civili palestinesi disarmati e sfida sfacciatamente le
sue risoluzioni. Allo stesso tempo George W. Bush, che con tanto zelo difende
l’autorità dell’Onu contro l’Iraq, non cita neppure il fatto che Israele sputa
in faccia all’Onu da decenni. Al contrario, si schiera con Sharon.
Tutto questo mostra una
volta di più la natura completamente reazionaria delle Nazioni disunite e
l’atteggiamento disperatamente utopistico di quella sinistra e di quei
pacifisti che sempre si appellano all’Onu per “difendere la pace”. Tuttavia non
è impossibile che gli Usa, con una combinazione di minacce e corruzione,
possano ottenere nel Consiglio di sicurezza una nuova risoluzione adatta alle
loro necessità.
La lezione di tutto questo
dovrebbe essere chiara anche a un cieco: come
non può esistere un arbitrato imparziale fra le classi, così non può esistere
tra le nazioni. È pertanto completamente inaccettabile per dei militanti della
sinistra avere qualsiasi illusione nell’Onu o appellarsi ad essa in qualsiasi
circostanza. Condanniamo qualsiasi tentativo di far dipendere il destino del
popolo iracheno dagli intrighi dell’Onu. È una sciocchezza che può solo servire a confondere la questione e
potenzialmente a fornire una scusa per la guerra. Siamo completamente contrari
a qualsiasi attacco all’Iraq, sia esso con o senza la benedizione del Consiglio
di sicurezza.
Democrazia e
imperialismo
L’insieme del commercio
mondiale è controllato da non più di 200 gigantesche multinazionali, la
maggioranza delle quali sono americane. Tutte le decisioni importanti vengono
prese nei consigli di amministrazione di questi grandi monopoli. Piccoli gruppi
di uomini e donne, non eletti da nessuno e che non devono rendere conto a
nessuno, decidono dei destini di intere nazioni. Decidono se milioni di persone
potranno lavorare o no, se mangeranno o se digiuneranno, se vivranno o
moriranno.
In bocca a Bush e a Blair,
la parola “democrazia” non è che uno pseudonimo per la dittatura delle grandi
banche e dei monopoli, “pace” sta per dominio militare degli Usa e disarmo dei
loro nemici, e l’“umanitarismo” non è
che una foglia di fico per giustificare i più brutali interventi militari.
Ma anche negli Usa la
marea comincia a cambiare. Le manifestazioni di massa a Washington e San
Francisco, prima ancora dell’inizio delle ostilità, sono un segno di quello che
si prepara.
I diritti democratici sono
sotto attacco in ogni luogo e all’apparato statale vengono dati nuovi e
draconiani poteri repressivi. Si approvano a tambur battente leggi
antiterrorismo senza alcuna opposizione, leggi che domani potrebbero essere
usate contro il movimento operaio. Si limitano i diritti democratici in nome
della “guerra al terrorismo”, e si stanziano enormi somme di denaro per i
servizi segreti i quali l’11 settembre hanno dimostrato la loro completa
inettitudine, eppure nessuno ora mette in discussione le loro azioni. L’orrendo
trattamento di prigionieri disarmati nella base americana di Guantanamo mostra
la crudeltà, calcolata e a sangue freddo, degli imperialisti americani. Si
torturano sistematicamente, si umiliano e si maltrattano prigionieri disarmati
che non sono mai stati sottoposti a processo. Tutto questo viene accettato
senza problemi dalla nostra “libera stampa”, poiché i prigionieri sono
considerati terroristi.
Dobbiamo lottare contro
ogni tentativo di limitare i diritti democratici, in particolare il diritto di
sciopero, di protestare e manifestare: diritti per i quali il movimento operaio
ha lottato contro la resistenza feroce dei capitalisti che oggi si atteggiano
disinvoltamente a “veri democratici”. In realtà, l’élite privilegiata è sempre
stata nemica della democrazia e l’ha tollerata solo in forma ristretta e
mutilata nella misura in cui vi era costretta dalla pressione delle masse. Il
movimento operaio non deve accettare alcuna restrizione dei diritti democratici
in nome della cosiddetta guerra al terrorismo, quale che ne sia il pretesto. È
nel nostro interesse che vi sia la massima estensione dei diritti democratici,
poiché questo dà alla classe operaia le condizioni più favorevoli per lottare per
la trasformazione della società. Tuttavia, comprendiamo che nessuno di questi
diritti è al sicuro fintanto che le banche, la terra, le grandi compagnie
rimangono monopolio privato di una potente oligarchia di ricchi.
Propaganda e
diplomazia
Prima dello scoppio di
qualsiasi guerra c’è sempre una valanga di propaganda volta a confondere
l’opinione pubblica, a giustificare l’aggressione e a demonizzare l’avversario
rigettando le colpe sull’altra parte. È necessario seguire i meandri della diplomazia
internazionale e scoprire le manovre e gli interessi che si nascondono dietro
le frasi altisonanti.
Se accettiamo la direzione
della borghesia nelle questioni internazionali, inevitabilmente finiremo con
l’accettare la dittatura del capitale nelle questioni interne. La politica
estera non è che la continuazione della politica interna. La guerra è la
continuazione della politica con altri mezzi. Non possiamo pertanto avere una
politica per i periodi di pace e un’altra, completamente differente, per i tempi
di guerra. Tanto in guerra come in pace ci opporremo implacabilmente ai padroni
e al loro stato e lotteremo per difendere gli interessi e l’indipendenza della
classe lavoratrice e delle sue organizzazioni.
Solo i lavoratori di tutti
i paesi non hanno alcun interesse nelle guerre e nell’oppressione di un popolo
da parte di un altro. Il capitalismo inevitabilmente produce l’imperialismo e
la lotta per i mercati esteri, le materie prime, i territori e le sfere
d’influenza. Il capitalismo significa
guerra. La lotta contro la guerra è pertanto inseparabile dalla lotta contro il
capitalismo, per la trasformazione socialista della società.
Il capitalismo
significa guerra
Affrontare la guerra da un
punto di vista puramente sentimentale o pacifista è un esercizio sterile.
Sarebbe come un dottore il quale invece di fornire una diagnosi accurata e una
cura adeguata si limitasse a spargere lacrime sul paziente. Il paziente potrà
anche esser grato per questa manifestazione di simpatia, ma difficilmente ne
trarrà qualche beneficio.
Per condurre una lotta
efficace contro la guerra è innanzitutto necessario comprenderne le cause, e
questo è possibile solo se si afferrano gli interessi di classe che stanno
dietro le guerre. Lenin spiegò molti tempo fa che il capitalismo significa
guerra. Nell’attuale epoca di declino capitalista queste parole sono ancora più
vere di quando vennero scritte. La crisi globale del capitalismo si esprime in
una instabilità generale: economica, politica e militare.
La Casa bianca e i
funzionari del Dipartimento di Stato stanno discutendo quello che un alto
funzionario ha definito una “transizione impercettibile” dall’attacco a una
semplice occupazione militare di parti del paese. Sembrano molto fiduciosi,
probabilmente troppo. Ma l’equazione sanguinosa della guerra è piena di
elementi imponderabili e nessuno può prevederne il risultato con certezza.
Molto tempo fa Napoleone spiegò che la guerra è la più complicata delle
equazioni.
Alcuni generali Usa hanno
già avvertito che se si arriverà a combattere nelle strade di Baghdad, le
perdite americane potrebbero essere alte. Gli iracheni combatteranno una
battaglia difensiva sul proprio territorio. Nel caso di Saddam Hussein e la sua
cricca, si tratterà di una lotta per la sopravvivenza. E anche se gli iracheni
non possiedono le quantità di armi di distruzione di massa che Bush attribuisce
loro, è ben possibile che siano ancora abbastanza armati da causare danni seri.
Questo non significa che
gli Usa saranno sconfitti in Iraq. La superiorità colossale del loro volume di
fuoco dovrebbe essere sufficiente a garantire la vittoria, anche se non è
chiaro a quale prezzo. Li attende ogni genere di sgradevoli sorprese.
Il problema del morale non
riguarda solo uno schieramento. Bisogna anche considerare la questione del
morale delle truppe americane e britanniche. La guerra è impopolare, e persino
alcuni ufficiali esprimono apertamente i propri dubbi al riguardo. Recentemente
è stato segnalato come il 65 per cento dei piloti da combattimento britannici
sia contrario alla guerra. Se la perdita di vite umane fosse maggiore del
previsto (e questo non si può escludere) avrà un serio effetto sul morale delle
truppe Usa e, ancora più importante, negli stessi Stati Uniti. La scommessa di
Bush è rischiosa e può ancora tramutarsi in un serio errore di calcolo.
Anche nel caso di una
vittoria Usa i problemi non sarebbero che all’inizio. Le guerre spesso sono
state in passato le levatrici della rivoluzione, e lo saranno anche in futuro. Il
mostruoso atto di aggressione perpetrato dall’imperialismo Usa avrà
indubbiamente serie conseguenze non previste da chi lo ha perpetrato. Quale che
sia il risultato immediato del conflitto (che è anche imprevedibile), ne
seguirà il caos.
L’invasione dell’Iraq avrà
conseguenze di ampia portata nell’intero Medio oriente. I regimi arabi
filoccidentali come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita sono terrorizzati
all’idea che la guerra con l’Iraq dia fuoco alle micce e porti le masse nelle
strade di Amman e del Cairo causando il rovesciamento di questi regimi marci e
corrotti. La loro speranza, pertanto, è di evitare la guerra. Ma è una speranza
vana.
I lavoratori e i giovani
dei paesi arabi si stanno già mobilitando contro l’imperialismo. Tuttavia,
questo non è sufficiente. Negli ultimi 50 anni l’enorme potenzialità del Medio
oriente e del Nordafrica è stato sprecato da regimi borghesi corrotti che in
realtà sono solo i galoppini locali dell’imperialismo. Tutti i sacrifici
colossali fatti in passato dalle masse nella lotta per la liberazione nazionale
non hanno portato a nulla. Il mondo arabo è oggi più dipendente
dall’imperialismo di quanto non lo sia mai stato in passato. È ora di cambiare
strada! La rivoluzione antimperialista può vincere solo trasformandosi in una
lotta anticapitalista degli operai e dei contadini per rovesciare i monarchi, i
latifondisti e i capitalisti arabi.
L’enorme potenziale
economico e petrolifero di questa vasta area può esprimersi al suo massimo solo
in una federazione socialista dei paesi del Medio oriente e del Nordafrica. La
balcanizzazione del mondo arabo lo rende indifeso di fronte all’imperialismo.
La rivoluzione socialista spazzerà via le barriere artificiali che separano
milioni di persone con un linguaggio, una storia e una cultura comune e creerà
le condizioni per un’economia e una cultura fiorenti. Solo una federazione
socialista può risolvere i problemi che stanno di fronte ai palestinesi, agli
ebrei, ai kurdi, ai copti, ai drusi, agli armeni, ai berberi e a tutti gli altri
popoli di questa terra. Il capitalismo ha fallito di fronte a tutti i popoli
del Medio oriente. Solo il socialismo può offrire una via d’uscita.
“Cannoni invece di
burro!”
I sogni di una rapida
ripresa dell’economia mondiale sono rimandati a data da destinarsi. La crisi
economica significa minori entrate fiscali e crescita dei deficit di bilancio.
Le grandi spese belliche dovranno pertanto essere finanziate con una nuova
serie di tagli alla spesa pubblica, che graveranno sui lavoratori e sulle classi
medie.
Alle proteste della
popolazione, i governi imperialisti hanno già la risposta pronta: “Sono tempi
duri e difficili. Dobbiamo pertanto essere tutti pronti a fare sacrifici per
l’interesse nazionale”, cioè l’interesse delle banche e delle grandi imprese
che possiedono e controllano ogni paese. Ci verranno a spiegare che la
ricchezza del paese non è illimitata e che si devono fare scelte dolorose alle
quali non possiamo sottrarci. Tuttavia i profitti dei ricchi sono sacri, e non
saranno toccati! Le “scelte dolorose” colpiranno solo i settori più poveri
della società.
In altre parole questo
significa “cannoni invece di burro”. Con la comoda scusa della minaccia
terrorista, tutti sono impegnati in un programma mostruoso e colossale di
riarmo. Le somme impegnate in questo gioco mortale sono davvero sconvolgenti e
dimostrano che è completamente falso l’argomento secondo il quale “non ci sono
soldi” per le necessità della gente.
Nel 1991 la guerra del
Golfo costò alla sola Gran Bretagna tra 2,5 e 3 miliardi di sterline ai prezzi
attuali. Allora la Gran Bretagna riuscì a passare gran parte del conto ai
propri alleati. Oggi Gordon Brown, Cancelliere dello scacchiere (ministro del
tesoro - NdT) ha messo da parte un miliardo di sterline per coprire le spese
della guerra che si prepara. Ma gli esperti calcolano che in caso di un
conflitto prolungato la cifra potrebbe salire fino a 5 miliardi di sterline
Dalla fine della seconda
guerra mondiale, gli Usa hanno speso in armi la sbalorditiva cifra di 19mila
miliardi di dollari. Se si spendessero 26 milioni di dollari al giorno per i
prossimi duemila anni, questo ancora non raggiungerebbe la cifra spesa dagli
Usa dal 1945 ad oggi. Le cifre spese in questo modo dall’America sarebbero
sufficienti per trasformare il livello di vita dei popoli del mondo intero.
Questo dettaglio è già sufficiente a mostrare la natura reazionaria e marcia
del capitalismo nel suo periodo di decadenza senile.
Non un centesimo, non un soldato, non un proiettile per la guerra
imperialista nel Golfo! No allo spreco delle spese militari. Rivendichiamo
invece: un programma su vasta scala di lavori di pubblica utilità. Più spese
per case, scuole, ospedali e pensioni!
Per l’immediata nazionalizzazione dell’industria militare e l’esproprio dei
profitti dei fabbricanti di armi!
Per un’economia nazionalizzata e pianificata sotto il controllo e la
gestione della classe lavoratrice.
Contro
l’imperialismo, il militarismo e il capitalismo!
Ogni militante della
sinistra ogni lavoratore o militante sindacale che abbia una coscienza di
classe, ogni giovane che voglia lottare per un mondo migliore deve unirsi nella
lotta più attiva e combattiva contro questa ingiusta guerra imperialista. È
necessario creare il movimento di massa più ampio possibile contro l’imperialismo
e il militarismo. È necessario opporsi con tutti i mezzi all’aggressione
mostruosa contro il popolo iracheno.
Una priorità chiave è la
formazione di comitati di azione contro
la guerra in ogni città e paese, che coinvolgano militanti sindacali, socialisti,
comunisti, attivisti dei movimenti giovanili, studenti, immigrati e ogni
persona che voglia lottare coerentemente e attivamente.
Uniamoci in una campagna massiccia di agitazione contro la guerra, con
manifestazioni, presidi, volantinaggi e assemblee di massa in ogni luogo di
lavoro, scuola e università. Facciamo sentire la voce popolare!
Dobbiamo denunciare ogni
tentativo dell’imperialismo di utilizzare le infrastrutture dei diversi paesi
per i loro piani aggressivi. La campagna in corso in Belgio per smascherare
l’uso dei porti per le navi da guerra è un buon esempio di quanto si può fare.
Dobbiamo seguirlo anche negli altri paesi. L’iniziativa del Sindicato de
Estudiantes spagnolo di fare appello a una lotta unita degli studenti di tutti
i paesi contro la guerra deve essere sostenuta e pubblicizzata ovunque.
Soprattutto dobbiamo sforzarci di coinvolgere il movimento operaio.
Dobbiamo proporre risoluzioni in ogni assemblea sindacale e di delegati che
chieda ai sindacati di opporsi alla guerra. Se esistono le condizioni, dobbiamo
porre la questione di organizzare scioperi contro la guerra. Queste questioni
dovrebbero essere poste all’ordine del giorno e discusse nei luoghi di lavoro.
Se viene data una
direzione decisa e le questioni vengono spiegate con chiarezza, i lavoratori
risponderanno positivamente. Abbiamo già visto la coraggiosa presa di posizione
di due macchinisti britannici che hanno rifiutato di guidare un treno carico di
materiale bellico. Questo è un sintomo importante dell’ambiente che si sta
sviluppando nella classe operaia.
Dobbiamo quindi lottare
contro la guerra, ma dobbiamo farlo con i metodi, la tattica e la politica
corretta: le tattiche del movimento operaio, la politica del socialismo e
dell’internazionalismo che lega la lotta contro l’imperialismo mondiale alla
prospettiva della trasformazione socialista della società, nel proprio paese e
nel mondo.
• Opponiamoci a questa guerra criminale!
• Abbasso l’imperialismo e il capitalismo!
• No alla guerra, ma lotta di classe!
Alan Woods e Ted Grant
Londra, 6 febbraio 2003
Il testo integrale del
Manifesto può essere scaricato in italiano dal sito: www.marxismo.net e in inglese dal sito: www.marxist.com
Questo manifesto è stato
firmato da:
Riviste e siti
Socialist Appeal (Gran
Bretagna)
El Militante (Spagna)
The Struggle (Pakistan)
Asian Marxis Review
Sosialistiki Ekfrasi
(Grecia)
Der Funke (Austria)
Ezker Marxista (Paese
Basco, Spagna)
Marxist Tutun (Turchia)
FalceMartello (Italia)
Socialist Appeal (Usa)
Socjalizm.org (Polonia)
Socialistisk Standpunkt
(Danimarca)
La Riposte (Francia)
Socialisten (Svezia)
Militante (Messico)
Vonk (Belgio)
www.1917.com (Russia)
Pubunjeni UM (Jugoslavia)
Fondazione di studi socialisti
Federico Engels (Spagna)
Pakistan
Manzoor Ahmed, deputato
collegio Kasur II
Gran Bretagna
Nigel Pearce, vice
presidente del sindacato minatori (Num)
Des Heemskerk,
responsabile comunicazione Amicus/Aeeu (sindacato metalmeccanici), a titolo personale
Spagna
Miriam Municio, segretaria
del Sindicato de Estudiantes
Austria
Eva Nesensohn, segretaria
giovani socialisti di Vorarlberg, direzione nazionale dei giovani socialisti
Ina Ratzenböck, direzione
nazionale gioventù socialsita
Grecia
Stelios Dafnis, direttivo
della federazione dei sindacati di Atene
Tsitonis Takis, esecutivo
del sindacato lavoratori settore archeologico
Italia
Claudio Bellotti
(Direzione nazionale del Prc)
Alessandro Giardiello
(Comitato politico nazionale del Prc)
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