FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
Elezioni israeliane
La vittoria di Sharon non
risolve nessun problema
La prevedibile - e
prevista - affermazione di Sharon e della destra nelle elezioni per il rinnovo
della Knesset (il parlamento israeliano) e il corrispondente tracollo dei
laburisti non risolvono nessun problema per la classe dominante israeliana. Al
contrario, i risultati elettorali evidenziano una situazione estremamente
instabile e una scollatura crescente fra un settore della società israeliana e
i principali partiti della classe dominante.
di Francesco Merli
Che non si tratti di un
plebiscito in favore di Sharon e del Likud lo evidenziano il crollo dell’affluenza
alle urne (68.5%, il dato di gran lunga più basso nella storia delle elezioni
israeliane che dal 1973 si è mantenuto stabile intorno all’80%), con punte
elevate di astensionismo nelle principali città e un’alta affluenza al voto tra
i 350mila coloni dei Territori occupati, che hanno votato in massa per la
destra.
La spartizione dei 120
seggi tra i 13 partiti entrati alla Knesset, nonostante la crescita del Likud
(38 seggi) e della destra laica e religiosa (34 seggi ripartiti fra 5 partiti),
rende molto difficile, se non impossibile, il lavoro di formazione di una
maggioranza di governo stabile, soprattutto considerando i veti incrociati, da
un lato, dei laburisti - che con 19 seggi restano il secondo partito - “non
disponibili” secondo il loro leader Mitzna ad entrare in un governo presieduto
da Sharon e, dall’altro, della destra laica e liberista dello Shinui (15
seggi), contraria a coabitare una maggioranza di governo con la destra
religiosa (Shas, Partito nazionale religioso e United Torah Judaism), forte
complessivamente di 22 seggi. Qualsiasi
alchimia riesca a trovare, Sharon sarà destinato a partorire un governo debole
alla mercè di una maggioranza rissosa e instabile.
Il secondo dato che emerge
dalle elezioni è il naufragio della sinistra storica, incapace di porre
un’alternativa di classe ai lavoratori arabi e israeliani e scontentando sia
gli uni che gli altri, limitandosi a un vago pacifismo o ad un prudente
nazionalismo arabo.
Il Meretz passa da 10 a 6
seggi, mentre i partiti tradizionali della minoranza araba israeliana
confermano un pugno di deputati, ma non riescono a conquistare voti tra i non
arabi e scontano l’altissima astensione del loro elettorato, anche se non agli
stessi livelli delle elezioni presidenziali del maggio 2001, in cui si ebbe una
punta massima dell’82% di non votanti (tra il 1949 e il 1999 - in 50 anni - la
partecipazione al voto degli arabi israeliani non era mai scesa sotto il 75%).
Crisi particolare
del capitalismo israeliano
La pochezza dei risultati
della sinistra non deve trarre in inganno e portare alla conclusione che non
sia possibile che in Israele si sviluppi un’opposizione di massa alla classe
dominante. Naturalmente non deve essere minimizzata la portata dei risultati
elettorali, ma va compreso che questi non sono che la fotografia di una
situazione piena di contraddizioni e la classe dominante israeliana ha tutto
fuorché il controllo della situazione.
Contrariamente a quanto si
crede Israele è molto lontano dall’essere un blocco reazionario compatto che
vede l’alleanza tra grande capitale e proletariato. Tra i paesi economicamente
avanzati Israele è quello con il più alto differenziale tra il settore più
ricco e la parte più povera della società e negli ultimi anni questo divario si
è notevolmente accresciuto.
Solo in base agli sgravi
fiscali ai più ricchi e all’abolizione di diverse imposte sul reddito e sul
patrimonio dei padroni approvate dai vari governi negli ultimi anni, si è avuto
un trasferimento netto nelle tasche della borghesia di 8 miliardi di dollari,
come ha denunciato pubblicamente il parlamentare di Hadash, Tamar Gozansky.
Il tacito patto sociale,
che vedeva la classe dominante concedere alti standard di vita ai lavoratori in
cambio di una loro identificazione nello stato israeliano, negli ultimi anni è
stato stracciato unilateralmente dalla borghesia.
La recessione, iniziata
con una brusca frenata nel quarto trimestre del 2000 (anche se su base annua
l’economia crebbe nel 2000 di uno stratosferico 7.4%), si è approfondita nel
2001 (-0.9%) e nel 2002
(-1.5%, secondo le previsioni), ma l’impatto sociale di questa frenata risulta
più chiaro se si considera il dato pro-capite (-2.9% nel 2001). Le prospettive
inoltre sono molto negative, in particolare nel caso probabile di una guerra
all’Iraq.
Come abbiamo riportato in
altri articoli di questo giornale gli alti tassi di crescita dell’economia
israeliana degli anni ’90 erano legati al boom delle esportazioni (+ 23.9% nel
2000) e agli enormi investimenti nel settore informatico e delle biotecnologie,
tanto che Israele è seconda solo agli Stati Uniti per numero di imprese quotate
nel Nasdaq. La recessione internazionale e il crollo della bolla speculativa
delle borse mondiali ha colpito duramente l’economia israeliana proprio nel suo
motore. Un secondo fattore di crisi è la resistenza di massa della popolazione
palestinese all’occupazione militare dei territori che ha reso impossibile
all’imperialismo israeliano il godimento dei frutti del suo dominio coloniale,
anzi ne ha gravato pesantemente i bilanci di spese militari. Nessuno dei fattori che ha provocato la
crisi è stato risolto o potrà essere risolto nel breve periodo.
Le condizioni di vita
della maggioranza degli israeliani sono peggiorate drasticamente, come
testimonia il dato della disoccupazione che, in questi due anni, è più che
raddoppiata e sfiora oggi il 15%.
Le pressioni sul bilancio statale della somma di questi fattori rendono la situazione esplosiva: minori
entrate a causa della recessione e degli sgravi fiscali ai padroni, aumento
significativo delle spese militari e delle spese per la previdenza sociale
(sussidi, pensioni, ecc.), a causa dell’esplosione della disoccupazione, impongono in modo pressante alla classe
dominante israeliana di passare all’offensiva contro i lavoratori. Questo fatto
segnerà la rottura traumatica della pace sociale nella società israeliana.
La “minaccia
terrorista”
Nel maggio del 2002, di
fronte all’ennesima crisi di governo in Israele, scrivevamo: “l’unico collante
che tiene insieme la società israeliana è sempre più la ‘minaccia terrorista’,
che la classe dominante israeliana evoca in continuazione strumentalizzando il
panico della popolazione, mentre con le sue azioni concrete crea le condizioni
per un rafforzamento del terrorismo”. Questa tattica della classe dominante
israeliana è stata la chiave della vittoria di Sharon nelle elezioni.
Posto che, come marxisti,
riconosciamo il diritto da parte di un popolo oppresso a difendersi con ogni
mezzo, anche violento, dall’oppressione e che capiamo che la forza delle
organizzazioni che propugnano la tattica delle azioni suicide risiede
nell’esasperazione e nella disperazione generata dalla repressione israeliana,
è nostro dovere combattere il ruolo reazionario del terrorismo individuale
nella lotta di liberazione del popolo palestinese poiché rappresenta sempre più
l’ostacolo decisivo affinché emerga nella società israeliana un movimento
operaio indipendente dagli interessi della borghesia imperialista, capace di
imboccare l’unica prospettiva che non conduca alla guerra permanente fra i
popoli mediorientali, cercando insieme alle masse palestinesi ed arabe
un’alternativa socialista all’incubo del capitalismo.
La spirale repressione-terrorismo individuale rafforza, invece di
indebolire, la classe dominante israeliana, proprio perché spinge i lavoratori
nel mortale abbraccio con i propri sfruttatori, e questo Sharon lo sa bene.
Proprio per questo
crediamo che, se è vero che la classe dominante israeliana sarà costretta a
passare all’aggressione dei lavoratori israeliani sul fronte interno, cercherà
di fare in modo di fare passare i sacrifici come una conseguenza
dell’escalation del conflitto con i palestinesi.
Ne consegue che un
ulteriore inasprimento della politica repressiva dell’imperialismo israeliano è
altamente probabile nel prossimo periodo.
La nostra obiezione al
terrorismo individuale è categorica ma non ha niente a che vedere con la
condanna ipocrita della “violenza” propugnata dalle classi dominanti quando un
popolo o una classe oppressa si ribella al suo dominio.
All’azione di un pugno di
martiri contrapponiamo la prospettiva di una lotta rivoluzionaria di massa
contro l’occupazione basandoci sulle tradizioni della prima Intifada
palestinese unita ad un programma per l’abbattimento del capitalismo e la
costruzione di una federazione socialista del Medio Oriente come primo passo
verso la creazione di una federazione socialista su scala mondiale. Solo sulla
base di questa prospettiva si può uscire dall’incubo del capitalismo.
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