FalceMartello n° 163 * 19-02-2003


Legge Maroni: nuova legge vecchio sfruttamento

 

Lavoro intermittente, lavoro a progetto..., si poteva credere che il Ministro del Welfare, Maroni, avesse dato il meglio di sè nello sviluppare nuovi aggettivi per spiegare nuove forme di lavoro precario quando, nell’autunno del 2001, presentò il suo Libro bianco. Invece è riuscito a fare di più, mercoledì 5 febbraio al Senato è passata in modo definitivo la legge 848 che in quanto a nomi di fantasia non batte nessuno.

 

di Paolo Grassi

 

Così il job sharing, home working, staff leasing e l’ormai famoso e immancabile job on call, solo alcune delle altisonanti definizioni che molto presto tutti i lavoratori dovranno imparare, vanno a sommarsi al già fitto numero di vocaboli che hanno caratterizzato il mondo del lavoro di questi anni.

 

La legge Maroni

 

Inglesismi che significano una sola cosa: flessibilità totale e salari in caduta libera. I nuovi contratti dovranno prevedere le forme più diverse di deregolamentazione: job on call (lavoro a chiamata), job sharing (lavoro condiviso tra due o più persone, alle quali si applicherà un solo contratto), home working (lavoro da casa), staff leasing (affitto di un gruppo di lavoratori, che quando avranno terminato il loro compito, magari l’ideazione e la messa in opera di ‘”nuove strategie”, verranno lasciati a casa anche loro). Il part-time sarà ancora più elastico: non solo i lavoratori dovranno adeguarsi agli orari e ai cambiamenti imposti dalle aziende, ma lo straordinario sarà retribuito come lavoro ordinario.

Tutto il capitolo riguardante l’inserimento al lavoro e la riqualificazione (apprendistato, formazione, sussidi di disoccupazione etc.) verrà “riordinato”. Le norme sulla sicurezza (legge 626) saranno ancora meno rigorose e le aziende ancora più deresponsabilizzate. Gli ispettori del lavoro e degli istituti previdenziali saranno ancora meno di adesso e la loro attività soggetta a nuove norme (possiamo immaginare quali: le ispezioni e il lavoro di studio e prevenzione, che già ora sono scarsi, diventeranno sempre più una pura formalità).

Vengono dati più poteri al collocamento privato, con l’introduzione dell’intermediazione di manodopera, meno eufemisticamente detta “caporalato”: agenzie, enti e associazioni varie (inclusi addirittura consulenti del lavoro e università) offriranno sul mercato le nostre prestazioni lavorative. Non esisteranno più vincoli a terziarizzazione, cessioni di ramo d’azienda, subappalto, decentramento, neanche quei pochi “freni” ancora esistenti, peraltro continuamente aggirati. Le cooperative avranno ancora meno obblighi verso i soci lavoratori, i quali potranno essere assunti anche al di fuori dei contratto nazionale di lavoro e ai salari minimi contrattuali (come succede normalmente anche ora, solo che da adesso in poi sarà per legge). Inoltre, con l’approvazione definitiva della Legge Comunitaria 2002, il Governo ha introdotto una delega per consentire il lavoro notturno ai minori di 18 anni.

Queste nuove norme cancellano anche solo la speranza di un lavoro mediamente duraturo e dignitosamente retribuito, per non parlare della qualità della vita: che progetti potremo fare se dovremo passare il tempo a cercare un posto temporaneo dopo l’altro?

A chi si illude che abbiamo toccato il fondo diciamo subito che al peggio non ce mai fine, infatti le leggi in cantiere non si fermano qui, a distanza di poco tempo verrà presentata in parlamento, anche la 848 bis. Cioè l’abbattimento “in via sperimentale” dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ovvero via libera ai licenziamenti.

Verrebbe da chiedersi perché tanto odio? Dopo tante concessioni da parte dei vertici sindacali e del centrosinistra sulla precarietà, sulle leggi antisciopero, sugli aumenti salariali, sembra che ai padroni non basti mai. Infatti è proprio così, ai padroni non basta mai e non basta soprattutto in una fase di crisi economica come quella che stiamo attraversando. Per carità, quando le cose vanno meglio non è che diventino più comprensivi.

Il motivo è semplice: l’aumento dello sfruttamento è l’unica voce tra quelle che compongono il fatturato dei padroni (materie prime, macchine, ecc) che permette ai padroni di ricavare dei profitti o in una fase recessiva di limitare le perdite.

La logica che spinge Confindustria e Governo a sferrare attacchi sempre più duri verso le condizioni dei lavoratori è tutta qui. Non esiste un solo padrone che assuma dei dipendenti per vocazione sociale, ma solo i profitti contano. I contratti precari offrono solo l’occasione di tenere i lavoratori in una situazione di estrema ricattabilità.

 

Quale alternativa

 

Allo stesso tempo i dirigenti sindacali e dei partiti di sinistra non vogliono imparare mai dall’esperienza.

Il fatidico pacchetto Treu, il lavoro interinale trasformato in legge dal centrosinistra nel 1997, i contratti territoriali (gabbie salariali sotto altro nome) o le leggi antisciopero non sono altro che i predecessori dell’attuale legge 848 e 848 bis. Sono stati gli apripista di attacchi ancora più feroci. Sono patetici quando si lasciano andare a dichiarazioni scandalizzate sul colpo assestato ora dai padroni. Già prima le condizioni erano intollerabili, quello che Maroni ha fatto è stato peggiorare un sistema già decisamente compromesso.

In questo modo chi non impara dai propri errori è costretto a ripeterli o comunque è incapace a porvi rimedio. Così la risposta che il sindacato oppone è, convocare scioperi molto diluiti nel tempo che non offrono uno sbocco concreto alla lotta, dall’altra quella di proporre disegni di legge per estendere una serie di diritti a tutti i lavoratori, che non si capisce da quale maggioranza parlamentare verranno votati.

Conosciamo i rapporti di forza in Parlamento, sappiamo anche che le conquiste i lavoratori le hanno sempre ottenute sul campo, con la lotta, e solo dopo sono state ratificate dal parlamento. Ciò lo dimostra l’esempio dello Statuto dei lavoratori.

Questo dovrebbe porsi come obbiettivo il sindacato!

Oltretutto se andiamo a vedere i contenuti della proposta di legge del sindacato, pur se in certi passaggi mostra dei miglioramenti rispetto all’attuale legislazione, mostra anche tutti i limiti che hanno condizionato le politiche perdenti di questi anni.

Non c’è qui lo spazio per un’analisi approfondita, ma alcune cose vanno dette.

Nella proposta di legge sull’estensione degli ammortizzatori sociali si rivendica una cassa integrazione al 60% dello stipendio per tutti i lavoratori, anche quelli precari. Ma viene da chiedersi cosa ci fa un lavoratore col 60% dello stipendio già di per se insufficiente. Inoltre perché riproporre nuovi incentivi e sgravi fiscali per le aziende quando si usa la cassa integrazione? Caso mai dovremmo rivendicare che la cassa integrazione la paghino i padroni e non l’Inps che coprirà le perdite con i soldi che lo Stato taglia su scuola, sanità e pensioni.

Anche la legge sull’estensione dei diritti ai lavoratori atipici va nella stessa direzione.

È chiaro che tutti devono avere gli stessi diritti (compresi i famosi Co.Co.Co., i lavoratori in ritenuta d’acconto che ormai sono oltre due milioni) ma chiedere per legge che anche a loro possano essere pagate malattie, ferie, permessi matrimoniali o di studio ecc, senza pretendere che vengano assunti a tempo indeterminato (quindi accedendo di fatto a questi diritti) vuol dire affrontare il problema dalla parte sbagliata.

Sappiamo che i padroni se ne infischiano delle leggi se non portano un loro beneficio immediato, e potremmo facilmente immaginare cosa un padrone dirà a un “collaboratore” che pretende il pagamento delle ferie: “Per legge devo farlo ma tu dalla settimana prossima non mi servi più!”.

Da tutto ciò non possiamo che trarre una conclusione, abbiamo bisogno di lottare sul campo per difendere il diritto a un lavoro dignitoso. Per questo ci servono programma e strumenti più avanzati, che nessuno ci darà su un piatto d’argento ma che potremmo ottenere solo prendendo l’iniziativa.

La fase economica che stiamo attraversando ce lo impone, otto milioni di lavoratori devono rinnovare il contratto, centinaia di migliaia sono dichiarati in esubero in tutti i settori, oltre quattro milioni di lavoratori sono precari.

I dirigenti sindacali si sono dimostrati incapaci nel difendere i nostri interessi.

Dobbiamo costruire nel sindacato, a partire dalla Cgil, un’ opposizione decisa che con un programma adeguato si ponga l’obbiettivo di cambiare questi dirigenti mettendo al loro posto compagni disposti a rompere con queste logiche. Non di certo l’attuale sinistra sindacale, che in questi anni si è distinta solo per assecondarle, adattandosi alla politica della maggioranza. Solo con l’afflusso di nuovi militanti e delegati giovani e combattivi si potrà mettere fine a questo scempio avviando la rottura della concertazione e il ritorno alla conflittualità di classe di cui tutti noi abbiamo bisogno come il pane per contrastare la barbarie lavorativa attuale.


Elenco numeri di FalceMartello - Home Page