FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
Chi può fermare la
guerra?
L’asse Berlino-Parigi o il
movimento operaio?
La colossale arroganza
con cui l’imperialismo Usa prepara l’invasione dell’Iraq si sta scontrando con
un’opposizione enorme tra giovani e lavoratori. Si è però diffusa, nella
sinistra, l’idea che la resistenza di Francia e Germania alla guerra abbia
qualcosa di progressista e possa essere decisiva, se sommata alle
mobilitazioni, per fermare i piani di Bush. Niente è più lontano dalla verità.
E’ compito dei comunisti fare chiarezza: la politica dell’asse franco-tedesco è
tanto imperialista quanto quella americana. Solamente in Medio Oriente Parigi e
Berlino hanno interessi differenti da quelli Usa. Francia e Germania si rendono
conto che il terreno di una guerra su larga scala sarebbe a loro sfavorevole a
causa della superiorità di mezzi degli Usa. Proprio per questo si mostrano più
propensi a mediazioni col regime di Saddam e giocano la parte dei “buoni”
interlocutori del mondo arabo. Chirac e Schroeder mascherano la politica di
potenza delle loro borghesie con una fraseologia pacifista, sperando, en
passant, di sfruttare il risentimento di massa contro la guerra.
di Francesco Giliani
Dall’inizio degli anni ’90
una crisi ha seguito l’altra: Jugoslavia, Somalia, Africa centrale, Timor Est,
Kossovo, Palestina, Afghanistan, Iraq. Invece del “dividendo di pace” previsto
da Bush senior, la tendenza è alla militarizzazione. In tutte queste
situazioni, la posizione del gruppo dirigente del Prc è stata, senza eccezioni,
l’appello all’intervento dell’Onu. Ora Bertinotti critica l’Onu, perché sottoposta
ai diktat nordamericani, e le speranze del gruppo dirigente del partito sono
riposte nell’Europa capitalista, come ben spiegato in un articolo apparso su Liberazione l’11 febbraio, dove la
compagna Gagliardi opponeva “il saggio
cuore del Vecchio continente all’irresponsabile arroganza nordamerica-na”.
Ironicamente, succede poi che proprio Francia e Germania invochino, debolmente,
l’intervento dell’Onu. Fare di questi pescecani icone a cui gli oppressi
potrebbero affidarsi per migliorare la loro condizione rischia di far
deragliare il movimento contro la guerra, trasformandolo in fiancheggiatore di
un blocco imperialista contro l’altro. A Washington la decisione di attaccare
l’Iraq è già stata presa e non verrà cancellata perché questo non è giudicato
opportuno dalla borghesia franco-tedesca. Lo conferma il ringhioso Rumsfeld
quando afferma che “i rischi della guerra
devono essere confrontati con i rischi del non far nulla”.
Perché Francia e
Germania si oppongono alla guerra in Iraq?
Per quali ragioni un
reazionario come Chirac si preoccupa delle conseguenze di questa guerra? James
Wicklund, direttore del settore energetico della Bank of America, ha
sottolineato che “Nel passato Russia,
Italia, Francia, Cina hanno potuto stipulare accordi di partnership e joint
venture con la compagnia petrolifera di Stato dell’Iraq. Alle compagnie
americane non è stato permesso. Se Saddam decidesse di andarsene, dovrebbe
passare un periodo di tempo durante il quale all’Onu si discuterebbe
l’eliminazione delle sanzioni e poi le compagnie dei vari paesi potrebbero
agire. Per quel che appare le società americane non parteciperebbero alla
ricostruzione del sistema petrolifero iracheno”. La principale compagnia
petrolifera francese, TotalFinaElf, detiene la maggior parte dei contratti
siglati con l’ente petrolifero statale dell’Iraq. Questi contratti sono
congelati dall’embargo. Però, se il regime di Saddam fosse spazzato via da un
intervento militare, le carte si rimescolerebbero a tutto vantaggio delle
compagnie petrolifere Usa.
Più in generale, il
dominio senza precedenti dell’imperialismo Usa è da tempo fonte di
preoccupazione per la borghesia dell’Unione Europea (Ue). Un campanello
d’allarme suonò durante la guerra in Kossovo, quando gli Usa guidarono le
operazioni militari, riducendo l’UE al ruolo di spettatrice in un conflitto nel
cuore dell’Europa. Tutto il sistema diplomatico che si è costruito dopo la
Seconda Guerra Mondiale sta frantumandosi. L’Europa non è stata consultata
sulla guerra. Gli Usa hanno scelto di buttarla dentro a forza. Il prestigio è
un elemento importante nelle relazioni internazionali. Dunque, l’atteggiamento
unilaterale e sprezzante degli Usa è senza dubbio uno degli elementi che hanno
acceso lo scontro tra le due sponde dell’Atlantico. Secondariamente,
l’opposizione di massa alla guerra in Iraq ha esercitato una pressione
ulteriore sui governi europei.
Piano Mirage e primi
dissensi franco-tedeschi
Il settimanale tedesco Der Spiegel ha recentemente pubblicato
le linee generali del piano “Mirage”, la cosiddetta alternativa alla guerra del
duo franco-tedesco. In sostanza, si tratta della proposta di un protettorato
sull’Iraq. Questa è l’unica ‘pace’ che si può prospettare sotto il capitalismo.
I punti centrali del piano sono tre: occupazione dell’Iraq da parte di
50-100mila caschi blu dell’Onu, no-fly zone allargata a tutto l’Iraq, Mirage
francesi e Luna tedeschi a fianco degli U-2 Usa per aiutare gli ispettori. E’
un piano che punta a limitare il peso degli Usa nella colonizzazione dell’Iraq.
I pezzi di carta, non sorretti dai mezzi materiali per imporli, valgono poco.
Infatti, il giorno seguente, il ministro degli esteri francese, infastidito
dalla fuga di notizie, già minimizzava la portata del documento, definito “un insieme di riflessioni”. Questa
parziale ritirata ha costretto il ministro della Difesa tedesco a ritrattare
sull’eventuale utilizzo di caschi blu.
La stessa Germania,
nonostante il suo schiamazzo, ha concesso i Patriot alla Turchia. Per salvare
le forme, però, i Patriot sono stati girati agli olandesi, incaricati a loro
volta di installarli in Turchia! Allo stato attuale delle cose, il piano Mirage
è un progetto fantasma, un’utopia reazionaria la cui consistenza rimane da
provare. E’ quindi insostenibile la posizione espressa in un editoriale di Liberazione, l’11 febbraio, secondo cui
“il piano Mirage è un’alternativa
praticabile alla guerra e non soltanto una generosa utopia [sic!]. Solo rompendo la storica subalternità ai
diktat nordamericani, l’Europa può pensare di esistere come soggetto politico e
tornare a svolgere nel mondo un ruolo significativo – di pace, com’è naturale,
com’è consono alla sua vocazione ed al suo modello di civiltà”. Più chiaro
di così. Posizioni come queste non fanno altro che cercare di abbellire la
rapacità delle potenze imperialiste europee. Non si tenta nemmeno di spiegare
che una politica di riarmo passerà inevitabilmente attraverso maggiori attacchi
alle conquiste dei lavoratori.
Veto o non veto?
Le divisioni all’interno della
Nato accrescono quanto più si avvicina la riunione del consiglio di sicurezza
dell’Onu in seguito al secondo rapporto degli ispettori. Germania, Francia e
Belgio si sono opposte in sede Nato al piano di rafforzamento militare della
Turchia. La risposta della Casa Bianca suonava così: “opponetevi pure, noi
andremo avanti lo stesso”.
Germania, Francia e Russia
hanno interessi differenti rispetto a quelli Usa e, di conseguenza, diverse
strategie. Tuttavia, la loro opposizione non fermerà l’imperialismo Usa dal
tentativo di realizzare i propri obiettivi, creando al massimo ritardi e
complicazioni nei piani di Bush e soci che, beninteso, gradirebbero coprire la
loro guerra con la foglia di fico dell’Onu. Già 150mila soldati Usa sono pronti
nel Golfo. Tutto indica che l’attacco sarà imminente. La Francia ha minacciato
di utilizzare il suo potere di veto contro ogni risoluzione che autorizzi
l’attacco all’Iraq. Il potere che ha la Francia di mettere il veto nel
consiglio di sicurezza dell’Onu è paragonabile ad una sostanza dopante che
permette ad un atleta di gareggiare nella categoria superiore.
La guerra, però, mostra
brutalmente i reali rapporti di forza. Anche se la Francia usasse il suo
diritto di veto, gli Usa andrebbero in guerra lo stesso. I discorsi di Chirac
sulla necessità di un mondo “multipolare” sarebbero così percepiti come
spacconate e nulla più. E’ probabile tuttavia che la Francia alla fine non
utilizzi il suo veto. Potrebbe tentare di accodarsi all’ultimo minuto. Il
ministro degli esteri, de Villepin, ha recentemente dichiarato che nessuna
opzione è esclusa, nemmeno la guerra. La portaerei Charles de Gaulle si trova
da settimane al largo di Cipro pronta, si direbbe, per ogni evenienza. Se
infatti la Francia non partecipasse, Bush ha già chiarito che i capitalisti
francesi sarebbero esclusi dalla spartizione del bottino. La prima guerra del
Golfo è un cattivo precedente. La limitata partecipazione dell’imperialismo
francese ebbe come conseguenza che solo il 3% del volume dei contratti post-guerra
finì nelle tasche dei capitalisti francesi.
Natura della forza
di difesa
europea
Con differenti sfumature,
da anni i gruppi dirigenti dei Ds e del Prc sostengono che una forza di difesa
europea potrebbe svolgere un ruolo “progressista”, perché gli europei sarebbero
più civili degli imperialisti nordamericani ed utilizzerebbero la loro forza
militare per far avanzare la pace, la democrazia e cose simili. Questa favola
ha coperto “da sinistra” i misfatti degli imperialismi inglese, francese,
tedesco, belga o olandese nel passato. La sola differenza con l’oggi è che la
borghesia europea è troppo debole per dispiegare violenze e rapacità come
poteva fare in passato.
La borghesia europea ha
bisogno di costruire una sua forza militare perché non può sperare di
appoggiarsi agli Usa per difendere i suoi interessi nel mondo. Anche in questo
caso, però, le contraddizioni non mancano all’interno stesso della UE. Anche
tra Francia e Germania. La Germania, ad esempio, ha un esercito potente ma,
ancora, la sua Costituzione proibisce interventi “offensivi”. Senza dubbio,
questa parte della Costituzione tedesca verrà modificata e questa prospettiva
non entusiasma Londra e Parigi. D’altra parte, Inghilterra e Francia hanno più
volte combinato le loro forze contro la Germania. In Kossovo la Germania fu
esclusa da tutte le decisioni più importanti. All’ultimo vertice
anglo-francese, Chirac e Blair, in disaccordo sulla questione irachena, hanno
siglato un accordo per approfondire la collaborazione militare, lasciando la
Germania in un angolo. La collaborazione tra Bae System (GB) e Thale (ex
Thomson, francese) prevede la costruzione di due nuove portaerei per un totale
di 60mila tonnellate.
Una delle ragioni della
creazione dell’UE era la ricerca di uno sfruttamento collettivo dei paesi ex
coloniali. Per questo era ed è tuttora necessaria una forza militare comune.
Nonostante ciò, il progetto iniziale di arrivare a 60mila soldati è ancora in
una fase embrionale. Infatti, l’idea stessa di “interessi europei” è in realtà
un’astrazione. Gli interessi delle potenze europee non coincidono quasi mai.
Per esempio, nonostante la sua presenza in Africa Occidentale, la Francia non
ha mosso un dito per aiutare la missione Onu in Sierra Leone, guidata
dall’Inghilterra. Il futuro sarà pieno di sgambetti di questo genere. Questo
stato di cose è stato tacitamente riconosciuto dall’UE in una risoluzione dove
si afferma che nessun paese sarà obbligato a fornire soldati per missioni di
cui non condivida gli obiettivi!
Nonostante i passi fatti
in direzione dell’unità europea, le vecchie contraddizioni esistono ancora. La
Francia non ha abbandonato il suo sogno di dominare l’Europa. Gli antagonismi
tra gli stati europei non sono stati superati. Sotto il capitalismo, questo è
inevitabile. La stessa crisi irachena ha mostrato come non esista una politica
comune della UE. L’uscita del “manifesto degli 8”, promosso da Blair in
appoggio agli USA, spinge a porsi la stessa domanda che si fece Kissinger: “Quando mi chiedono la posizione dell’Europa,
a chi devo telefonare?”. Dato l’attuale rapporto di forze, è assurdo
pensare che l’Europa possa rimpiazzare l’egemonia mondiale Usa. Basterebbe
ricordare che il Pil degli Usa è maggiore di più di un quarto rispetto a quello
di tutti i paesi europei messi assieme, Russia esclusa.
L’imperialismo
tedesco e quello francese negli anni ’90
Esempi della civiltà dei
capitalisti europei possono essere trovati anche vicino a noi. L’imperialismo
tedesco ha la responsabilità principale per il tragico smembramento della Jugoslavia.
La Germania, assieme al Vaticano, spinse la Slovenia e la Croazia verso
l’indipendenza e fu la prima grande potenza a riconoscere i due nuovi stati.
Tutto ciò, ovviamente, per poter colonizzare con più facilità i vari pezzi in
cui si frantumava la Yugoslavia.
La stessa operazione fu
condotta in Cecoslovacchia dove la Germania appoggiò il governo fantoccio di
Klaus che impose alla popolazione la reazionaria divisione del paese in
Repubblica Ceca e Slovacchia. In generale, dopo il crollo dello stalinismo e
l’annessione dell’ex Ddr, la Germania ha rilanciato i suoi tradizionali disegni
di egemonia sull’Europa Orientale.
Per quanto riguarda la
Francia il ruolo modesto della classe dominante francese non è meno pieno di
brutalità e atti di oppressione. Il peso economico del capitalismo francese lo
ha da decenni obbligato a concentrare le sue mire di egemonia sulle ex colonie
del Medio Oriente, del Maghreb e dell’Africa centrale. In Africa centrale
l’imperialismo francese ha mostrato il suo vero volto e porta la responsabilità
principale dei massacri interetnici hutu-tutsi che causarono più di 500 mila
morti e milioni di rifugiati. Infatti, negli anni ’90 Parigi ha dispiegato
tutte le sue forze per mantenere in piedi il sanguinario regime di Mobutu in Zaire.
La Francia è intervenuta
più volte (1990, 1993 e 1994) per salvare il governo hutu di Habayrirama in
Ruanda e manovrarlo contro il Fronte Patriottico, a maggioranza tutsi, che
sosteneva gli oppositori a Mobutu, che controllavano la parte orientale dello
Zaire. Una politica imperialista classica, dove si manovrano cinicamente le
popolazioni le une contro le altre.
La recente crisi in Costa
d’Avorio, paese ricco di diamanti, mostra la stessa arroganza. Dopo il mancato
golpe del settembre 2002 contro il presidente Gbagbo, allora legato alla
Francia, Parigi ha offerto la sua mediazione. Negli accordi di Marcoussis,
però, all’opposizione sono stati assegnati il ministero della difesa e degli
interni. Appena rientrato in Costa d’Avorio, Gbagbo ha voltato le spalle al
tradizionale “padrone” francese appellandosi agli Usa. Quando manifestazioni in
sostegno al presidente lanciavano slogan contro Chirac ed in favore degli Usa,
i parà francesi non hanno esitato a reprimerle. All’aeroporto di Abidijan si è
già sfiorato lo scontro diretto con l’esercito ivoriano.
La situazione è ancora
fuori controllo e così, ai primi di
febbraio, la Francia ha incassato con piacere un voto del Consiglio di
Sicurezza dell’Onu che legittima i suoi parà ad usare la forza. L’offensiva della
Francia in Africa avrà un suo passaggio con la conferenza diplomatica
franco-africana del 19-21 febbraio.
Un’altra questione
centrale sarà l’Algeria, in riavvicinamento diplomatico con Parigi dal ‘99. Il
boccone più ghiotto, in Algeria, è costituito dalla privatizzazione di
Sonatrach, l’ente statale per gli idrocarburi. Sonatrach fornisce il 36% del
Pil ed i 2/3 delle entrate fiscali dello stato algerino. Da anni Usa e Francia
cercano di mettere le mani su Sonatrach, bloccati da una legge che garantisce
allo Stato almeno il 51% delle azioni. Un progetto di legge governativo che
prevedeva la possibilità di mettere in vendita fino all’80% di Sonatrach è
stato recentemente lasciato cadere, anche per la forte opposizione tra i
lavoratori. Si prevede, però, che nel corso del 2003 il governo tornerà alla
carica. La Francia sta così moltiplicando il flusso dei suoi investimenti
nell’economia algerina (+ 60% tra 2001 e 2002), come mezzo di pressione su
governo e burocrati statali. Gli Usa hanno risposto con la fornitura di armi
tecnologicamente avanzate. Per compiacere il regime di Algeri, sia gli Usa che
la Francia sono diventati sostenitori dell’indipendenza o di una larga
autonomia per il Saharawi, scontentando così il re del Marocco, Mohammed VI,
rivale regionale di Algeri.
Un periodo di pace prepara
la guerra successiva e viceversa. E’ la natura del capitalismo nella sua fase
imperialista. Per consolidare i loro super-profitti nei paesi ex coloniali, le
potenze imperialiste combinano pressioni economiche, politiche, diplomatiche e
militari. Cercare di convincere governi e borghesia di idee come il disarmo
internazionale, una “pace giusta” od una riduzione dello sfruttamento dei paesi
poveri serve solo a fiaccare l’azione dei lavoratori.
L’illusione più pericolosa
è credere che, per abbattere questo stato di cose, non sia necessaria la lotta
di classe più implacabile. Nessuna fiducia nelle cancellerie di Parigi e
Berlino! Solo il movimento operaio può fermare la guerra. La lotta di
liberazione dell’Algeria dal giogo francese e la guerra del Vietnam dimostrano
che la mobilitazione dei lavoratori e degli studenti può sconfiggere la
macchina da guerra imperialista.
Questa lotta non può
quindi essere separata da quella contro il capitalismo e per il comunismo.
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