FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
La ripresa economica è
ancora lontana
L’economia mondiale
continua la sua crisi. Gli andamenti dell’economia reale nel 2002 hanno
sistematicamente smentito l’ottimismo (presumibilmente non disinteressato)
della gran maggioranza degli “analisti” economici. La ripresa più volte
annunciata non si è materializzata e per il terzo anno consecutivo le borse
mondiali hanno visto una caduta dei loro valori, un fatto che non si verificava
dal 1939-41, quando era in corso una guerra mondiale.
Il perdurare delle
difficoltà dell’economia mondiale non è affatto una sorpresa per noi marxisti,
come dimostra il materiale da noi pubblicato negli scorsi due anni.
L’andamento dell’economia
capitalista da sempre vede l’alternarsi del ciclo boom recessione, e la crisi
attuale ha smentito duramente i guru della nuova economia che teorizzavano la
fine del ciclo economico. Ma dire questo non è sufficiente da solo a
comprendere natura della crisi attuale. Una crisi, infatti, può essere di breve
durata, poco più di una pausa in un’ascesa generale del capitalismo, o può
viceversa inserirsi in un contesto di più ampia crisi economica e di decadenza
generale dell’economia capitalista.
A che punto del ciclo
siamo oggi?
Le cifre dell’economia
Usa, la più importante del mondo, confermano in modo evidente come la crisi non
solo non sia finita, ma come dia chiari segni di avvitarsi su se stessa.
L’aspetto decisivo sono i profitti e gli investimenti. Per parlare seriamente
dell’inizio di una ripresa occorre infatti che dopo la fase della distruzione
della capacità produttiva in eccesso (chiusure di fabbriche, ristrutturazioni,
licenziamenti, fallimenti), le aziende esistenti ricomincino a fare profitti e
si trovino così spinte ad investire.
Al contrario, vediamo come
l’industria nordamericana sia ancora carica di una enorme capacità produttiva
inutilizzata. L’utilizzo degli impianti era calato per 19 mesi consecutivi fra
il 2000 e il 2001, dopo di che la caduta pareva essersi arrestata nella prima
metà del 2001. Ma da luglio la capacità produttiva utilizzata ha ripreso a
scendere passando dal 76,4% di luglio al 75,4 di dicembre, cioè il dato
peggiore dal 1982, e di parecchio più basso del peggior dato degli anni ‘90 (il
78,7 toccato nel gennaio 1992, durante l’ultima recessione).
Il settore delle alte
tecnologie lavora al 61,7% della sua capacità e quello delle costruzioni
aeronautiche, la cui crisi è parallela a quella delle grandi compagnie di
trasporto aereo, addirittura al 59,2%. L’utilizzo di energia elettrica
nell’industria Usa è calato del 10-12% rispetto al 1997.
Cresce la
disoccupazione in Usa
Questi dati significano
che prima di una seria ripresa degli investimenti ci dovranno essere ulteriori
ondate di ristrutturazioni e fallimenti.
I dati della
disoccupazione dimostrano come la crisi non tocchi solo l’industria in senso
stretto, ma anche l’insieme dell’economia Usa. Il numero di disoccupati in Usa
è cresciuto come segue:
Anno media mensile disoccupati (in
migliaia)
2000 5.655 (minimo del decennio)
2001 6.742
2002 8.266
La media per il 2002,
inoltre, è il risultato di un andamento altalenante nel corso dell’anno, che
vede un netto peggioramento fra settembre (8 milioni e 92mila disoccupati) e dicembre
(8 milioni e 590mila).
Deflazione e calo
dei profitti
L’aspetto più critico
riguarda però la questione dei profitti. Ci sono chiari segni, infatti, del
fatto che gli Usa siano contagiati da una dinamica di deflazione (calo dei
prezzi) che in Giappone e altri paesi asiatici è già fortemente operante da
oltre un anno. Il calo dei prezzi non è dovuto a fattori positivi come
l’aumento della produttività o della scala della produzione, ma al fatto che le
imprese sono costrette a vendere sottocosto pur di smaltire le scorte e
mantenere le proprie quote di mercato. Vendita sottocosto significa niente
profitti, niente profitti uguale niente investimenti.
Se la deflazione dilagherà
negli Usa non solo minerà i profitti aziendali, ma porterà anche ulteriore crisi
nel mercato borsistico e potrebbe far scoppiare anche la bolla speculativa
legata ai mutui e alle proprietà immobiliari.
Considerato l’insieme di
questi fattori, la conclusione che se ne trae è evidente: la ripresa in Usa è
ancora lontana e la crisi non ha affatto esaurito il suo corso.
Svalutazioni
competitive?
Le difficoltà
dell’industria nordamericana stanno portando a una vera e propria crisi di
competitività degli Usa, che si esprime nell’enorme deficit commerciale che
ormai da anni affligge il capitalismo Usa e che nel periodo gennaio/novembre
2002 ha raggiunto la cifra record di oltre 390 miliardi di dollari (contro 331
miliardi nel corrispondente periodo del 2001 e 358 miliardi nell’intero anno
2001). Negli anni scorsi tale deficit era stato uno dei fattori di traino
dell’economia mondiale, poiché tutti gli altri paesi esportavano negli Usa, e
la domanda interna americana permetteva all’Asia e all’Europa di mantenere la
loro crescita. Il buco commerciale era poi coperto dal massiccio afflusso di
capitali in Usa, che sono ormai il paese col maggior debito estero al mondo. Ma
tale meccanismo, come più volte avevamo già scritto, era prima o poi destinato
ad incepparsi. Oggi questo squilibrio si manifesta nel calo del dollaro, che ha
perso nei confronti dell’euro circa il 20% rispetto ai massimi del 2002.
Il calo del dollaro
significa ulteriori problemi sui mercati mondiali, crea difficoltà alle imprese
europee senza peraltro che queste possano svolgere un ruolo di traino nei
confronti degli Usa.
Le economie dell’Unione
europea sono infatti a loro volta in forti difficoltà, con una sostanziale
stagnazione del Pil (+0,3% nel terzo trimestre del 2002), una crescita della
disoccupazione (11,7 milioni nell’intera area dell’euro) e soprattutto un
continuo calo degli investimenti.
Negli stessi Usa, un calo
prolungato del dollaro porterebbe ad enormi problemi, poiché le imprese e lo
Stato americani sono enormemente indebitati e Bush vuole aumentare
ulteriormente questo debito con la crescita delle spese militari e il taglio
delle tasse. L’unica risposta possibile sarebbe quella di aumentare i tassi
d’interesse per attirare i capitali in fuga, ma questo significherebbe
soffocare ulteriormente gli investimenti e i consumi. Si accumulano quindi
contraddizioni su contraddizioni, che dovranno necessariamente generare enormi
sconvolgimenti nell’economia e nella società americane, con conseguenze di
portata mondiale.
Con queste premesse, è
facile prevedere un ulteriore aumento delle tendenze protezionistiche, già fortemente
cresciute negli ultimi due anni, con effetti che potrebbero essere drammatici
sull’intero equilibrio dell’economia mondiale.
Siamo di fatto già entrati
in una fase di scontro acuto sui mercati mondiali e per l’egemonia all’interno
del mondo capitalista. La crisi dell’egemonia americana si farà sentire sempre
di più, e la reazione della borghesia americana alle insidie che si
moltiplicano verso il suo dominio sarà furiosa. Di queste tensioni è chiara
espressione lo scontro diplomatico, senza precedenti da molti decenni, fra Usa,
Francia, Germania e Russia rispetto alla crisi irachena.
Infine, va considerato
l’effetto non solo politico, ma anche economico della ripresa delle
mobilitazioni sociali e della lotta di classe su scala mondiale. La ripresa del
movimento sindacale in numerosi paesi europei, la rivolta crescente nei paesi
dell’America Latina, la crescente difficoltà ad irreggimentare e disciplinare
le masse lavoratrici, sia nei paesi imperialisti che fra i popoli oppressi,
costituisce un vero e proprio macigno che impedirà di ristabilire l’equilibrio
capitalista, ormai irrimediabilmente compromesso.
Verso nuove
esplosioni sociali
Indubbiamente tutte le
grandi potenze capitaliste cercheranno di “risolvere” le proprie contraddizioni
a spese dei propri concorrenti. Ma avviarsi su questa strada, cioè tentare di
imitare la politica aggressiva e militarista dell’amministrazione Bush,
significherà innanzitutto aprire uno scontro sociale all’interno, con la classe
lavoratrice dei propri paesi. Questo sarà vero in primo luogo per i paesi
europei come Francia e Germania. La crisi con l’Iraq ha mostrato
inequivocabilmente l’impossibilità di conciliare gli interessi contrastanti dei
diversi paesi dell’Ue in presenza di un serio scontro con gli Usa. I tentativi
di armarsi ulteriormente da parte di Francia e Germania, i tentativi di
rendersi più competitivi nei confronti di Europa e Usa sul terreno economico e
delle sfere d’influenza internazionali porteranno a un inasprimento delle
politiche di flessibilità, attacco ai diritti sindacali e allo stato sociale.
La crisi “esterna” dei paesi europei si trasformerà rapidamente in crisi
“interna”, ossia in una nuova esplosione del conflitto di classe, e non servirà
tutta la disgustosa retorica europeista e pacifista dei vari Schroeder e Chirac
a incantare il movimento operaio, come dimostra la dura sconfitta elettorale
della socialdemocrazia tedesca nelle elezioni regionali di poche settimane fa.
In conclusione: la crisi
ciclica del capitalismo apre una nuova fase nella quale a prescindere dal fatto
che prima o poi una ripresa si manifesterà, l’equilibrio del capitalismo sarà
sempre più compromesso. La classe dominante ha la sua risposta: ristabilire
l’equilibrio a spese dei lavoratori e dei popoli oppressi, una risposta fatta
di guerre e di politiche sempre più chiaramente antioperaie e antisociali. Sta
a noi comunisti far sì che invece di una nuova epoca di barbarie imperialista
si apra una nuova epoca di mobilitazioni di classe: l’epoca del rovesciamento
rivoluzionario del capitalismo.
di Claudio Bellotti
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