FalceMartello n° 163 * 19-02-2003
Editoriale fm n°163
Non una base nè un soldo
nè un soldato
per questa sporca guerra
Poco più di un anno fa,
quando i marines entrarono a Kabul scrivevamo: “Gli Usa vedono ora sollevarsi
forze gigantesche contro di loro”. E davvero gigantesca è stata la forza scesa
nelle piazze di tutto il mondo sabato 15 febbraio. Quello che è certo è che si
è trattato della prima vera manifestazione globale nella storia dell’umanità,
per estensione, numeri e coscienza dei partecipanti di essere legati da un
unico obiettivo: fermare l’aggressione all’Iraq.
Londra, capitale del più
fedele alleato di Bush, ha visto la più grande manifestazione della sua storia,
750mila secondo la polizia, il doppio secondo la Tv Sky News, mentre a Glasgow
e Belfast altre decine di migliaia scendevano in piazza. A Berlino mezzo
milione di persone, a Roma forse due milioni, centinaia di migliaia a New York,
200mila in Siria, grandi manifestazioni in Australia, l’altro fedelissimo
alleato degli Usa, e la sbalorditiva cifra di sei milioni nelle strade di
Spagna, due milioni a Madrid, un milione e mezzo a Barcellona, 100mila a Bilbao
e decine di altre manifestazioni…
Ovunque i resoconti
parlano di manifestazioni enormi e di una partecipazione massiccia della cosiddetta
“gente comune”, di migliaia e migliaia di persone che non avevano mai
partecipato a un corteo, che fino ad oggi hanno sempre pensato di potere o
dover delegare le grandi scelte ai palazzi del potere, e che oggi invece hanno
trovato le motivazioni per mobilitarsi in prima persona, scendere in strada e
far sentire il proprio “No” alla guerra.
Dobbiamo ragionare
attentamente sugli avvenimenti del 15 febbraio. Quando milioni di persone fanno
un passo, fosse pure il primo della loro vita, nel campo della mobilitazione di
massa, ebbene questo è un fatto potenzialmente rivoluzionario. L’aspetto
decisivo è che normalmente questi milioni di persone cercano di accettare come
giuste e vere le cose che dicono e fanno i governi e i “potenti”. E anche
quando si rendono conto che non sono né
vere, né giuste, il più delle volte pensano di non aver modo di impedirle o di
modificarle. E invece, questa volta, non è stato così, e hanno detto al più
forte governo del mondo e ai suoi alleati “non crediamo più alle vostre
menzogne, non vogliamo permettervi di compiere questo ennesimo crimine”.
Un movimento come quello
che si è visto non si può fermare con la violenza, né bastano le “provette” di
Colin Powell per rendere accettabile la guerra. Indubbiamente nelle stanze
ministeriali le immagini delle manifestazioni del 15 avranno dato molto da
pensare a diplomatici e governanti. Milioni di persone in piazza, impossibile
pensare a una risposta repressiva, inefficace lo spettacolo messo in piedi da
Powell all’Onu. Che fare?
È possibile che una delle
conseguenze di queste manifestazioni sarà quella di rendere ancora più
difficile una nuova risoluzione dell’Onu che dia il via libera all’attacco
americano. Non perché Chirac o Schroeder abbiano aumentato il loro tasso di
pacifismo, ma per semplice e cinico calcolo: perché screditarsi per dare
copertura a Bush (che ha già reso chiaro che la “vecchia Europa” pagherà caro
per avergli messo i bastoni fra le ruote)? Non è forse meglio per questi
politici posare da persone di principio e attente alla voce popolare? Se poi la
guerra si svilupperà in modo favorevole per gli Usa, sarà più facile fare
accettare ai popoli il fatto compiuto; se invece l’esercito Usa incontrerà
problemi inaspettati o addirittura se si impantanasse senza riuscire a
risolvere in breve tempo il conflitto, allora sarà il momento di far rientrare
in gioco l’Onu per una opportuna “mediazione” europea (che, come tutte le
mediazioni, sarebbe opportunamente retribuita).
Così le prossime settimane
ci verranno descritte come “ore decisive”, nelle quali si “decide tutto” nel
Consiglio di sicurezza. Ma si tratta solo di un modo per ipnotizzare il
movimento contro la guerra, per metterlo in stallo. All’Onu non si “deciderà”
nulla, perché la guerra è già decisa da tempo.
E qui si ripresenterà il
nodo decisivo del movimento contro la guerra. La stragrande maggioranza di chi
è sceso in piazza lo ha fatto certamente nella convinzione che si trattasse di
un modo concreto per impedire la guerra. Le posizioni ambigue degli organizzatori
hanno fatto di tutto per insinuare l’idea che le manifestazioni possono creare
una pressione sufficiente da trasmettersi fino al Consiglio di sicurezza e
impedire il voto di una nuova risoluzione. L’appello del Forum sociale europeo
è esemplare in questo senso, in quanto si rivolgeva a tutti, ai parlamentari,
all’Europa, all’Onu, ai governi, ai paesi che hanno il diritto di veto… insomma
si spera in tutto e tutti tranne che nella forza di una mobilitazione di massa,
indipendente e di classe.
Certo, queste illusioni
erano presenti nelle piazze del 15 febbraio. Ma spariranno di fronte agli
avvenimenti, i popoli impareranno a non avere fiducia nella diplomazia,
nell’Onu, nei prestigiatori e nei truffatori. Contribuire a questa presa di
coscienza è oggi il compito fondamentale per i comunisti nel movimento contro
la guerra.
Dopo il 15 non si tratta
solo di fare grandi manifestazioni. Si aprirà il problema bruciante di agire
contro la macchina bellica che potrebbe mettersi in moto da un momento all’altro.
L’esempio ci viene da quei due ferrovieri inglesi che hanno rifiutato di
guidare un treno carico di materiale bellico, o dai compagni belgi che
presidiano il porto di Anversa per opporsi al suo utilizzo militare. Azioni di
massa, manifestazioni e scioperi, non solo per dire no alla guerra, ma per
bloccare le basi, le infrastrutture, i porti, facendo un appello diretto ai
lavoratori e ai sindacati: usiamo la nostra forza, la forza del movimento
operaio organizzato! Il governo Berlusconi promette a Bush l’uso delle nostre
strade, ferrovie, porti, aeroporti, ecc. Ma dimentica che per far funzionare
queste infrastrutture è necessario il nostro lavoro, e che se la classe operaia
si oppone attivamente la macchina bellica può entrare in stallo.
Alla Cgil e a Cofferati,
che parlano di “no alla guerra senza se e senza ma” dobbiamo porre una domanda
precisa: il vostro “no” vale solo per un giorno, per lavarvi la coscienza, o
siete disposti a sostenere una mobilitazione di massa che si ponga questi
obiettivi e che punti a rovesciare il governo guerrafondaio?
Dopo il 15 febbraio, il
seguente passo deve essere lo sciopero
generale internazionale.
Esistono le condizioni,
forse per la prima volta nella storia, per generare un clima di
insubordinazione generale non alla fine di un conflitto (come avvenne nelle
grandi guerre del novecento), ma ancora prima che questa cominci.
- Non una base, nè un
soldo, nè un soldato per questa sporca guerra.
- Nessuna fiducia nell’Onu
e nell’asse franco-tedesco.
- Azione di massa contro la
guerra e il governo.
- Contro la guerra,
l’imperialismo e i capitalisti.
Un altro mondo è possibile:
si chiama socialismo.
19 febbraio 2003
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