FalceMartello n° 162 * 10-01-2003
Quando le università
diventano aziende…
Il mese di dicembre
sembra aver portato, nelle università italiane, un nuovo clima di lotta che da
tempo sembrava sopito. In molti atenei la protesta degli studenti per la difesa
del diritto allo studio, che per ora si sviluppa ancora su basi embrionali,
sembra dilagare. Per comprendere da dove nascono i disagi bisogna, però,
procedere a ritroso.
di Pietro Di Nardo (Collettivo studentesco
universitario di Napoli)
Da diversi anni una serie di
leggi approvate a livello regionale hanno sancito la quasi totale
privatizzazione degli enti che gestiscono il diritto allo studio (da EDISU a
ADISU). Tutto ciò ha comportato un aumento dei prezzi, un peggioramento della
gestione dei servizi uniti ai continui tagli alle borse di studio. In Campania
la legge sul diritto allo studio è stata approvata solo in estate e per varie
deficienze di natura burocratica non è ancora in vigore.
Le università napoletane
già da anni vivono in condizioni di estrema precarietà e il panorama del
diritto allo studio è tutt’altro che consolante. In questi anni sono state
chiuse diverse mense la cui gestione è stata poi affidata a privati con
conseguente aumento dei prezzi fino al 100%, non ci sono residenze per i fuori
sede poiché quelle che c’erano sono state chiuse e la stessa EDISU svolge meno
del 30% dei servizi che dovrebbe garantire. Inoltre da quest’anno a causa dei
tagli ai fondi e di parametri meritocratici sempre più elevati il numero di
borse di studio si è ridotto quasi del 50%. A pagare le spese di questa
gestione non sono stati solo gli studenti, ma anche i lavoratori dell’EDISU che
rischiano dall’anno prossimo di vedersi ridurre di parecchio lo stipendio ed in
alcuni casi anche di essere licenziati.
In questo contesto, la
legge regionale sancisce un ulteriore peggioramento non solo perché regolarizza
il percorso di privatizzazione avviato da tempo, ma anche perché introduce
nuovi e gravi elementi. Nella legge è specificato che l’ADISU deve cedere
sempre più poteri ai vari atenei che gradualmente dovranno impossessarsi dei
servizi collegati al diritto allo studio e garantirli direttamente agli
studenti. In che modo queste università azienda possono gestire questi servizi?
Esternalizzando il tutto a privati! Inoltre secondo la stessa legge i fondi per
il diritto allo studio vanno prelevati dalle tasse, da fondi ministeriali, ma
anche e soprattutto dai privati.
Da tutto ciò si può
dedurre come la riforma dell’università e le modifiche ai regolamenti sul
diritto allo studio vadano nella stessa direzione: effettuare, attraverso il
processo di privatizzazione, una fortissima selezione di classe all’interno
delle università e quindi impedire ai figli dei lavoratori di studiare. Se non
ci pagano le borse di studio, se ci tagliano ogni forma di diritto allo studio
e ci rendono la vita impossibile con i ritmi carcerari della riforma solo chi
avrà tempo e denaro a sufficienza potrà laurearsi. Va aggiunto inoltre che se
si procede in questa direzione, anche la condizione dei lavoratori
dell’università peggiorerà terribilmente visto che la loro assunzione sarà
vincolata dall’ingresso di aziende private che per assumere pretenderanno un
contratto precario e sempre maggiore sfruttamento.
Le nostre lotte non devono
e non possono fare a meno dell’unità con i lavoratori che sempre di più
subiscono attacchi ai propri diritti. Ancora un volta diventa fondamentale
unirsi al movimento dei lavoratori per respingere con forza questi attacchi: o studenti e lavoratori lottano uniti o si
perde tutti!
Bisogna rivendicare
con forza:
• No alla privatizzazione
degli enti di diritto allo studio: ritiro immediato delle leggi regionali sul
diritto allo studio.
• Assegnazione delle borse
di studio attraverso parametri non meritocratici, ma di reddito.
• Aumento di aule e
strutture: costruzione di mense e residenze.
• Trasporti gratis per gli
studenti.
• Che nessun lavoratore
dell’EDISU venga licenziato o subisca riduzioni di salario.
• Riattivazione di tutti i
servizi che l’EDISU dovrebbe garantire attraverso l’assunzione di nuovi
lavoratori a tempo indeterminato.
• Per un’università
pubblica, gratuita e di qualità.
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