FalceMartello n° 162 * 10-01-2003
Le tasse universitarie
raddoppiano è l’ora di reagire!
Negli ultimi anni le
tasse universitarie sono cresciute in maniera sorprendente: se nel 1994 per
iscriversi all’università si pagava, in media, 800 mila lire scarse, oggi si
pagano 851 euro. I costi di iscrizione sono più che raddoppiati negli ultimi 8
anni. Questi aumenti hanno ovviamente coinvolto tutti, andando però a colpire
particolarmente gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito.
Francesco Papa (Collettivo Universitario Pantera
di Milano)
In alcune università, come
a Milano, la situazione è addirittura peggiore: si pagano addirittura 1300
euro. Questi aumenti hanno un motivo e non è un caso che partano dal 1994, anno
in cui è entrata a regime l’autonomia universitaria e sono cominciati i primi
esperimenti di privatizzazione dell’università abbinata ad un taglio degli
stanziamenti.
Nel 2001, con
l’introduzione della riforma Moratti la situazione si è particolarmente
aggravata, le tasse aumentano ogni anno, le borse di studio vengono tagliate e
le strutture sono sempre più inadeguate. In tutto questo tempo le voci di
protesta contro queste controriforme non sono state molte e non sono mai venute
nè dai docenti (baroni), nè da presidi o rettori, ma solo da una parte degli
studenti, i più coscienti delle conseguenze di queste controriforme.
La farsa delle
dimissioni dei rettori
A metà dicembre 2002,
però, succede l’inaspettato: i rettori si dimettono in massa per protestare contro il taglio di 179
milioni di euro al “Fondo di finanziamento ordinario”: il fondo che copre le
spese quotidiane dell’ateneo come il riscaldamento. I rettori hanno anche
chiesto che le spese per gli aumenti di stipendio, dei docenti ovviamente, e
per interventi a favore del diritto allo studio non vengano sostenute dalle
casse dell’ateneo. Quindi anche i rettori hanno capito la situazione di sfascio
dell’università e sono al nostro fianco nella lotta? Ovviamente no.
L’università ha subito più
di 10 miliardi di euro di tagli negli ultimi 10 anni. Di fronte a questo
massacro, i rettori non hanno avanzato mai nessuna protesta, eppure a dicembre
si sono dimessi in massa per un taglio di 179 milioni di Euro. Perché?
Sicuramente si sono accorti che i tagli sono arrivati a toccare anche le spese
spicciole: secondo la Conferenza dei rettori addirittura a conseguenza di
questo taglio sarà difficile garantire anche i riscaldamenti! Questo tuttavia
non può essere l’unica ragione.
I rettori sono sempre
stati complici con i vari ministri dell’università armati di forbice: hanno
fortemente voluto l’autonomia universitaria e l’hanno governata secondo i loro
comodi, sempre senza guardare dove si sarebbe andati a finire e assolutamente
sordi verso gli studenti che cercavano di ricordarglielo. Anche in questo caso
le loro richieste sono addirittura minimali, ovviamente non chiedono un aumento
degli stanziamenti pubblici, ma solo il minimo indispensabile.
La realtà è che sanno che
nel prossimo periodo saranno costretti ad aumentare ancora più vorticosamente
le tasse universitarie. Di fronte a questa prospettiva, vogliono presentarsi
“puliti” di fronte agli studenti. Un modo per dire: “noi al Governo l’avevamo
detto, ora che ci possiamo fare? Ci tocca aumentare le tasse!”. Queste
dimissioni cadono in un momento in cui gli studenti stanno ricominciando a
lottare in molte università italiane; i rettori accorgendosi di ciò hanno
cercato un modo per non divenire bersaglio delle proteste, anzi per cercare di
evitare che si radicalizzino e per mantenerle governabili.
E quale miglior modo se
non cercare di apparire al fianco degli studenti nella lotta? La protesta
studentesca, però, non è così facile da manovrare ed una volta acceso il fuoco
è difficile governarlo.
Molte assemblee convocate
dai rettori per utilizzare gli studenti come grimaldello verso il governo sono
andate molto al di la dei loro desideri. Ne è un esempio Bologna dove
l’assemblea indetta dal rettore Calzolari, che ad inizio anno approvava lauree
specialistiche con costi superiori a 2000 euro, si è chiusa con il Rettore che invitava gli studenti a
rientrare a lezione per “dimostrare che
l’università funziona regolarmente” e questi ultimi, dall’altra, che
dicevano di “considerare effettive le
dimissioni del Rettore”.
Prepariamo la lotta!
I continui tagli creano
effettivamente un problema finanziario a molti atenei che risolveranno, al di
là di mosse spettacolari e puramente di facciata come le dimissioni, con il
solito metodo: aumento delle tasse-diminuzione dei fondi per il diritto allo
studio, comprese borse di studio e studentati.
L’origine di questo
problema è però politico: la riforma Moratti prevede che le università
diventino istituzioni finanziate da aziende private locali e dagli “utenti” (gli
studenti) senza costi per le casse dello stato, in perfetto allineamento con le
politiche del governo verso qualsiasi ramo dello stato sociale dalla sanità,
alle scuole, alle pensioni.
Questa riforma ha
ulteriori conseguenze: con l’introduzione della laurea breve “3+2” a crediti e,
quindi, dell’obbligo di frequenza diventa sempre più difficile, se non
impossibile, lavorare e studiare allo stesso tempo. Se a questo si aggiunge
l’aumento delle tasse, le spese per i libri, i trasporti, l’assoluta inutilità
di una laurea breve si capisce perché i figli degli operai possono solo
sognarsela l’istruzione universitaria.
Questi attacchi che durano
da dieci anni ora però cominciano ad incontrare resistenza: un effettivo
movimento universitario non è ancora cominciato, ma potrebbe scoppiare da un
momento all’altro in qualsiasi università, ma se scoppiasse in una sola
università esso sarebbe, probabilmente, destinato a perdere.
Il movimento potrà
scoppiare spontaneamente ma per vincere avrà bisogno di un’organizzazione e di
una struttura democratica: non si può vincere in una sola facoltà, la lotta va
allargata a tutte le università e collegata alle lotte dei lavoratori: per
questo è necessario creare un struttura nazionale in difesa dell’università
pubblica basata sul principio che chiunque deve poter accedere all’università,
indipendentemente dal suo reddito; uno dei compiti di questa struttura dovrebbe
essere quello di lanciare a febbraio assemblee in tutte le università per
preparare la successiva fase di lotte. Per la creazione di questa struttura
rimandiamo tutti gli interessati a leggere e farci arrivare adesioni
all’appello nazionale lanciato dal Collettivo Universitario Pantera (presente
sul sito www.marxismo.net o sul sito http://colpantera.freemail.supereva.it).
Lotta di massa per
l’università di massa!
Finora alcuni episodi di
conflittualità ci sono stati: sono state occupate delle facoltà, fatti cortei,
ma in queste lotte c’è un difetto: la ricerca dell’azione eclatante su cui sono
ormai appiattite molte organizzazioni studentesche; l’azione eclatante
consiste, semplicemente, nel sostituirsi alle masse, nel rifiutarsi di
rappresentare gli studenti, ritenendoli troppo stupidi o indolenti per lottare,
ma fare delle iniziative che siano visibili (alle telecamere). Il problema di
questa pratica politica è in primo luogo l’autorefenzialità di queste
strutture. Per questo le lotte andrebbero precedute con assemblee in tutte le
facoltà e non passando subito all’occupazione, misura che senza un’adeguata
preparazione finisce solo rinchiudersi dentro l’università o, più spesso,
un’aula.
In questo momento è meglio
cominciare con assemblee seguite da cortei e scioperi universitari, perché
hanno il pregio di coinvolgere e far prendere coscienza anche alla grande massa
di studenti non ancora politicizzati, cercando quando è possibile di far
coincidere le date studentesche con quelle del movimento operaio.
C’è una sola strada per
vincere: ritiro della riforma, raddoppiamento degli stanziamenti per
l’università pubblica, accesso libero e gratuito all’università: studenti e
lavoratori uniti nella lotta contro Berlusconi; se cade lui cade anche la
Moratti!
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