FalceMartello n° 162 * 10-01-2003
Il Venezuela sull’orlo
della guerra civile
Gli ultimi sviluppi
degli avvenimenti in Venezuela hanno rappresentato un salto di qualità dello
scontro fra Chavez e l’opposizione. Da diverso tempo seguiamo le vicende di
questa battaglia sul nostro giornale (vedi Falce Martello numero 153 e 156).
Avevamo già allora spiegato che dopo il fallito golpe dell’aprile 2002 la
situazione non si sarebbe stabilizzata e che saremmo andati incontro ad un
approfondimento della lotta per il potere in Venezuela. L’esito di questa lotta
sarà di fondamentale importanza per il movimento operaio internazionale ed è quindi
necessario aprire da subito anche qui in Italia una discussione sugli
avvenimenti e sui possibili sviluppi della situazione in Venezuela.
a cura di Alessandro
Riatti
Lunedì 2 dicembre è
iniziato uno “sciopero”, il quarto in un anno, convocato dalla Federcamaras (la
Confindustria venezuelana) e dalla corrotta direzione sindacale della Ctv, che
si sta prolungando ormai da diverse settimane.
Quella che è stata in
realtà l’ennesima serrata padronale, punta soprattutto al boicottaggio
dell’industria petrolifera che rimane il settore chiave dell’economia
Venezuelana.
L’opposizione
controrivoluzionaria (composta da
padronato, burocrazia sindacale, settori dell’esercito ed alcune fasce di
piccola borghesia) ha messo in campo tutte le sue forze e ha organizzato
manifestazioni, blocchi stradali e delle navi cariche di petrolio destinato
all’esportazione.
Le cifre sull’effettivo
danno economico sono contrastanti ma è un fatto che questo tipo di azioni siano
una minaccia molto seria per tutta la popolazione. Infatti, per questa
situazione molti negozi sono rimasti chiusi, molti distributori di benzina sono
rimasti a secco di carburante e il governo è dovuto intervenire distribuendo
viveri e benzina fra la popolazione.
La richiesta
dell’opposizione è quella di un referendum anticipato che dovrebbe decidere del
futuro di Chavez, ma in realtà le proteste sono orchestrate per un altro
motivo: provocare il caos nel paese per far intervenire l’esercito. Le forze
della controrivoluzione non si sentono sufficientemente forti per prendere il
potere da sole, perciò stanno creando il panico nella società affinchè elementi
ai vertici dell’esercito intervengano per destituire Chavez e “riportare
l’ordine”.
Venerdì 6 dicembre, durante un corteo dell’opposizione, sono
partiti diversi colpi di arma da fuoco che hanno provocato la morte di cinque
manifestanti e il ferimento di altre ventotto persone. Gli oppositori di Chavez
hanno subito incolpato il “presidente assassino” dalle televisioni e dai
giornali controllati dalla borghesia.
Sebbene sia difficile
chiarire con certezza le effettive responsabilità dell’accaduto, è probabile
che gli omicidi di piazza siano stati preparati proprio dai nemici di Chavez
come provocazione all’interno di una più ampia strategia di cospirazione.
Lo zampino Usa
Qualche giorno dopo la
strage sono emersi particolari significativi che alimentano i sospetti del
complotto. Due ore dopo la strage in piazza Altamira, subito dopo l’arresto di un
uomo coi capelli rossi che ha ammesso immediatamente di avere sparato ai
manifestanti, il canale televisivo Globovision aveva mostrato immagini video di
un uomo dalla vaga somiglianza con l’attentatore che partecipava ad un corteo
in favore di Chavez. Ma l’uomo dai capelli rossi, il cui nome è Joao Gouveia,
non era quello del filmato. Infatti è stato dimostrato che all’ora in cui si
teneva la manifestazione a sostegno di Chavez, il reo confesso attentatore si
apprestava a prendere un aereo che dal Portogallo, dove viveva l’uomo, lo
avrebbe portato in Venezuela.
Sembra di rivivere le memorabili macchinazioni che lo stato
americano organizzò per l’omicidio Kennedy a Dallas nel 1963, in quello che fu
il più grosso regolamento di conti all’interno della classe dominante americana
(vedi il famoso rapporto Garrison ed il film “JFK”). Ancora una volta appare
evidente l’assistenza che gli imperialisti americani stanno dando ai
controrivoluzionari venezuelani.
Dopo che è stato
dimostrato il diretto coinvolgimento politico e militare degli Usa nel golpe
fallito in Venezuela nell’aprile 2002, le nostre non ci sembrano fantasie o
semplici illazioni.
Il governo di Bush sta
tenendo, anche pubblicamente, un atteggiamento ostile verso Chavez ed ormai è
evidente che farà di tutto per liberarsi dell’attuale presidente venezuelano.
Gli interessi in gioco
sono tanti : politici ed economici.
Gli Usa non sopportano
l’idea di avere un’altra rivoluzione vicino a casa dopo il colpo subito a Cuba
nel ’59 e non si rassegnano all’idea di perdere il controllo di un paese che è
quasi sempre stato sotto l’influenza statunitense. Inoltre, l’emancipazione dei
lavoratori venezuelani dalla propria borghesia e dall’imperialismo potrebbe
dare slancio alla lotta di tutti gli sfruttati in Sud America e anche in Usa,
dove i latinoamericani oggi rappresentano la prima minoranza nella popolazione
degli Stati Uniti.
Vi è poi il solito
discorso del petrolio, mai così importante in questo contesto storico in cui la
guerra all’Iraq e la crisi economica possono minacciare la stabilità del
prezzo, il possesso e la reperibilità di questa importante materia prima.
Apparentemente sembra
contraddittorio che gli Usa appoggino il blocco delle esportazioni venezuelane
di greggio dal momento che sono proprio gli Stati Uniti ad essere il primo
compratore del petrolio del Venezuela (gli Stati Uniti acquistano l’80% del
petrolio venezuelano esportato e il Venezuela a sua volta rappresenta per gli
Usa il secondo maggior fornitore di petrolio [Vedi box]). Tuttavia, la posta in
palio è più alta di una perdita temporanea di importazioni, che tra l’altro
vengono coperte dalla riserva nazionale statunitense. Infatti, se gli Stati
Uniti riusciranno a rovesciare Chavez sarà certo più facile mettere le mani
sull’azienda statale del petrolio venezuelano: il colosso Pdvsa che la
borghesia venezuelana vorrebbe privatizzare. Inoltre, con un governo di nuovo
filo-Usa in Venezuela, gli Stati Uniti avrebbero più voce in capitolo sulla
programmazione della quantità di petrolio venezuelano da produrre.
La quota di petrolio
estratto, infatti, influenza il prezzo del petrolio a livello mondiale e gli
Usa nell’ultimo periodo stanno facendo pressioni sui paesi produttori di
petrolio per aumentarne la produzione in modo da tenerne basso il prezzo.
Perché Chavez è nel
mirino
Furono proprio i tagli di
2 anni fa di Chavez alla produzione di petrolio che fecero imbestialire la
borghesia americana, che da fin dall’elezione di Chavez aveva visto con
preoccupazione l’ascesa al potere del “Colonnello Bolivariano”. Fino ad allora
in Venezuela si erano alternati al potere due partiti (il democristiano Copei e
il socialdemocratico Ad) che avevano governato il paese in maniera
consociativa, corrotta e avevano tenuto buoni rapporti con gli Usa. Nonostante
la scoperta degli immensi giacimenti petroliferi le masse continuavano a morire
di fame e le rivolte dell’89 e del ’92 facevano presagire una voglia di
cambiamento che si è espressa politicamente nell’elezione di Chavez.
Il successo che Chavez ha
riscontrato nelle elezioni del ‘98 per molti è stato una sorpresa. Velocemente,
i suoi discorsi contro i ricchi e la corruzione della società gli hanno valso
le simpatie delle masse.
La voglia di riscatto dei
poveri e degli emarginati lo ha portato al potere e lo ha spinto ad emanare, a
partire dal 2000, una serie di riforme in favore dei poveri. In particolare
vanno ricordate la legge sulla Pesca che protegge i piccoli pescatori a scapito
delle grandi imprese e la legge sulla Terra, che concede allo stato la facoltà
di distribuire la terra di cui i privati non sono in grado di dimostrare la
proprietà. Inoltre, una nuova legge sugli idrocarburi ha fatto rabbrividire gli
imperialisti stranieri: lo stato venezuelano dovrà avere la maggioranza in ogni
nuova impresa petrolifera e verranno raddoppiate le imposte alle compagnie
private.
Le riforme introdotte sono
un passo nella giusta direzione. Al tempo stesso, però, dobbiamo criticare sia
l’incompletezza del programma di Chavez sia i metodi con cui il presidente del
Venezuela sta affrontando la crisi sociale in questi giorni. Oggi, infatti,
bisogna dare il colpo decisivo alla borghesia, che ha dimostrato di non sapere
risolvere i problemi delle masse, di essere legata mani e piedi
all’imperialismo e di lavorare costantemente per la preparazione di un colpo di
stato.
Per liberarsi
definitivamente di questi controrivoluzionari serve un programma di lotta che
difenda con la forza le masse dagli attacchi che i padroni stanno organizzando
in questi giorni, si ponga l’obiettivo dell’esproprio delle aziende, delle
banche e delle televisioni in possesso di questi reazionari.
Solo togliendo la
proprietà a questi borghesi si può pensare di dare alle masse venezuelane un
posto di lavoro, un giusto salario e una casa decente. La nazionalizzazione
delle aziende chiave dovrà avvenire con un reale coinvolgimento delle masse
nella gestione dell’economia e delle risorse. Infatti già oggi la società
petrolifera Pdvsa, presa di mira dal sabotaggio in queste settimane, è di
proprietà pubblica, ma la produzione è gestita dall’alto in maniera burocratica
e i lavoratori non hanno voce in capitolo. Spesso le decisioni dei dirigenti
dell’azienda entrano in netto contrasto con gli interessi dei lavoratori come è
avvenuto per esempio nel già citato caso della diminuzione della produzione di
petrolio che ha comportato numerosi licenziamenti di operai.
Il protagonismo operaio e
delle masse è il fattore decisivo per sconfiggere la controrivoluzione. Chavez
dovrebbe ricordarsi quello che è successo in aprile : sono state le masse a
sconfiggere il golpe . Anche oggi il presidente si sbaglia quando sottovaluta
il ruolo che i lavoratori possono avere in questa crisi sociale. La difesa
contro l’offensiva borghese non può essere affidata ai generali dell’esercito. Conosciamo
bene quale è stato il ruolo dei militari nella storia del Sud America. Bisogna
quindi organizzare la difesa dai golpisti basandosi su dei comitati che le
masse sono pronte a formare per fermare la controrivoluzione. Si deve creare
una milizia operaia che in ogni fabbrica e in ogni quartiere vigili sulla
sicurezza del popolo e sia pronta ad intervenire in caso di attacchi nemici. Verso
l’esercito serve un intervento che faccia appello ai soldati perché non si
schierino in favore della borghesia, un lavoro politico per creare anche nelle
caserme dei comitati che si pongano il compito di contrastare e rovesciare gli
ufficiali e i generali controrivoluzionari. Oggi l’esercito è diviso ed è vero
che parecchi generali sono oggi ancora con Chavez. Ma non dobbiamo farci
illusioni. Anche Pinochet poco prima del colpo di stato in Cile nel 1973 si
dichiarava fedele ad Allende. Così possiamo noi oggi fidarci di quello che dice
il generale Montoya, il capo dell’esercito, quando riferendosi alla recente
serrata parla di “atto vile di sabotaggio”?
Sul nostro giornale
abbiamo seguito con attenzione le vicende relative agli ultimi successi
elettorali della sinistra in Sud America. Lula in Brasile e Gutierrez in
Ecuador sono il risultato di una radicalizzazione che sta avvenendo in tutto
quel continente. Proprio in questi giorni Chavez sta facendo appello a Lula e a
Fidel Castro per la difesa della “rivoluzione bolivariana”. Seppure sia
fondamentale oggi lavorare perché tutto il proletariato sudamericano si mobiliti
a sostegno della rivoluzione in Venezuela, tuttavia non saranno certo Fidel o
Lula a salvare le sorti delle masse venezuelane.
Le parole e i proclami non
bastano più. Anche la nuova costituzione del Venezuela, varata da Chavez nel
’99, non può difendere le masse dalla controrivoluzione. Serve un’azione decisa
e risoluta. Questa si dovrà fare con o senza Chavez. Il movimento operaio deve
prendere coscienza che può contare realmente solo sulle proprie forze.
La classe operaia e
il ruolo dei comunisti
Data la situazione serve
un coinvolgimento immediato del proletariato nella lotta. Quale è la forza del
“chavismo” nella classe operaia? Sicuramente un grosso limite di Chavez è stato
quello di non affrontare seriamente i problemi dei lavoratori venezuelani. Il
Piano Bolivar varato due anni fa e le riforme introdotte non hanno beneficiato
gli operai. I salari sono rimasti bassi e le condizioni di lavoro rimangono
molto dure per i lavoratori. Un certo scontento verso Chavez quindi c’è stato. Tuttavia
non dobbiamo pensare che la maggioranza dei lavoratori rimasta passiva fino ad
oggi sia schierata con la borghesia. Su questo non ci sono dubbi: il movimento
operaio è fortemente contrario al piano controrivoluzionario della
Federcamaras. Il fatto che uno dei leader del blocco reazionario sia Ortega,
segretario della Ctv (il sindacato più grande che inquadra il 18% della forza
lavoro venezuelana), non ci deve trarre in inganno. In molte fabbriche sta
nascendo una protesta contro la partecipazione del sindacato al blocco
controrivoluzionario. Alcuni sindacati minori e qualche sezione locale della
Ctv si sono opposte alla linea di condotta di Ortega che non rappresenta
l’umore dei lavoratori oggi in Venezuela. Certo è vero che se questo losco
individuo fino ad oggi non è stato ancora mandato a casa è anche a causa del
ritardo con cui la classe operaia sta entrando in scena. Per le organizzazioni
del proletariato il primo compito è quindi quello di epurarsi dagli elementi
controrivoluzionari e ricreare una direzione che guidi la partecipazione della
classe operaia nella lotta insieme agli altri strati della società.
Il ruolo dei comunisti
oggi in Venezuela parte proprio dal favorire la partecipazione del proletariato
alla lotta. Serve un intervento articolato di un’avanguardia che si ponga
l’obiettivo di stimolare la nascita di comitati in difesa della rivoluzione,
che lavori coscientemente per eliminare dal sindacato gli elementi reazionari,
che spieghi pazientemente in ogni assemblea popolare, in ogni manifestazione,
in ogni circolo di discussione la necessità di un programma rivoluzionario.
Attualmente in Venezuela
le masse stanno creando spontaneamente dei comitati per sconfiggere il piano
controrivoluzionario. Tuttavia questa immensa risorsa per la lotta vede una
chiara mancanza di direzione. Da un lato ci sono i tentennamenti e la politica
confusa di Chavez, dall’altra manca un reale coordinamento di questi comitati.
Anche nei circoli bolivariani c’è una forte richiesta perché Chavez vada fino
in fondo con la lotta ai controrivoluzionari e con la trasformazione della
società.
Abbiamo già in passato
fatto notare che la creazione dei circoli bolivariani, nati sull’esempio della
rivoluzione cubana, fosse un fatto positivo che poteva favorire la partecipazione
delle masse alla vita politica. Tuttavia denunciamo il fatto che fino ad oggi
questi circoli siano stati usati da Chavez solo per ratificare scelte e
decisioni già prese dall’alto.
I comunisti dovrebbero
partecipare a questo movimento e lavorare in queste strutture, spiegando le
loro idee e il loro programma. Il Venezuela ha grandi tradizioni di lotta, a
partire proprio dalla lotta per l’indipendenza dal dominio spagnolo agli inizi
dell’Ottocento.
Il personaggio storico più
conosciuto del Venezuela e oggi sulla bocca di molti politici, a partire da
Chavez, è proprio Simon Bolivar. Quanto pesa la sua ombra sulle idee e sugli
sviluppi della lotta in Venezuela?
Certo Bolivar non era un
marxista (e non poteva esserlo visto
che è morto nel 1830), ma la sua lotta implacabile contro la dominazione
spagnola oggi può essere presa ad esempio nella lotta di liberazione
dall’imperialismo americano. La breve esperienza della Grande Colombia (una
federazione di stati composta da Venezuela, Colombia, Perù ed Ecuador formatasi
dopo la liberazione dagli spagnoli nel 1821 e durata fino al 1830) e il
tentativo di Bolivar di unificare i paesi sudamericani nel Congresso di Panama
nel 1826 (fallito per la forte opposizione degli Stati Uniti) sono delle
esperienze che possono essere utilizzate dai marxisti come leva per inserire la
proposta della Federazione Socialista dell’America Latina. Riportare cioè
l’assoluta necessità di una prospettiva internazionalista all’interno del
movimento operaio venezuelano. Gli sforzi di unificazione dei paesi del
continente sudamericano dovranno essere portati avanti non più su basi
capitaliste, ma su di una struttura economica dove i mezzi di produzione siano
in mano ai lavoratori. Il progetto ambizioso degli “eroi dell’indipendenza”
iniziato due secoli fa può essere portato a termine solo con il socialismo. La
“rivoluzione Bolivariana”, se non vuole rimanere una proposta vuota e priva di
significato, deve essere allora intesa come rivoluzione socialista.
Elenco numeri di
FalceMartello - Home Page