FalceMartello n°
162 * 10-01-2003
Speciale: la lotta alla
Fiat
Resistere un minuto più
del padrone
Dal 9 dicembre 5.600
lavoratori della Fiat sono in cassa integrazione. Il piano industriale voluto
dalla Fiat avanza come un rullo compressore. Mesi di lotte, scioperi e
sacrifici non sono bastati a far cedere padroni e governo, e anche se il
sindacato non ha accettato l’accordo, la Fiat non è stata fermata.
Diventa urgente aprire
una discussione su come rilanciare non solo le mobilitazioni dei lavoratori
Fiat, ma di tutta la classe operaia italiana.
La crisi che colpisce
il gruppo torinese è la stessa che colpisce altre aziende, non passa giorno che
non vengano dichiarati migliaia di nuovi esuberi in tutti i settori.
di Paolo Grassi
Esemplari per sacrificio,
impegno e determinazione, i lavoratori Fiat hanno dimostrato che è possibile
raccogliere solidarietà e sostegno nella società. Ancora una volta si dimostra
che quando la classe operaia si muove diventa punto di riferimento per gli
strati più deboli ed elemento di forte preoccupazione per i padroni.
In realtà il limite
principale nelle mobilitazioni è stato la direzione. I dirigenti sindacali
hanno dimostrato di essere incapaci di portare la lotta fino alle sue estreme
conseguenze.
Con una mano in questi
mesi hanno appoggiato le lotte dei lavoratori (assicurandosi però che non
andassero oltre certi limiti) con l’altra hanno tenuto la porta aperta alla
trattativa, creando aspettative infondate sulla possibilità di trovare un
accordo accettabile. Quando si è definitivamente rotto il tavolo, non hanno
trovato di meglio che continuare le agitazioni con le stesse modalità dei mesi
precedenti.
La testimonianza su quanto
si è verificato venerdì 6 dicembre davanti ai cancelli di Termini Imerese, che
troverete in questo speciale è illuminante da questo punto di vista.
La nostra campagna
In questi mesi i compagni
di questa rivista si sono fatti promotori, insieme a delegati sindacali e
strutture del movimento studentesco, di un appello per la nazionalizzazione
della Fiat sotto il controllo operaio e di un deciso sostegno alle lotte dei
lavoratori fino alle forme più combattive
come l’occupazione degli stabilimenti. Abbiamo lanciato la proposta di
costruire comitati di sostegno alla lotta dei lavoratori Fiat e partecipato a
tutte le iniziative organizzate dagli operai, lì dove eravamo presenti.
A Milano siamo andati ai
blocchi degli operai dell’Alfa di Arese alle stazioni ferroviarie,
all’aeroporto di Malpensa e abbiamo partecipato all’intera giornata di presidio
dei cancelli dello stabilimento il 28 novembre. Una giornata che ha suggellato
l’unità tra gli studenti del collettivo Pantera e i lavoratori dell’Alfa, dalla
quale è nata la riuscitissima assemblea del 5 dicembre alla Statale di Milano.
L’assemblea, alla quale
hanno partecipato oltre 200 tra studenti, lavoratori dell’Alfa e non, e
attivisti sindacali, è stata importante sia per confrontarsi che per lanciare
lo sciopero del 12 dicembre dei metalmeccanici e delle aziende in crisi della
provincia di Milano. Dopo tanti anni in cui intellettuali da strapazzo e leader
improvvisati si erano spesi per dimostrare che la classe operaia non esisteva
più, eccola lì a discutere con una platea attenta di giovani che capiva che in
queste lotte, è in gioco anche il loro diritto a un futuro dignitoso.
Una platea attenta che non
si è limitata ad ascoltare ma è intervenuta nella discussione, chi per
sottolineare il filo rosso che unisce le lotte per la difesa del posto di
lavoro a quelle per il diritto allo studio, chi (un delegato della Minarelli di
Bologna) per spiegare l’importanza di coordinarsi, costruire dei legami tra
tutte le aziende in crisi.
Su queste basi la compagna
Sciancati (componente della segreteria Fiom provinciale) ha dovuto accettare
suo malgrado la proposta lanciata dall’assemblea di fare uno sciopero il 12
dicembre. Diciamo ‘suo malgrado’ perché abbiamo visto come la Fiom ha
organizzato male lo sciopero, un esempio su tutti il fatto che le
rappresentanze di fabbrica hanno ricevuto il comunicato di convocazione dello
sciopero solo la sera prima della manifestazione.
Non c’è mai stata da parte
della Fiom un vero impegno ad estendere la lotta, nonostante nella sola
Lombardia siano oltre 300 le aziende metalmeccaniche che hanno dichiarato lo
stato di crisi con oltre 10mila lavoratori ai quali è stata inviata la lettera
per la cassa integrazione.
Dispiace che i
disobbedienti, che a leggere Liberazione e Il Manifesto, sembra si siano spesi
fino al martirio per la causa degli operai della Fiat, non abbiano accettato la
proposta del Collettivo Pantera e dei lavoratori dell’Alfa di Arese di
partecipare all’assemblea alla Statale, e che il 12 dicembre abbiano voluto
organizzarsi un corteo studentesco separato da quello dei lavoratori provocando
non poca irritazione tra gli operai dell’Alfa Romeo.
A essere sinceri il
quotidiano Liberazione in tutte le settimane della vertenza ha sistematicamente
ignorato l’impegno profuso dal Collettivo Pantera parlando solo del
“protagonismo” dei disobbedienti. Protagonismo che in verità si è limitato a
una presenza nella tarda mattinata del 28 novembre davanti ai cancelli di Arese
(quando i compagni erano lì dalle 5 del mattino ai picchetti con i lavoratori)
e a un comunicato congiunto con i rappresentanti sindacali, dal quale con
atteggiamento settario hanno tentato di escludere il Pantera desistendo solo
sotto la forte pressione di alcuni delegati dell’Alfa, che hanno minacciato di
togliere la loro firma se accanto non ci fosse stata quella del collettivo
universitario della Statale di Milano.
Ripartire dalla base
L’opposizione all’attuale
piano di ristrutturazione deve continuare. Nelle scorse settimane la Fiom ha
promesso uno sciopero generale contro i licenziamenti e questo potrebbe essere
un punto di partenza. Ma uno sciopero generale, come abbiamo visto nei mesi
trascorsi, non è sufficiente. Può aiutare a creare le condizioni per una
mobilitazione più ampia e duratura nel tempo. Ma solo costruendo un legame
stabile dal basso, da fabbrica a fabbrica, in tutte le categorie avremo la
certezza che la lotta sarà portata fino in fondo.
L’esperienza di questa
vertenza dimostra che è necessario lavorare per la costruzione di un coordinamento
di delegati e lavoratori a tutti i livelli per discutere il miglior piano di
lotta e le rivendicazioni da portare avanti. Un coordinamento che possa
esprimere una rappresentanza diretta e democratica dei lavoratori in lotta a
partire dal gruppo Fiat.
Se da un lato è stato
giusto che la Fiom si sia opposta al piano di ristrutturazione, dall’altro non
è chiedendo un nuovo piano di investimenti e il rilancio del marchio che si
vincerà questa battaglia.
Nessuna illusione in
nessun padrone
Piani industriali se ne
sono sentiti tanti in questi mesi, da quello sullo smembramento del gruppo
facendo entrare nell’orbita Volkswagen i marchi più prestigiosi (Ferrari, Alfa
e Maserati) con il resto della Fiat assorbito dal gruppo Opel, allo scontro di
questi giorni ai vertici del gruppo sull’entrata di Colaninno nel consiglio di
amministrazione con una nuova iniezione di capitali “freschi”.
Nessuna di queste proposte
risolverà il problema occupazionale. Vanno tutti nella stessa direzione:
chiudere, smembrare, licenziare.
Vale la pena di ricordare
chi è Colaninno: un personaggio che all’inizio degli anni ‘90 con l’aiuto di De
Benedetti e delle stesse banche che lo appoggiano oggi nella scalata alla Fiat,
diventò amministratore delegato dell’Olivetti per smembrarla, rivenderne i
pezzi più preziosi (l’Omnitel alla Mannesman), e chiudere quelli in perdita: i
computers.
Poi nel 1999 con
l’appoggio del centro sinistra e dell’allora presidente del consiglio, Massimo
D’Alema, guidò uno spregiudicato assalto alla Telecom e, anche qui dopo una
forte ristrutturazione e esternalizzazione di alcuni settori (che portò in
totale a un’uscita dall’azienda di circa 13.500 lavoratori) la liquidò al
miglior offerente, in questo caso il gruppo Pirelli, portandosi a casa con i
suoi compari 14mila miliardi di lire (un miliardo per ogni lavoratore
licenziato).
Questo è l’imprenditore
che oggi si fa avanti per salvare i destini della Fiat, l’ennesimo padrone
spregiudicato, senza scrupoli che continuerà nel solco della politica intrapresa
dagli Agnelli.
Nè questo padrone, nè
nessun’altro potrà dare quello che formalmente richiede la Fiom: nuove
produzioni, investimenti nella ricerca, riduzione d’orario, ecc.
Il mercato dell’auto è in
forte crisi a livello mondiale a causa della sovrapproduzione, pertanto
qualsiasi soluzione può essere portata avanti solo contro gli interessi
imprenditoriali, rivendicando l’esproprio senza indennizzo della Fiat. Solo
mettendo da parte i padroni e con il controllo operaio è possibile salvare
tutti i posti di lavoro.
Termini Imerese: la lotta
deve andare fino in fondo
La lotta dei lavoratori
di Termini rappresenta un’esperienza importantissima per il movimento operaio.
Dopo anni in cui hanno proliferato le teorie più assurde su una improbabile
“estinzione” della classe operaia o di una sua irreversibile perdita di
coscienza, questi lavoratori con i fatti, e non con le chiacchiere, hanno
rivelato cos’erano queste “nuove” teorie: null’altro che una montagna di
immondizia. La capacità di lotta e di organizzazione, l’imprevedibilità degli
interventi, dal blocco del porto di Messina a quello di punta Raisi, la
compattezza e la determinazione di questi lavoratori suona inequivocabilmente
il campanello d’allarme per la borghesia: il proletariato si sta risvegliando e
per i padroni saranno guai!
di Paolo Brini
Tuttavia, di un’esperienza
come questa deve essere fatto tesoro dai lavoratori non solo per i suoi aspetti
positivi; è centrale rilevare e capire quali ragioni hanno portato la lotta
oggi ad una situazione di momentanea paralisi. Come abbiamo spiegato in un
articolo sull’ultima edizione de “la nostra voce” (che riportiamo in uno
stralcio qui a lato) l’aver perduto l’occasione di occupare la fabbrica il
giorno 6 di dicembre ha significato in un qualche modo mancare un salto di
qualità nella lotta; siamo convinti che se in quell’occasione i lavoratori di
Termini avessero occupato lo stabilimento, noi oggi vedremmo molte altre
fabbriche, in cui i lavoratori stanno pagando la crisi per conto dei padroni,
seguire quell’esempio. Tuttavia la battaglia non è affatto persa, possiamo
ancora vincerla, a patto naturalmente di saper trarre le giuste lezioni da
questa esperienza. Nel nostro piccolo, è su questa base che tentiamo di trarre
un bilancio che possa essere utile nel proseguo di questa lotta.
Due lezioni
importanti
Parlando a lungo davanti
ai cancelli di Termini con numerosi lavoratori, abbiamo rilevato due elementi
che a nostro avviso sono stati determinanti nell’impedire in questa prima fase
un salto di qualità che desse ulteriore slancio alla lotta. Il primo è stato la
mancanza di una discussione chiara su cosa si sarebbe dovuto fare nel caso, poi
confermato, che lo stabilimento fosse stato chiuso. Sono circolate tra i
lavoratori l’idea dell’occupazione dello stabilimento, la parola d’ordine della
nazionalizzazione ecc, tuttavia non vi è stato nessun dibattito in proposito
durante le assemblee. La ragione fondamentale di ciò era che i vertici
sindacali avevano in un qualche modo infuso tra i lavoratori l’illusione che un
accordo si sarebbe trovato, togliendosi così fino all’ultimo dall’imbarazzo di
dover discutere di una cosa tanto spinosa come il “che fare” se l’intesa non si
fosse raggiunta. Questo, almeno nei giorni immediatamente precedenti la rottura
delle trattative, ha creato un clima di attesa, scettica ma allo stesso tempo
snervante, che ha rallentato una possibile generalizzazione di questa
discussione con la conseguenza che, nell’assemblea di venerdi 6 dicembre, le
burocrazie sindacali hanno avuto tutti i margini per disorientare i lavoratori,
coglierli alla sprovvista e dunque disperdere l’enorme rabbia e potenziale di
lotta che in quella occasione si sarebbe potuto sprigionare.
Questa considerazione ci
porta alla seconda centrale condizione che ha impedito l’occupazione: i
lavoratori si attendevano che una indicazione di tal genere venisse da quei
dirigenti che godevano della loro fiducia. Indicazione che però nessun
sindacalista, nemmeno della Cgil, aveva la benchè minima intenzione di dare.
Questo ancora una volta ci dimostra, da un lato, che noi lavoratori non
possiamo più delegare a chicchessia la direzione delle lotte. Questo è un
compito che spetta esclusivamente a noi stessi ed è perciò centrale costituire
comitati di sciopero eletti direttamente dalle assemblee, revocabili in
qualsiasi momento e che rendano conto esclusivamente ai lavoratori medesimi e a nessun altro.
Dall’altro lato, questa
esperienza ci dimostra la necessità per i lavoratori di riprendersi il proprio
sindacato, imporgli un ferreo controllo dal basso ed epurarlo da una burocrazia
che nelle migliore delle ipotesi si è dimostrata completamente incapace di dare
una direzione valida e combattiva ad una lotta che non ammetteva compromessi o
concertazioni con il padronato.
La lotta si può e si
deve vincere!
Il livello politico delle
discussioni davanti ai cancelli e l’interesse dei lavoratori su questioni come
l’autogestione della fabbrica, l’esperienza argentina ecc. sono la miglior risposta a quanti, con
arroganza inaccettabile, sostengono che queste questioni non possono essere
comprese dai lavoratori. Al contrario! Certamente, benché la maggioranza dei
lavoratori fossero d’accordo sull’idea di occupare, le reazioni sulla
prospettiva di autogestire erano comprensibilmente differenti. Alcuni erano
convinti di questa soluzione, altri invece ponevano obiezioni sulla
percorribilità di questa strada. Su una cosa però non vi era obiezione alcuna:
la fabbrica può andare avanti benissimo anche senza padroni, manager e capetti
vari, poichè tutti sono consapevoli del fatto che la conduzione e la gestione
della produzione sono e saranno sempre esclusivamente nelle mani degli operai.
L’ostacolo più grosso che
diversi lavoratori hanno sollevato riguardava l’impossibilità dello stabilimento
di Termini di produrre vetture autonomamente dato che pezzi importanti come il
motore vengono prodotti in altri stabilimenti. L’obiezione era più che logica
ma proprio qui sta il punto: l’autogestione a Termini non deve avere
l’obbiettivo di circoscrivere la lotta, perchè ovviamente sarebbe destinata a
fallire, ma esattamente quello di essere un esempio, un catalizzatore non solo
per gli altri stabilimenti Fiat ma per tutte quelle aziende (in vertiginoso
aumento) che oggi licenziano, mettono in cassa integrazione ecc. Dunque
autogestire a Termini significa dimostrare a Melfi, Termoli, Mirafiori, Arese,
ecc. che non solo è possibile gestire una fabbrica senza padroni; ma che è
decisamente meglio! Una Termini in autogestione avrebbe il compito di terminare
le 2.000 punto che ha in montaggio, venderle ad una cifra modica attraverso la
costituzione di una campagna di solidarietà a livello nazionale ed
internazionale, per costituire una buona cassa di resistenza, ed allo stesso
tempo fare un appello ed una campagna per l’occupazione degli altri
stabilimenti del gruppo e di tutte le
fabbriche che chiudono o licenziano. Questa, crediamo sia l’unica via per
continuare e poter vincere la lotta. Nei primi tre mesi del 2003 lo
stabilimento sarà riaperto per 5 settimane, i cancelli saranno aperti e tutte
le maestranze saranno al lavoro: quello sarà il momento decisivo per agire ed
occupare. Altrimenti, dopo marzo, ci sarà la chiusura definitiva e la lotta
correrà il grande rischio di subire una sconfitta. Questo non possiamo davvero
permetterlo. D’altra parte, nell’andare fino in fondo in questa battaglia
rischiamo di perdere solamente una cosa: le lettere di licenziamento!
Corrispondenza da Termini
Imerese
- tratto dall’ultima
edizione de La Nostra Voce -
… Quando la nostra
delegazione è giunta davanti ai cancelli, il pomeriggio dello stesso giovedì (5
dicembre, NdR), sono subito emersi da un lato la grande determinazione da parte
dei lavoratori presenti a continuare la lotta, dall’altro la grande apertura e
disponibilità a discutere il nostro appello sull’occupazione e l’autogestione
della fabbrica. Non solo gli operai ci chiedevano i volantini, ma alcuni si
offrivano di distribuirli e di affiggerne una copia nel gazebo accanto al
manifesto dell’assemblea con i lavoratori argentini della Zanon.
Era tuttavia evidente che
nel giorno finale delle trattative a Roma aleggiava fra i presenti una
speranza, sia pure mista a scetticismo, di portare a casa un risultato
positivo, alimentata nei giorni precedenti dai dirigenti sindacali.
D’altronde dopo due mesi
ininterrotti di lotte e una busta paga irrisoria, l’umore era più che
comprensibile. Ciò che non si può in alcun modo giustificare era l’assenza di
un serio impegno del sindacato per sostenere una cassa di resistenza. Infatti,
nonostante tra i lavoratori se ne sentisse l’esigenza, i dirigenti sindacali
hanno sempre evitato di affrontare la questione. Gli operai hanno persino
dovuto fare una colletta per comprare il megafono, perché neppure questo è
stato fornito dalle confederazioni!
Quanto i lavoratori
fossero disposti ad andare avanti lo dimostra la rapidità con la quale il
giorno successivo, alla notizia della rottura delle trattative, si era diffusa
la parola d’ordine dell’occupazione dello stabilimento: si stava generalizzando
la convinzione che quel venerdì sarebbe potuto accadere qualcosa di grosso.
Tuttavia, nelle numerose
discussioni nei capannelli di operai su come proseguire la lotta, è emerso in
maniera evidente che se da un lato parole d’ordine come nazionalizzazione,
autogestione ecc. erano circolate in maniera informale tra i lavoratori, non vi
era stata alcuna volontà nei dirigenti sindacali di inziare neppure a discutere
quali conseguenze avrebbe portato la rottura delle trattative. Ciò ha permesso
che si creasse una situazione di disorientamento sul da farsi, situazione le
cui conseguenze sarebbero state evidenti poche ore più tardi.
Il pomeriggio è il momento
dell’assemblea. Sono presenti un migliaio di lavoratori. C’è attesa, la
riunione sarebbe dovuta cominciare alle 15, ma nonostante la presenza massiccia
delle maestranze è stata rinviata di ben tre ore perché i burocrati di Fim e
Uilm dovevano “prima discutere con le segreterie”.
A tale atteggiamento gli
operai hanno risposto che la discussione la si doveva fare in assemblea, con
loro, non sulle loro teste. Rabbia e tensione erano palpabili. Era evidente che
la burocrazia sindacale voleva prendere tempo.
L’arroganza di lorsignori
è giunta all’apice quando, non soddisfatti di essere giunti con tre ore di
ritardo, si sono permessi di dare la precedenza alle interviste per la stampa
piuttosto che alla discussione coi lavoratori, i quali, a ragione, li hanno
sommersi di fischi.
Il primo a intervenire è
un dirigente della Cisl, che per mezz’ora non fa che illustrare come si sono
svolte le trattative, soffermandosi sul fatto che la rottura ha avuto ragioni
di metodo piuttosto che di merito, sul quale anzi, a suo dire, c’erano spunti
interessanti per l’inizio di una trattativa. Il tutto lascia presagire l’ennesimo
accordo separato, ma per i lavoratori è tutta aria fritta: l’accordo lo
conoscevano già e l’avevano già bocciato in massa. Volevano sapere e discutere
come continuare la lotta. Intervengono poi in successione un delegato Fiom,
Rinaldini e Sabattini. “Correggono” il burocrate Cisl sottolineando come il
problema non fosse solo di metodo, ma anche di contenuti, fanno appello
all’unità, ad un vago “continuiamo la lotta”, ma null’altro.
Tutto rimane nell’astratto
e nel generico e davanti ai primi lavoratori che prendono la parola sul palco
per aprire la discussione, microfoni e altopalarlanti vengono smontati in
fretta e furia. Far discutere i lavoratori può essere molto pericoloso.
Fra i lavoratori c’è
insoddisfazione, non si sa esattamente cosa fare. Una parte di essi,
sollecitati soprattutto dalle combattive donne di Termini, si presenta
minacciosa davanti ai cancelli, che la Fiat, conscia del rischio di
un’occupazione, aveva preventivamente chiuso. In un attimo i cancelli vengono
forzati, si rompe il catenaccio e le porte vengono spalancate. A questo punto,
però, l’esitazione permette ad alcuni sindacalisti di frapporsi tra i
lavoratori e l’ingresso. Nessun dirigente ha il fegato di fare l’unica proposta
che gli operai si aspettano: occupare la fabbrica. In un clima di generale
indecisione l’attimo è perso e l’idea dell’occupazione rimane sospesa per aria.
Ancora una volta, la
mancanza di una direzione disposta ad andare fino in fondo ha permesso alle
burocrazie sindacali di riprendere in mano la situazione e fare da pompiere. Immaginiamo
che saranno tanti gli illustri personaggi che giustificheranno l’attuale stallo
nella lotta di Termini scaricando la responsabilità sui lavoratori. A costoro
rispondiamo che se abbiamo di fronte una temporanea battuta d’arresto, questo è
dovuto esclusivamente all’opportunismo dei vertici sindacali, i quali non hanno
fatto altro che cavalcare la lotta con l’obiettivo di riportare i lavoratori
alla “moderazione”.
La dura realtà è che gli
operai di Termini e di tutta la Fiat sono stati lasciati soli al momento
decisivo.
La lezione fondamentale
che se ne evince è: non possiamo delegare nessuno per condurre la lotta. Solo
la partecipazione attiva, la discussione tra i lavoratori e un fermo controllo
da parte degli operai sulla direzione può garantire la vittoria.
Sicilia: aria di rivolta
sociale
Il clima di
radicalizzazione da Termini Imerese si è esteso a tutta la Sicilia.
Impressionante è la solidarietà ai lavoratori Fiat espressa dalla popolazione
in ogni manifestazione. Il blocco dello stretto ha paralizzato la città di
Messina, con file chilometriche di automezzi sulle arterie principali, ma ben
pochi protestavano, anzi studenti medi e lavoratori della Marinarsen,
l’arsenale a rischio di chiusura, si sono uniti ai blocchi dei traghetti.
L’economia siciliana si
trova in ginocchio. Significativa è la crisi dei supermercati Conad, con 1.600
posti di lavoro a rischio in tutto il sud, di cui 400 solo nell’isola. Quattro
supermercati del gruppo sono in assemblea permanente nella provincia di Catania
da diverse settimane. Giovedì 5
dicembre proprio i lavoratori Conad aprivano il corteo studentesco di Catania,
per la difesa del diritto allo studio e dei posti di lavoro. Organizzato dai
Giovani Comunisti e dai collettivi studenteschi, ha visto la partecipazione di
circa 1.500 persone. Uno degli slogan più gettonati era: “il potere deve essere
operaio”, ma senza difficoltà gli studenti ne raccoglievano anche altri, ancora
più avanzati: “Da Termini Imerese a Mirafiori tutto il potere ai lavoratori”
che, in altri momenti è divenuto: “Da Mirafiori a Termini Imerese lavoratori
alla guida del Paese”.
Non si contano le
autogestioni e le occupazioni di scuole superiori, in una situazione di
fatiscenza dei plessi scolastici che supera ogni limite di decenza. Il
padronato e il governo pensavano di potere attaccare con facilità i lavoratori
e le loro famiglie in una regione dove il Polo aveva fatto il pieno in tutte le
ultime tornate elettorali. Mai calcolo fu più errato. Anzi, proprio il tradimento
delle promesse e delle speranze ha scatenato una rabbia maggiore.
Sta alla direzione del
movimento operaio saper organizzare tutta questa rabbia e questa voglia di
cambiamento.
Roberto Sarti
La lotta a Cassino
I tagli produttivi decisi dalla
Fiat hanno colpito pesantemente anche lo stabilimento di Piedimonte S.Germano
(Cassino). 1.204 operai sono stati messi in cassa integrazione; a questi ne
vanno aggiunti 800 “terziarizzati” che lavoravano dentro lo stabilimento e
circa 6.000 lavoratori dell’indotto che risentono immediatamente, spesso senza
ammortizzatori sociali, dei tagli delle commesse Fiat.
La risposta da parte dei
lavoratori è stata decisa, con picchetti e blocchi stradali fin dall’una di
notte che hanno garantito un’adesione totale agli scioperi. Il 4 dicembre anche
una cinquantina di studenti dei collettivi universitari di Roma e di
‘disobbedienti’ hanno partecipato ai blocchi. Il 10 dicembre, in occasione
dello sciopero provinciale di tutta l’industria, si è svolto un corteo a Cassino,
con una partecipazione massiccia degli studenti delle scuole locali.
Quello che colpiva in
tutte le iniziative era la presenza di giovani operai, di nuovi delegati, di
attivisti delle aziende dell’indotto in cui il sindacato sta arrivando solo
adesso. Purtroppo, però, il sindacato non sta dando indicazioni chiare su come
proseguire la lotta e, soprattutto, su come far sì che questa sia efficace. Il
deputato An Tofani (relatore della legge che ha mutilato l’art. 18), gli enti
locali, l’azienda, il governo e compagnia bella elargiscono promesse: tra
qualche mese si torna al lavoro, i sindacati saranno coinvolti per decidere la
rotazione della cassa, ecc. La realtà è che il destino dei cassintegrati Fiat è
legato alle sorti della Stilo station wagon; moltissimi dei giovani della
Logint (esternalizzata Fiat) sono in Cfl e con queste prospettive non saranno
confermati; il calo della produzione Fiat comunque avrà un duro effetto non
solo sull’indotto, ma su tutta l’economia della provincia, di cui rappresenta
il 30% del Pil. E’ necessario quindi coinvolgere i lavoratori, i disoccupati,
gli studenti di tutta la provincia, ma anche creare legami reali con gli operai
degli altri stabilimenti tramite un coordinamento nazionale democraticamente
eletto.
Ion Udroiu (Roma)
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