FalceMartello n°
162 * 10-01-2003
Lettere alla redazione
Riceviamo e volentieri
pubblichiamo:
Metti un’assemblea un
giorno a Venezia…
…organizzata dagli
studenti di Ca’ Foscari per discutere di problemi universitari. Metti che la
partecipazione sia inaspettatamente massiccia (150 studenti circa). Metti che
tra gli altri ci siano anche gli Studenti Disobbedienti e metti che in un anno
sia la prima volta che si degnano di partecipare ad un’assemblea studentesca! Beh,
ci credereste? Questa presenza è sufficiente per gettare nello sconforto gli
animi più vivi! A fronte di serie proposte di lavoro elaborate dagli studenti
convenuti, la folcloristica delegazione disobbediente propone una quanto meno
avventata occupazione dell’unica aula studio presente nella sede della Facoltà
di Lettere e Filosofia, trasformandola in ripostiglio con annesso bar
autogestito! Sembra incredibile ma è la verità! Sì, ma perché? Volontà di
apparire? Volontà di conquistare il territorio? Interesse di tutti gli studenti? Questo no di certo!
Gli studenti, contrari
all’occupazione improvvisata, cominciano a lasciare l’assemblea. E qui c’è la
chicca, la proposta di occupazione si trasforma, “in nome del rispetto di
tutti”, in richiesta al preside di Facoltà: “Senta, o lei ci concede
l’autogestione dell’aula studio, oppure noi la occupiamo!”. Così il caro
preside - sessantottino pentito! - la cede in gestione alla pia opera
disobbediente per la raccolta fondi Anno Accademico 2002/2003. Che altro dire? Dopo
un mese la situazione è questa: nessun documento è stato prodotto, l’ex aula
studio è sempre chiusa - tranne che per l’aperitivo!- e gli studenti sono
isterici perché non hanno un posto dove studiare…
Sta bene la disobbedienza
civile, ma la serietà e i contenuti politici?
Il problema che presenta
questo tipo d’approccio alle tematiche universitarie è la CREDIBILITA’ nei
confronti degli studenti e delle istituzioni, che purtroppo non si ottiene con
un bicchiere di vino a poco prezzo, ma dalla preparazione personale e
dall’elaborazione di richieste concrete e circostanziate.
Vorrei inoltre
sottolineare il fatto che la democrazia - se pur svalutata al giorno d’oggi-
rimane comunque un valido strumento per condurre un’assemblea!
Per i suddetti “compagni”
sembra invece essere un optional, in quanto si definiscono “allergici alle
votazioni”!!! Così vige la legge del più forte - ed ecco che compaiono le
clave!
Vorrei infine riportare
l’attenzione sul fatto che non esistono “occupazioni simboliche”! Un’occupazione
è un’azione tesa al blocco del normale funzionamento di un ente; per questa sua
finalità intrinseca non può assolutamente presentarsi come atto simbolico senza
rinunciare alla sua essenza.
Per questo ritengo opportuno
caricare di nuovo impegno questa pratica così diffusa ultimamente: è
importantissimo occupare, ma è altrettanto importante capire che l’occupazione
deve rimanere l’ultima via per portare l’attenzione su di un determinato
problema e che deve essere sostenuta non solo da molte persone, ma anche, e
soprattutto, da serie motivazioni. La serietà è infatti il requisito
fondamentale che consente ad un’occupazione di sviluppare nuove proposte senza
rimanere un atto fine a se stesso a dal valore esclusivamente mediatico.
Caterina Milanino
(dicembre 2002)
Risposta della redazione:
La disobbedienza alla
prova dei fatti
La lettera della compagna
Caterina merita alcune considerazioni aggiuntive. Fin dall’inizio ci siamo
opposti all’idea della disobbedienza (“civile” o “sociale” che sia, le
etichette non cambiano la sostanza) perché la ritenevamo una forma di lotta
incapace di generare un coinvolgimento di massa fra gli studenti, i giovani in
generale e soprattutto fra i lavoratori. Dunque ci opponevamo non all’idea
delle occupazioni in quanto tali, ma ai metodi elitari e ai contenuti spesso
estremamente moderati che hanno accompagnato queste azioni.
Oggi, dopo oltre un anno
di discussioni sul tema (chi ha partecipato, per esempio, alla Conferenza
nazionale dei Giovani comunisti, sa quanto parlare e straparlare si sia fatto
sul tema, fino al punto che diventava letteralmente impossibile capire cosa
intendessero realmente per disobbedienza coloro che la proponevano), è
possibile fare un bilancio a posteriori, basato sui fatti e non solo sulle
opinioni.
Gettiamo uno sguardo ai
mesi appena trascorsi. I disobbedienti hanno praticato sistematicamente
l’allontanamento dai movimenti di massa reali che hanno attraversato il paese.
Il 18 ottobre, per
esempio, in occasione del secondo sciopero generale indetto dalla Cgil
sull’articolo 18, in molte città d’Italia hanno tenuto manifestazioni separate
dal resto dei lavoratori, creando così una frattura del tutto inutile e
dannosa. A Milano, per esempio, si è tenuta una manifestazione di qualche
migliaio (disobbedienti, sindacati extraconfederali, ecc.) mentre dall’altra
parte della città 150 o 200mila lavoratori manifestavano con la Cgil. Ci sfugge
quale “generalizzazione” dello sciopero sia derivata da questa divisione. Lo
stesso giorno, qualche decina di disobbedienti ha occupato la centrale
operativa della Croce Rossa (?!) suppostamente per protestare contro il
coinvolgimento della Croce Rossa stessa nella gestione dei Cpt dove vengono
rinchiusi gli immigrati. Risultato: danneggiamenti vari, diversi identificati e
tre ore di blocco del servizio telefonico 118 per le emergenze. Su tutta la
vicenda, che ha causato diverse polemiche nel Prc milanese, Liberazione e il
Manifesto hanno calato un velo di pietoso silenzio.
A Roma, nella stessa data,
i disobbedienti hanno “generalizzato” lo sciopero organizzando un rave la sera
prima, che sarà stato sicuramente molto impegnativo, considerato che molti dei
partecipanti la mattina dopo non hanno trovato le forze per presentarsi in
piazza alla manifestazione…
È vero che durante gli
scioperi della Fiat i disobbedienti hanno promosso diverse iniziative di
solidarietà con i lavoratori: il treno per Termini Imerese è stata la più
importante. Ma anche qui non è certo venuta meno la logica elitaria e
sostituzionista (lottiamo noi anche per voi). La posizione dei disobbedienti di
fronte ai lavoratori Fiat, ridotta all’osso era: dovete accodarvi al “movimento
dei movimenti” o sarete condannati. È significativo che questi compagni,
abituati a organizzare un’occupazione alla settimana, si siano fermamente
opposti all’interno del Prc ad aprire il dibattito sulla questione di occupare
gli stabilimenti Fiat come forma di lotta decisiva per far fare un salto di
qualità a quella mobilitazione. Salvo, poi, come è accaduto per l’Alfa di
Arese, ipotizzare l’idea di occupare parte dello stabilimento (per la cronaca:
un pezzo di proprietà non Fiat, ma del Comune di Arese) per… farvi un centro stampa e comunicazione.
Ancora una volta, quindi, la logica di sostituirsi ai lavoratori. Ovviamente il
progetto (caldeggiato dai dirigenti regionali dei Gc) è prontamente caduto nel
dimenticatoio. Ancora, il 12 dicembre, in occasione del corteo per
l’anniversario di Piazza Fontana, che quest’anno era accompagnato da uno sciopero
per la Fiat e le altre aziende in crisi, gli studenti legati ai disobbedienti
hanno preferito organizzare un corteo separato, portando così un migliaio di
studenti (poi trasformati in 10mila dalla cronaca di Liberazione) a separarsi
da un corteo di 10-15mila.
Episodi come quello citato
da Caterina riguardo a Venezia si sono ripetuti in forma simile anche in altre
università, con gruppi estremamente ridotti di attivisti (non sempre legati ai
disobbedienti come struttura, in alcuni casi erano di area anarchica) che di
fronte a primi segnali di mobilitazione studentesca, anziché lavorare ad
estendere approfondire la partecipazione della massa studentesca hanno
contribuito a spegnere sul nascere la fiammella con iniziative del tutto
minoritarie che hanno creato solo confusione e perplessità fra gli studenti.
Il bilancio generale di
tutto questo ci pare confermare in modo cristallino la nostra critica: la
disobbedienza si è dimostrata incapace di allargare la partecipazione di massa
ai movimenti di lotta e di introdurre contenuti più radicali nelle
mobilitazioni.
Due osservazioni per
concludere. Ci è capitato più volte nelle scorse settimane di sentirci dire:
voi criticate la disobbedienza proprio mentre questi compagni sono vittime
della repressione poliziesca e delle inchieste giudiziarie. L’obiezione è del
tutto fuori luogo. Siamo stati e saremo sempre presenti quando si tratti di
difendere qualsiasi compagno o settore del movimento vittima delle provocazioni
reazionarie o della repressione. Ma questo non può mai essere un motivo valido
per nascondere ipocritamente le nostre critiche o le nostre opinioni. L’unità
nelle lotte si trova innanzitutto se c’è chiarezza di prospettive, idee,
metodi, programmi, e questa si può raggiungere solo con un dibattito aperto e
franco.
Secondo punto: siamo
convinti che nei prossimi mesi saranno sempre di più le occasioni di
mobilitazione di massa, in tutti i settori sociali colpiti dalla crisi
capitalistica e dalle politiche del governo. A tutti coloro che hanno visto
nella disobbedienza una via per “stimolare” la ripresa delle mobilitazioni,
vorremmo dire: le lotte future richiederanno tutte le nostre energie,
entusiasmo e capacità politica e di intervento. Non disperdiamoci in azioni
condotte “in nome e per conto” delle masse, ma cerchiamo insieme la strada per
fondere le nostre aspirazioni rivoluzionarie con le mobilitazioni che crescono
sempre di più in Italia e nel mondo.
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