FalceMartello n°
162 * 10-01-2003
Teoria marxista
La confusione del
pacifismo e i compiti dei marxisti
“I socialisti hanno sempre condannato le guerre
fra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte
alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi
(fautori e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi ci distinguiamo
in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle
classi nell’interno di ogni paese, comprendiamo l’impossibilità di distruggere
le guerre senza distruggere le classi
ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la
legittimità, il carattere progressista e la necessità delle guerre civili, cioè
delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime (…). E dai
pacifisti e dagli anarchici noi marxisti ci distinguiamo in quanto riconosciamo
la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico
di Marx) di ogni singola guerra”. (Lenin)
La decisione di
partire, nella nostra trattazione, dalla ripresa del punto di vista leniniano
sulla guerra non deriva affatto da un’attenzione di maniera per la celebrazione
dei principi che riteniamo fondamentali.
Al contrario: riprendiamo i ragionamenti del rivoluzionario russo per una
ragione di sostanza. La schiettezza con la quale, infatti, ha contrastato la
lunga serie di illusioni sulle quali si è costruito il pacifismo nella sua
elaborazione storica rappresenta un contributo irrinunciabile
all’approfondimento di una tradizione ideale che tanto successo oggi sembra
riscuotere.
di Gabriele Donato
Dovremo essere sbrigativi sui motivi che a nostro avviso stanno alla base
di tale consenso, ma non possiamo ignorarli: essi si ricollegano alle
aspettative, che si generarono nel secondo dopoguerra, sulla possibilità di un
superamento pacifico delle contraddizioni del capitalismo postbellico.
Il carattere impetuoso della crescita economica nei paesi occidentali a partire
dalla fine degli anni ’40 consolidò a sinistra la convinzione che le crisi
rivoluzionarie non fossero più all’ordine del giorno; il tema della
trasformazione sociale riprese ad essere coniugato nei termini del gradualismo
più tradizionale, non solo dalle organizzazioni d’ispirazione riformista, ma
pure dai partiti comunisti d’osservanza staliniana. L’immane tragedia della
seconda guerra mondiale venne strumentalmente utilizzata, dagli ispiratori
delle svariate vie pacifiche al socialismo, per diffondere l’idea che i grandi
problemi dell’umanità non potessero che essere risolti pacificamente; il mito
della grande intesa antifascista si estese fino alla teorizzazione di una
possibile unità internazionale, da realizzare grazie all’edificazione dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite, fra le nazioni che erano uscite vincitrici dalla “guerra
di civiltà” appena conclusa: l’ONU avrebbe dovuto garantire, attraverso il
mantenimento della pace, la progressiva democratizzazione delle strutture
istituzionali e delle relazioni interstatuali a livello mondiale.
Ben presto il mito della “pace perpetua” si rivelò, appunto, un mito: già
le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e
Nagasaki erano state, nella loro eclatante gratuità contingente, un sinistro
campanello d’allarme, ma fu la guerra di Corea (1950-53) a demistificare le
illusioni di quanti avevano interpretato la divisione mondiale stabilita dalle
conferenze con le quali si era conclusa la
guerra mondiale, come un accordo non riducibile esclusivamente al
cinismo di una spartizione diplomatica. Grazie a tale intesa avrebbe dovuto
affermarsi una modernità caratterizzata finalmente dalla prevalenza della
politica sulla guerra, in virtù della fondazione di democrazie di tipo nuovo,
connotate chiaramente in un senso progressivo. L’ONU, in questa visione, diventava il garante di un
nuovo ordinamento costituzionale internazionale fondato su un’attenzione nuova
dedicata al tema della pace.
Ora, l’evoluzione turbolenta, dal punto di vista militare, delle dinamiche
internazionali che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra avrebbe dovuto
demolire rapidamente le convinzioni di tutti quei pacifisti che, con
argomentazioni differenti, si erano convinti della possibilità di uscire dal
pericolo della guerra semplicemente attraverso la democratizzazione delle
istituzioni. Il fallimento di tale prospettiva, naufragata di fronte al
prevalere degli assetti del nuovo disordine mondiale, pare invece aver convinto
definitivamente i pacifisti dell’impossibilità di concepire un conflitto
generale con il capitalismo, dimostratosi, a loro dire, in grado di respingere
ogni assalto rivoluzionario.
L’ipocrisia del
pacifismo
S’impone, per queste
ragioni, un ritorno alla schiettezza della polemica leniniana: essa, infatti,
affrontò questi temi a più riprese, con l’obiettivo di ripristinare il punto di
vista rivoluzionario del marxismo di fronte alle mistificazioni del pacifismo
borghese. Nella citazione con la quale abbiamo introdotto l’articolo è presente
una delle tematiche fondamentali del marxismo che Lenin non si è mai stancato
di ribadire: non è concepibile una battaglia risoluta contro le guerre che non
si ponga contemporaneamente lo scopo esplicito dell’abbattimento
dell’ordinamento capitalistico. Ancora una volta le sue parole, pronunciate ad
un anno di distanza dall’esplosione della prima guerra mondiale, si propongono
con una chiarezza che non possiamo non riproporre: “L’aspirazione alla pace è uno dei sintomi più importanti della
delusione che incomincia a farsi strada nei confronti delle menzogne borghesi
sugli scopi ‘di liberazione’ della guerra (…) Bisogna compiere ogni sforzo per
utilizzare lo stato d’animo delle masse favorevole alla pace. Ma come
utilizzarlo? Riconoscere e ripetere la parola d’ordine della pace vorrebbe dire
incoraggiare le ‘arie d’importanza dei retori impotenti’ (e più spesso, peggio
ancora: ipocriti). Vorrebbe dire ingannare il popolo dandogli l’illusione che
gli attuali governi, le attuali classi dirigenti sono capaci, senza essere state
‘istruite’ (o meglio, messe da parte) da una serie di rivoluzioni, di fare una
pace che soddisfi in qualche modo la democrazia e la classe operaia. Non c’è
niente di più dannoso di questo inganno”.
Quando nelle trincee i
soldati di mezzo mondo imparavano a riconoscere la brutalità del conflitto nel
quale erano stati trascinati, Lenin, alla testa di un nucleo allora ristretto
di bolscevichi, rifiutava la demagogia ipocrita di coloro i quali si riempivano
la bocca di belle frasi sulla possibilità di una pace democratica fra le
potenze imperialiste. A suo parere, nonostante l’isolamento in cui si erano
ritrovati all’indomani della capitolazione dell’Internazionale nell’estate del
1914, i rivoluzionari non dovevano alimentare alcuna fiducia sulla possibilità
che una propaganda pacifista, per quanto incisiva, potesse far desistere le
varie nazioni belligeranti dai propri intenti imperialisti. La conseguenza di
una propaganda tutta costruita attorno all’obiettivo esclusivo della pace
sarebbe stata l’impossibilità pratica di spiegare alle masse, nell’agitazione
quotidiana, l’inconciliabilità fra gli interessi delle borghesie imperialiste e
quelli del proletariato internazionale. C’era bisogno, a parere di Lenin, di
una propaganda apertamente rivoluzionaria, e di essa c’era maggiore bisogno
proprio nell’imminenza dell’inevitabile trasformazione della guerra
imperialista in guerra civile.
Il dibattito sul
disarmo
L’intransigenza di Lenin
su questi punti derivava da una serie di riflessioni sulla guerra sviluppate
nell’arco di parecchi anni: la sua analisi dell’imperialismo l’aveva convinto
che, nella fase di decadenza del capitalismo, le grandi potenze non potevano
non alimentare una lotta armata permanente per la conservazione artificiosa dei
profitti; essa doveva garantire lo sfruttamento delle colonie, il rafforzamento
dei monopoli, il consolidamento dei privilegi commerciali e la conservazione di
forme di oppressione nazionale di ogni specie. Il marxista russo, in sostanza,
si era sempre rifiutato di considerare il problema del militarismo come slegato
dalla questione più generale delle contraddizioni del capitalismo: la guerra
altro non era che la continuazione della consueta politica di rapina degli
imperialisti, praticata con mezzi differenti da quelli tradizionali della
penetrazione diplomatica e commerciale. Pertanto lo scatenamento di azioni
militari non modificava affatto la sostanza della politica di potenza dei paesi
imperialisti: ne variava esclusivamente le forme. L’opposizione alle guerre
guerreggiate dell’imperialismo, di conseguenza, doveva configurarsi come una
continuazione della lotta tradizionale delle masse contro il capitalismo; il
compito dei rivoluzionari era quello di non desistere da uno solo dei metodi
della lotta di classe: “Dato che la
guerra è cominciata, non si può pensare di star lontano da essa. Bisogna
andarvi e fare il proprio lavoro di socialista. In guerra la gente pensa e
riflette, forse, più ancora che a ‘casa’. Bisogna andarvi e organizzarvi il
proletariato in vista dell’obiettivo finale, poiché è utopia pensare che il
proletariato vi giunga per via pacifica”.
Il confronto sulle parole
d’ordine con le quali i partiti socialisti dovevano opporsi al militarismo
borghese non era affatto nuovo: esso era stato al centro di tante discussioni
accese fra i dirigenti della seconda Internazionale, che riteniamo corretto
ricordare in considerazione della centralità di un tema ricorrente anche nei
dibattiti dell’attualità: quello del disarmo. Di tale tema il movimento
socialista internazionale si era occupato con passione già negli ultimi anni
dell’Ottocento, ma nel 1911 era stato Kautsky, con tutta l’autorità di cui
disponeva in quanto massimo teorico della socialdemocrazia tedesca, a
rimetterlo al centro dell’attenzione. Egli aveva sostenuto, infatti, che la
corsa al riarmo, in pieno corso nell’Europa di allora, non era affatto un
elemento vitale del processo di produzione capitalistico: il processo
d’internazionalizzazione degli interessi economici e finanziari aveva infatti
creato le condizioni per stabilizzare gli assetti del potere capitalistico e
per evitare conflitti generalizzati. Il riarmo non doveva pertanto essere
considerato una necessità economica: poteva essere evitato se si fossero
gettate le basi per un vasto movimento d’opinione in grado d’imporre intese
internazionali finalizzate al disarmo. L’alternativa che Kautsky proponeva,
sulla base delle sue teorizzazioni sui nuovi assetti capitalistici, non era più
quella fra socialismo o imperialismo, ma
quella fra disarmo o guerra mondiale: la sostanza delle sue tesi
appariva intrisa di fiducia nella possibilità che il nuovo corso dello sviluppo
capitalistico potesse consolidarsi senza la necessità del ricorso permanente a
conflitti militari di natura interimperialistica.
La battaglia di Lenin
contro questa lettura dell’imperialismo, che oggi riecheggia in parecchi punti
delle tesi di Toni Negri sull’impero, fu asperrima: “La predicazione kautskiana del disarmo, indirizzata ai governi attuali
delle grandi potenze imperialistiche, è la forma più abietta di opportunismo,
di pacifismo borghese, e serve di fatto - nonostante le ‘ pie intenzioni ’ dei
nostri melliflui kautskiani - a distogliere gli operai dalla lotta
rivoluzionaria. In effetti, per mezzo di questa predicazione, si inculca negli
operai l’idea che gli attuali governi borghesi delle potenze imperialistiche
non siano legati per mille fili al
capitale finanziario e vincolati dalle decine e centinaia di trattati segreti
(briganteschi, predoneschi, che preparano la guerra imperialistica) conclusi
tra loro”.
La rivendicazione del
disarmo, a parere di Lenin, diffondeva oggettivamente fra i lavoratori l’idea
che per sconfiggere la borghesia non fosse necessario armare il proletariato:
ciò significava rinunciare del tutto all’idea della rivoluzione per via
dell’avversione, “piagnucolona”, che
i pacifisti nutrivano soltanto nei confronti dell’impiego delle armi, ma non
nei confronti della società capitalistica: essa si presentava, invece, nel suo
complesso e non solo in alcuni dei suoi aspetti più brutali, come “orrore senza fine”. Le conclusioni del
suo ragionamento non erano meno drastiche: “La
violenza, nel ventesimo secolo, come del resto in generale nell’epoca della
civiltà, non è il pugno o il randello, ma l’esercito. Inserire nel programma il
‘disarmo’ significa pertanto dichiararsi contrari all’impiego delle armi. In
questo non c’è più nemmeno l’ombra del marxismo, è come se dicessimo che siamo
contrari all’impiego della violenza!”.
Marx ed Engels di
fronte alla guerra
Tutti gli scritti di Lenin
sono impregnati di questa intensità polemica nei confronti delle ipotesi di
soluzione nonviolenta delle contraddizioni del capitalismo: anche per questa
ragione in tempi recenti, ma non solo, presso le correnti del pacifismo
posizionate più a sinistra si è affermata la tendenza a considerare il pensiero
leniniano come un vero e proprio rovesciamento (questo è il termine utilizzato
da Bertinotti nel suo ultimo libro “Per una pace infinita”) delle tesi
fondamentali di Marx sulla questione della violenza. Questo tipo
d’interpretazione, fondata sull’intenzione di recuperare una qualche forma di
marxismo depurata dalle “spigolosità”
del bolscevismo, si costruisce attorno all’idea che gli stessi fondatori del
marxismo considerassero la pace una condizione fondamentale per la liberazione
dell’umanità. Questa operazione, argomentata innanzitutto attraverso
un’interpretazione spregiudicata di alcuni dei ragionamenti dell’ultimo Engels,
a noi pare, e utilizziamo un eufemismo, una forzatura: non possiamo purtroppo
soffermarci a lungo sulla continuità che lega, dal nostro punto di vista, il
pensiero di Marx ed Engels a quello di Lenin sui temi della violenza e della
guerra, ma consideriamo utile ritornare su un episodio non troppo approfondito
della storia della prima associazione Internazionale dei Lavoratori, ma
ugualmente significativo.
Nel 1867 un gruppo
eterogeneo di personalità di spicco del radicalismo europeo (fra le quali
Garibaldi, Hugo, Bakunin e Lemonnier) decise di convocare il congresso costitutivo
di una Lega per la pace e la libertà che avrebbe dovuto battersi principalmente
per scongiurare il rischio di una guerra imminente tra Francia e Prussia.
L’Internazionale venne naturalmente invitata a partecipare ufficialmente: Marx,
tuttavia, polemizzò aspramente contro il programma elaborato dagli “strombazzatori della pace” e pretese che
i membri dell’Internazionale intervenissero ai lavori del congresso con
l’obiettivo d’introdurre un elemento di frattura fra socialisti e pacifisti. Fu
così che durante le sedute di discussione si aprirono dei contrasti
significativi proprio sull’emendamento, proposto dai socialisti, relativo
all’esigenza di legare l’opposizione alla guerra all’impegno esplicito per la
modifica dell’organizzazione sociale che si stava allora consolidando in
Europa. Tali contrasti si acuirono nei mesi successivi, tanto che all’interno
dell’Internazionale prevalse la convinzione di Marx: il secondo congresso della
Lega venne apertamente boicottato dall’Internazionale, con l’argomentazione che
lo scarso impegno per il cambiamento politico e sociale non poteva essere
occultato dalle frasi vuote sul tema della pace. Engels condivise
l’atteggiamento intransigente di Marx, e negli anni successivi ritornò
sull’esigenza che i partiti operai non si confondessero con il movimento
pacifista, la cui Lega si era dimostrata in grado di battersi solo per la
pallida prospettiva degli “Stati Uniti
d’Europa dei borghesi”.
Quest’animosità, da parte
dei fondatori del marxismo, non deve sorprendere: nella loro elaborazione
teorica non c’è mai stato posto per le concezioni che postulavano la
possibilità di costringere lo sviluppo sociale e politico entro i margini
dell’evoluzione pacifica. Nella concezione materialistica della storia la
violenza rappresenta una vera e propria “potenza
economica”, in grado, in determinate situazioni, di irrobustire le capacità
coattive dei rapporti di produzione oppure, in alternativa, di farli saltare in
aria accorciando i tempi di passaggio ad ordinamenti sociali di tipo nuovo. Il
procedere dialettico degli avvenimenti della storia presuppone l’urto brusco
delle forze sociali che si confrontano: nell’arena dei rapporti di forza, per
Marx ed Engels, alla fratellanza universale si contrappone di continuo la
guerra sociale. Ecco perché ad Engels la fraseologia del pacifismo appariva
priva di ogni sostanza: “Le chimere della
repubblica europea, della pace eterna sotto l’organizzazione politica sono
diventate ridicole proprio come le frasi sull’unione dei popoli sotto l’egida
della libertà del commercio; (…) Solo i proletari possono distruggere la
nazionalità, solo il proletariato che si ridesta può far fraternizzare le varie
nazioni”.
Di fronte alle guerre Marx
ed Engels rifuggono da ogni pietismo per dedicarsi all’analisi lucida delle
forze in campo: consapevoli che “nella
storia non si ottiene nulla senza violenza e senza una ferma spietatezza”,
per loro guerra e rivoluzione sono intimamente collegate, e nelle
contraddizioni che si aprono con i conflitti bellici intuiscono le esplosioni
delle turbolenze politiche.
Il significato
dell’impegno internazionalista
Fu il bolscevismo, più
tardi, a raccogliere l’eredità di tale impostazione rigorosa, rifiutandosi
sistematicamente di confondersi con quanti si affannavano, nelle situazioni più
differenti, a reclamare “la pace ad ogni costo”. Lo abbiamo già verificato a
proposito del loro impegno internazionalista nel corso della prima guerra
mondiale; ma già nel 1905, in occasione della guerra fra Russia e Giappone,
Lenin era stato chiaro: “Non si può
chiedere solo la pace, perché la pace zarista non è migliore (e talvolta è
peggiore) della guerra zarista; non si può lanciare la parola d’ordine della
“pace a qualsiasi costo”, ma solo quella della pace e della simultanea caduta
dell’autocrazia, della pace stipulata dal popolo emancipato, da una libera
Assemblea costituente, e quindi non di una pace a qualsiasi prezzo, ma di una
pace che implichi il rovesciamento dell’assolutismo”.
Questa è la tradizione
politica alla quale intendiamo collegarci saldamente, con la consapevolezza che
la lotta contro l’imperialismo presuppone, oggi come ieri, la più risoluta
intransigenza classista: saremo al nostro posto, nel movimento che sta
scendendo in campo contro l’aggressione imminente all’Iraq, non per elemosinare
uno “sforzo diplomatico ulteriore” all’imperialismo europeo, non per invocare
lo schieramento dei caschi blu a difesa di qualche norma del diritto
internazionale, non per piagnucolare in vista del conseguimento di una pace
“senza se e senza ma”, ma per praticare con coerenza il significato
fondamentale dell’impegno internazionalista, magnificamente sintetizzato da
Lenin: “Una classe oppressa che non
cercasse d’imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle,
meriterebbe di essere trattata da schiava. Non possiamo dimenticare, a meno di
diventare dei pacifisti borghesi o degli opportunisti, che viviamo in una
società divisa in classi, dalla quale non si esce e non si può uscire
altrimenti che con la lotta di classe e con il rovesciamento del potere della
classe dominante”.
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