FalceMartello n°
162 * 10-01-2003
Criminale di guerra
Solo il movimento operaio può fermare la guerra
imperialista!
Nessuna fiducia nell’Onu o nei governi europei!
* Bush
prepara l’attacco
* Gli
Usa disponibii a usare l’arma atomica
*
Bilancio previsto: fino a 10 milioni di vittime di epidemie, milioni di senza
tetto e profughi
L’assedio all’Iraq
continua: assedio propagandistico, diplomatico, militare.
Le dichiarazioni di Bush
non lasciano spazio a dubbi sulle sue intenzioni. Ci sarà guerra, con o senza
Onu. La superpotenza americana corre a rotta di collo verso il massacro, i
piani per il “dopo Saddam” si sprecano, dalle ipotesi di colpo di Stato alle
proposte di esiliare Saddam Hussein. L’amministrazione Bush avrebbe già pronto
un piano per un’amministrazione militare dell’Iraq della durata di 18 mesi (più
credibilmente: per 18 anni!). Tale amministrazione gestirebbe la “ricostruzione
del paese” (che evidentemente si prevede verrà raso al suolo) usando i proventi
della vendita del petrolio.
I precedenti dei Balcani
(per esempio la famigerata “Missione Arcobaleno” in Albania) ci fanno capire in
cosa consisterebbe tale ricostruzione: golose commesse per le ditte
appaltatrici (indovinate quali sarebbero?), miliardi di aiuti “umanitari” per
foraggiare le “istituzioni democratiche” messe in piedi dai generali Usa, una
fetta della torta alle immancabili organizzazioni “non governative”. Il tutto
finanziato con la vendita di quel petrolio iracheno che, ci tengono a
specificare gli umoristi del Dipartimento di Stato Usa, rimarrà proprietà del
popolo iracheno.
L’idea che l’Iraq, un
paese di poco più di 20 milioni di abitanti prostrato da dieci anni di embargo
e ridotto, in termini strettamente militari, a ben poca cosa, possa
rappresentare la minaccia di un “nuovo Hitler” farebbe ridere, se non fosse per
il contesto tragico. “Un attacco iracheno contro gli Usa causerebbe un disastro
nell’economia” ci informa l’inquilino della Casa Bianca, noto salvatore
dell’economia nazionale e dei conti dei bancarottieri dell’alta finanza Usa.
L’attacco dell’Iraq contro gli Usa: non è forse evidente a tutti che questo
rientra nel novero delle cose non solo possibili, ma anzi probabili, per non
dire inevitabili? Mettiamola così: c’è chi crede a Babbo Natale, chi crede che
l’inflazione sia quella indicata dall’Istat e chi invece crede che l’Iraq stia
per aggredire gli Usa.
E per cautelarsi contro
l’uso di armi chimiche il Pentagono, noto dispensatore di proiettili all’uranio
impoverito (Jugoslavia, Iraq 1991) minaccia di rispondere con l’uso
dell’atomica e per ingannare l’attesa i generali Usa si preparano a riesumare
l’uso delle mine antiuomo, solennemente messe al bando con tanto di risoluzioni
internazionali.
Due rapporti, uno dell’Onu
e uno della Cia, sviluppano ipotesi molto chiare sulle conseguenze di una
guerra anche di poche settimane: dieci milioni di iracheni rischierebbero la
carestia e epidemie di malattie quali il colera, la dissenteria e il tifo. La
distruzione delle infrastrutture e dei pozzi petroliferi, unite al probabile
assedio di Baghdad priverebbero la popolazione di cibo, acqua, energia e
medicinali. L’Onu prevede forse due milioni di rifugiati nei paesi circostanti
e altrettanti senzatetto. Le truppe Usa prevedono di usare armi nucleari
tattiche se l’esercito iracheno sparasse proiettili chimici o batteriologici
(dati pubblicati sul Corriere della Sera dell’8 gennaio).
Ma dietro l’arroganza,
dietro la sfacciataggine e la barbarie criminale che muove il governo Usa,
dobbiamo saper leggere la realtà. E la realtà dice che l’imperialismo americano
è in difficoltà, affronta una crisi di strategia e in realtà una crisi di
egemonia a livello mondiale.
Questo non significa che
la guerra sia meno probabile. Significa, tuttavia, che anche dietro la reazione
sfacciata dobbiamo saper vedere gli elementi di crisi e di contraddizione che
possono permettere di elaborare una strategia di opposizione a questa guerra
criminale.
Buona parte della sinistra
europea e mondiale, e fra questa il gruppo dirigente del Prc, si dichiara contraria
a questa guerra. È indiscutibile che l’aggressione all’Iraq veda un’opposizione
di massa, come testimoniano le manifestazioni di Firenze, di Londra e tante
altre. Ma chi, come e con quali mezzi potrebbe evitare il massacro dell’Iraq?
Ascoltando la stragrande maggioranza delle voci contrarie alla guerra, emerge
con chiarezza che tutti si affidano a due soggetti: l’Onu e l’Europa. È vero
che gran parte del movimento No global, e anche il gruppo dirigente del Prc,
quando parla di “No alla guerra senza se e senza ma” intende dire che anche se
il Consiglio di sicurezza dell’Onu avallasse la guerra in qualche forma, questa
dovrebbe essere respinta in quanto si tratterebbe di un consenso ottenuto sotto
un evidente ricatto degli Usa.
Critico verso l’Onu, però,
Bertinotti dimostra una fiducia del tutto insensata nell’“Europa” come agente
di pace. E così Liberazione del 6 gennaio propone in prima pagina il titolone
“Berlino-Parigi: un asse di pace?”
Ora, sia chiaro: esistono
seri motivi di contrasto fra il capitalismo americano e quello tedesco e
francese. Motivi che vanno dai contrastanti interessi in Medio Oriente (la
Francia è stata un tradizionale alleato dell’Iraq e ha forti interessi
petroliferi nella regione) fino a una più generale contraddizione su scala
internazionale. Questi contrasti sono resi più acuti dalla crisi economica
internazionale, che spinge ogni potenza ad una politica più aggressiva sul
terreno commerciale, diplomatico e anche militare.
Ma di quale “asse di pace”
vogliamo parlare? Chiamiamo le cose con il loro nome: Chirac e Schroeder
semplicemente tentano di evitare il terreno a loro più sfavorevole, quello
della guerra su vasta scala, dove inevitabilmente sarebbero ridotti al ruolo di
comprimari degli Usa; per questo vorrebbero giocare la parte dei “buoni”
interlocutori del mondo arabo e di quei settori, sempre più ampi, che in Europa
si stanno schierando contro la guerra.
Non a caso pochi mesi fa,
mentre la Germania si dichiarava fermamente contraria all’attacco in Iraq,
Schroeder si era offerto di assumere la gestione della presenza militare in
Afghanistan, dove pure l’imperialismo tedesco ha i suoi interessi. Guerra e
pace, linguaggio diplomatico e linguaggio delle bombe, non sono altro che
diverse note della stessa sinfonia: quella del profitto, dell’oppressione,
dell’espansione economica e militare. Il “diritto internazionale” è in primo
luogo la legge del più forte. I “paesi amanti della pace” non sono altro che
quelli ai quali oggi la guerra conviene meno, e possono domani diventare i più
accesi guerrafondai. Possibile che 150 anni di storia dei conflitti
internazionali non siano stati sufficienti a far comprendere questi concetti
elementari al compagno Bertinotti?
Il ruolo dell’Onu in
questa vicenda è stato finora quello di sempre: gettare un po’ di fumo negli
occhi e fornire le adeguate foglie di fico per l’azione militare. È possibile
che il Consiglio di sicurezza veda uno dei suoi membri permanenti porre il veto
sull’attacco americano? Eliminando gli Usa e la Gran Bretagna, restano Cina,
Russia e Francia.
La Cina non pare
interessata a un simile passo, essendo impegnata in tutt’altre faccende.
La Russia con ogni
probabilità baratterà il suo assenso o astensione con un sostanziale via libera
nel Caucaso. Resta la Francia, che non pare francamente in
grado di sbarrare da sola
la strada a Bush.
Ma tutti coloro che si
appellano agli “assi della pace” non si pongono una semplicissima e decisiva
domanda. Se anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non avallasse l’attacco;
se anche la Francia o la Russia ponessero il veto cosa cambierebbe?
La guerra ci sarebbe in
ogni caso! E sarebbe una guerra che coinvolgerebbe in ogni modo anche i paesi
europei. Le basi Usa e Nato, le strutture logistiche e tecniche (che sono
decisive nello schieramento americano, ad esempio i porti del nord Europa)
sarebbero comunque utilizzate. E cosa cambierebbe, allora?
Un esempio molto evidente:
le cosiddette No fly zones, le zone di non sorvolo proibite all’aviazione
irachena, non sono mai state decise dall’Onu; sono state fissate
unilateralmente da Usa e Gran Bretagna dopo la guerra del 1991. In queste zone,
quasi quotidianamente l’aviazione angloamericana conduce attacchi che, secondo
il governo iracheno hanno causato oltre mille vittime in un decennio. Forse l’Onu
ha alzato un dito in proposito? E se l’Onu non può (non vuole) fermare questa
piccola guerra quotidiana, come potrebbe fermare l’attacco su grande scala che
Bush sta preparando?
Se Chirac e Schroeder
decidessero di “fare il gesto” e di non appoggiare l’attacco Usa, questo non
impedirebbe la guerra. Solo si creerebbero due altre icone, due nuovi “santini”
da affiancare a quello del Papa, utili per deviare il movimento contro la
guerra, utili per arruolarlo come strumento ausiliario di propaganda degli interessi
di un settore del capitale europeo; ma del tutto inutili e, anzi, sommamente
dannosi per chiunque si ponga seriamente l’obiettivo di lottare contro la
guerra. Al Forum sociale europeo di Firenze, un partecipante tedesco
intervistato alla radio spiegava con chiarezza che in Germania non esiste
ancora un forte movimento contro la guerra perché c’è fiducia verso la
posizione di Schroeder. Se questo è vero, e in parte certamente lo è, dimostra
con grande chiarezza che affidarsi agli “assi di pace” dei governi europei
significa contribuire a seppellire la mobilitazione di massa indipendente dei
lavoratori e dei giovani contro la guerra.
“Ma c’è l’articolo 11
della Costituzione italiana” ci ricordano. Il famoso articolo 11, che come
tutti sanno recita che “L’Italia ripudia la guerra come mezzo per la soluzione
delle controversie internazionali”. Se i Padri della Patria che scrissero la
Costituzione fossero stati più espliciti avrebbero scritto l’articolo 11 in
questa forma: poiché l’imperialismo italiano è stato sconfitto in guerra, deve
accettare di non impicciarsi delle cose veramente importanti, che verranno
decise, come sempre, da coloro i quali hanno i quattrini e le armi per imporre
la propria opinione, con le buone o con le cattive. In questa formulazione
l’articolo 11 potrebbe avere una lunga e degna esistenza. Nella versione
attuale, farà la fine di sempre: un buon argomento di conversazione per
intellettuali radicali e pacifisti tormentati, buono per chiacchierarne mentre
altrove cadono le bombe.
Cari compagni, non è ora
di dire le cose come stanno? La guerra non si ferma con i pezzi di carta, che
siano gli articoli della Costituzione o la Carta delle Nazioni unite; non si
ferma con le preghiere, né col rifiuto di dire messa, né con gli scongiuri, né
con gli appelli ai pescecani “amanti della pace”. La guerra si ferma con la
mobilitazione di massa, si ferma rovesciando i governi che la conducono, si
ferma estirpando le sue radici economiche, politiche e sociali, radici che
hanno un nome e un cognome: imperialismo e capitalismo.
Nonostante l’esibizione
dello strapotere militare Usa, la guerra contro l’Iraq sta assumendo i
caratteri di un’avventura. Né Bush né nessun altro possono garantire che la
guerra sarà breve, facile e vittoriosa come quelle precedenti. Certo, da un
punto di vista strettamente militare l’esito appare scontato. Ma le sorti del
conflitto dipenderanno in primo luogo da fattori politici.
Il Corriere della sera del
7 gennaio riporta le opinioni di due ex consiglieri per la sicurezza nazionale
Usa, Zbigniew Brzezinski, collaboratore di Carter, e Brent Scowcroft,
consigliere di Bush padre. Secondo Brzezinski se Bush non ascolterà di più gli
alleati “l’America diventerà il punto focale dell’odio globale. (…) Siamo in
una situazione precaria. Spero che il presidente e il Congresso siano
all’altezza. È in gioco il sistema internazionale. Come reagiremo non solo alla
sfida dell’Iraq, ma anche a quelle del Medio Oriente e della Corea del nord,
stabilirà se riusciremo a rafforzarlo o se avremo un decennio di anarchia
globale”. Rincara Scowcroft: “L’antiamericanismo è dovuto al fatto che siamo la
Superpotenza e tutti si aspettano che risolviamo tutti i problemi. È un
decennio che sembriamo bellicosi e arroganti, sordi agli amici oltre che ai nemici.
Se ciò non finirà ci isoleremo e saremo oggetto di ostilità”.
Quali conseguenze avrà la
guerra nei paesi arabi? Arabia Saudita ed Egitto, ossia i più importanti
alleati Usa in Medio Oriente oltre ad Israele, si troveranno di fronte a una
situazione insostenibile che potrebbe aprire delle crisi rivoluzionarie e
portare al rovesciamento dei regimi attuali. La stessa Turchia, alleato chiave
(dalla base turca di Incirlik partono i raid aerei contro l’Iraq) è fortemente
preoccupata per le conseguenze sulla questione kurda, anche se Bush tenterà di
convincerli promettendo qualche “regalino” nel nord iracheno, dove si trova una
parte importante dei giacimenti petroliferi.
Bush si impegna in una
guerra dall’esito incerto mentre in tutto il mondo non fanno che aprirsi nuovi
fronti di conflitto per l’imperialismo Usa.
L’intera America latina è
in fermento, si riapre il conflitto con la Corea del Nord e in Afghanistan la
situazione è tutto tranne che stabile.
L’onda di espansione
americana, che si è sviluppata per tutti gli anni ‘90 senza incontrare
apparentemente ostacoli, sta oggi sollevando gigantesche forze contrarie. Da un
continente all’altro, la lotta di classe è in continua ascesa.
È su questo che i
comunisti devono impegnarsi per gettare le basi di una lotta decisiva contro la
barbarie capitalista, la sola vera lotta per la pace.
8 gennaio 2003
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