La “nuova” università alla prova dei fatti
E’ cominciato il secondo anno dell’applicazione dell’Autonomia Didattica ed i suoi effetti sono ormai chiari agli occhi degli studenti.
di Ion Udroiu
(Scienze) e Arnaldo Mirabelli (Psicologia) - Roma
I danni provocati dal “3+2” che noi avevamo previsto si sono avverati tutti, nonostante le obiezioni di tanti professori che dicevano “ma questo nella legge non c’è scritto”. Gli studenti delle nuove lauree si trovano di fronte un notevole aumento dei ritmi di studio, dovuto alla frammentazione degli esami in moduli, all’aumento delle prove da sostenere, al passaggio da corsi annuali a corsi semestrali o trimestrali. Questo è accompagnato dal dilagare della frequenza obbligatoria, che in molti corsi non è ufficiale ma è presente nei fatti, con la conseguente esclusione degli studenti-lavoratori. Anche l’aumento delle propedeuticità, combinato con un numero esagerato di esami da sostenere ogni anno, sta producendo effetti nefasti, tant’è che molti studenti non si possono iscrivere al secondo anno perché manca loro anche solo un esame.
Come se non bastasse, la riorganizzazione della didattica ha aggravato il problema delle strutture e degli spazi, già presente in molti atenei. Anche chi è rimasto ai vecchi ordinamenti, però, non naviga in buone acque. Alcuni appelli vengono tagliati e, soprattutto, i corsi vengono smantellati, con l’unica alternativa di seguire alcuni nuovi moduli, più o meno corrispondenti, e “mettere insieme” l’esame.
Obiettivi falliti
Già adesso possiamo dire che gli obiettivi, demagogici, del Decreto Zecchino non sono stati rispettati. La ramanzina sulla “riforma” ci diceva che con le nuove lauree non ci sarebbero stati più abbandoni, tutti si sarebbero laureati in corso e avrebbero trovato lavoro. E invece gli abbandoni aumentano e nessuno riesce a stare dietro ai ritmi di studio. E la “professionalità”? E’ ormai chiaro a tutti che con le lauree triennali non ci sono sbocchi lavorativi. Alcune invece, modellate sulle esigenze delle aziende, daranno la possibilità di lavorare, ma in quanti potranno accedervi? Un esempio lo abbiamo davanti da anni con i diplomi (ora lauree) infermieristici e sanitari: migliaia di domande ogni anno per qualche decina di posti. Almeno con la Laurea Specialistica si troverà lavoro?! Forse. Di sicuro c’è che in molte università questo “secondo livello” costa e costerà sempre più caro (a Bologna 2200 euro all’anno); quindi la selezione di classe, che già oggi colpisce i figli dei lavoratori, diventerà ancora più dura: solo pochi privilegiati, aiutati anche da lezioni private, arriveranno ad un titolo di studio veramente utile, magari accompagnato da un esoso master (costo medio: da 4000 a 10.000 euro).
Meno fondi, più tasse
Ai danni provocati dall’Autonomia Didattica si aggiunge il taglio dei fondi all’istruzione pubblica e alla ricerca. Questo significa non solo che la condizione delle strutture (già penosa) peggiorerà, non solo che con meno soldi per i programmi di ricerca sarà ancora più difficile trovare una tesi o un dottorato; significa anche che i bilanci degli atenei vanno in “profondo rosso”. Alla Sapienza di Roma, un anno e mezzo fa, la mobilitazione degli studenti ha bloccato un aumento delle tasse che colpiva più duramente le famiglie a basso reddito, ma il buco di bilancio di 40 miliardi di lire, che stava dietro a quel provvedimento, è rimasto e quest’anno probabilmente diventerà ufficialmente del doppio. Situazioni simili si registrano in tutt’Italia e infatti le tasse stanno aumentando ovunque. Questo non è un fatto episodico, ma una tendenza generale e l’anno prossimo le tasse avranno aumenti in media doppi rispetto a quelli di quest’anno.
In molti atenei rettori, presidi e professori minacciano dimissioni contro il taglio dei fondi, sostenendo che così l’applicazione del Decreto Zecchino viene fatta male. Il problema in realtà (e lo spieghiamo da anni) è che l’Autonomia Didattica è funzionale al taglio dei finanziamenti. Non è, come dice la propaganda ministeriale, un “autogoverno dal basso degli atenei”. E’ in realtà un disimpegno da parte dello Stato, che - togliendo soldi all’università pubblica - spinge le facoltà d’Italia a farsi concorrenza tra loro, inventandosi questo o quel corso, per accaparrarsi finanziamenti dai privati e nuovi iscritti. Sempre in quest’ottica va avanti la privatizzazione degli enti regionali per il diritto allo studio, dei policlinici e la svendita di pezzi di università tramite la costituzione di fondazioni.
Cresce la rabbia
Lo sfascio verso cui è avviato il sistema universitario si riflette anche in un crescente malcontento studentesco, che sta venendo alla luce in un ateneo dopo l’altro: l’occupazione di Architettura a Venezia, la mobilitazione dello scorso marzo alla Statale di Milano, a Biologia e Psicologia a Roma, l’occupazione di Filosofia sempre a Roma... E di sicuro questa lista si allungherà in questi giorni. Molti professori dicono che i disagi ci sono, ma che non ci sono i soldi e quindi non possiamo fare nulla. Noi diciamo che, se non ci sono i soldi, allora dobbiamo lottare per averli ed è ovvio che questa battaglia non si può vincere in una singola facoltà: il nostro obiettivo deve essere quello di costruire un movimento nazionale. Per fare questo il primo passo da compiere è rivolgersi alla massa degli studenti. Non basta che si mobilitino i più combattivi: questi devono coinvolgere tutti gli altri. Lo strumento per fare questo è tenere un’assemblea in ogni facoltà, in cui confrontarsi e vedere quali sono i problemi più sentiti dagli studenti. Questi possono essere i più diversi, ma le cause sono le stesse in tutt’Italia.
Perciò dobbiamo cominciare a discutere di un programma di rivendicazioni che, rispondendo ai bisogni sentiti in ogni facoltà, serva a creare un terreno unificante, con l’obiettivo di costruire uno sciopero nazionale dell’università:
• No all’Autonomia Universitaria, ai crediti, alla frequenza obbligatoria, a moduli e trimestralizzazione;
• Appelli d’esame mensili;
• No al numero chiuso e al debito formativo;
• Diritto alle assemblee mensili di facoltà e corso di laurea con blocco della didattica;
• Aumento dei libri delle biblioteche per preparare gli esami;
• Corsi di recupero e serali per gli studenti-lavoratori;
• Aumento di aule e strutture;
• No alla privatizzazione degli enti di diritto allo studio: aumento delle borse e delle residenze studentesche;
• Trasporti gratis per gli studenti;
• No alla privatizzazione dei policlinici e alle fondazioni privatistiche;
• Raddoppio dei finanziamenti per istruzione, università e ricerca;
• Per un’università pubblica, gratuita e di qualità.
Lottare per questi diritti significa combattere contro il governo e contro i padroni: da soli non ce la possiamo fare, ma unendoci ai lavoratori che hanno già cominciato questa lotta possiamo diventare invincibili.