Legge Bossi- Fini: i padroni ringraziano
Con la legge Bossi – Fini il governo ha raggiunto il suo obiettivo: legalizzare lo sfruttamento dei lavoratori immigrati, assicurando alle aziende una manovalanza a basso costo e senza diritti. Tale opportunità è stata ben accolta anche dagli imprenditori friulani, i quali, complice la precarizzazione del mondo del lavoro, negli ultimi anni hanno sempre più usufruito della forza lavoro straniera per assicurarsi la crescita dei profitti.
di Vanessa Nadalutti
Una gigantesca sedia rustica alta qualche decina di metri e posta all’incrocio delle principali arterie: questo è il simbolo del capitalismo friulano del “Triangolo della sedia”, zona industriale a sud di Udine, specializzata nella produzione di sedie, il cui giro d’affari, 2 miliardi di euro l’anno, copre l’80% della produzione europea e il 30% di quella mondiale.
Proprio in questo tessuto industriale, cos-tituito da circa 1.400 aziende e 10mila occupati, si è registrato negli ultimi anni un aumento dell’impiego della forza lavoro straniera (attualmente il 14,2%), proveniente soprattutto dall’area dei Balcani (47,7% delle assunzioni), dall’Africa centro occidentale e dal Maghreb (49,1%).
La recente approvazione della legge Bossi – Fini, con la trasformazione del permesso di soggiorno in “contratto di soggiorno”, contribuisce a soddisfare le esigenze dell’imprenditoria locale: ridurre il costo del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori immigrati “usa e getta”. Questo turnover di immigrati e i continui attacchi ai loro diritti (prima la legge Turco-Napolitano, ora la Bossi-Fini) non sono altro che strumenti usati per isolare uno dei settori più combattivi del proletariato.
Consapevoli dell’impatto che la legge Bossi-Fini avrebbe prodotto, i Giovani Comunisti di Udine si sono fatti promotori di un’attività di monitoraggio sulla situazione degli immigrati occupati nella zona attraverso un volantinaggio presso le stazioni ferroviarie e fermate di autocorriere.
Dalle testimonianze raccolte è emerso che la maggior parte di loro è occupata in piccole aziende artigianali e in cooperative, alle quali le ditte medio – grandi subappaltano fasi della produzione: proprio in queste si riscontra la prevalenza del lavoro nero con retribuzioni che arrivano al massimo a 500 euro!
Mansioni con bassa qualifica e gravose, nei reparti verniciatura e carteggiatura del legno, sono le allettanti prospettive di occupazione offerte agli immigrati e molte le difficoltà economiche che questi devono affrontare: dalle spese per il trasporto fino alla zona industriale, poiché gran parte residenti nelle città di Udine e Gorizia, agli esosi prezzi d’affitto per vecchi appartamenti, nei quali vivono di solito in 4/5 stipati in 2/3 stanze e talvolta senza disporre nemmeno di acqua calda!
La stessa “sanatoria” per i clandestini, prevista dalla
suddetta legge attraverso la regolarizzione ad esclusiva iniziativa dei datori
di lavoro, è la dimostrazione di quanto gli immigrati siano ricattabili. Ne è
prova la storia di Edi, giovane lavoratore albanese in una fabbrica di Manzano,
che ha spiegato:” ho chiesto al padrone
di mettermi in regola, dato che prima lavoravo in nero, e così mi ha fatto il
contratto ma ho dovuto versare di tasca mia gli 800 euro”.
Gli immigrati si sentono attaccati dalla politica governativa soprattutto nella loro condizione di lavoratori: indicativo il fatto che, appena approvata al Senato la legge Bossi-Fini, in una conceria udinese che conta 450 – 500 addetti extracomunitari, la reazione di 10 immigrati sia stata quella di richiedere il tesseramento alla Cgil.
Questo è sicuramente sintomo di quanto essi si stiano radicalizzando e di come intendano intraprendere un percorso di lotta; non a caso nelle manifestazioni tenutesi in primavera a Vicenza e Brescia gli operai immigrati hanno utilizzato l’“arma” dello sciopero per protestare contro il procedere legislativo della legge Bossi-Fini.
Molti immigrati si lamentavano per la totale assenza del sindacato: esso non ha saputo giocare un ruolo attivo in tale contesto e questo è stato dimostrato anche in occasione dello sciopero generale del 18 ottobre, quando nessuna campagna è stata effettuata davanti alle fabbriche o presso le stazioni.
Apprendendo dello sciopero imminente tanti lavoratori stranieri erano coscienti della necessità di manifestare, ma giustamente non comprendevano la paura dei lavoratori italiani a scioperare, come è stato sottolineato da due lavoratori algerini: “Se non scioperate voi che non correte rischi sostanziali, cosa vi aspettate da noi?”. E’ per questo necessario che il movimento operaio italiano sia in prima fila a difendere i diritti degli immigrati: solo la lotta unita dei lavoratori italiani e stranieri potrà far cadere questo governo!
Anche in Friuli, dunque, l’arrivo negli ultimi anni di numerosi giovani immigrati ha determinato la nascita di una componente importante del proletariato locale, la quale, stanca delle discriminazioni e dello sfruttamento cui è soggetta, contribuirà a dare la spinta necessaria al movimento operaio friulano, che non tarderà a mobilitarsi e a porre in discussione la necessità di trasformare la società cercando un’alternativa al sistema capitalista.