FalceMartello n° 161 * Novembre 2002

Israele assediata fra recessione e guerra

 

Per chi si occupa da anni della questione mediorientale è difficile stupirsi di una crisi di governo in Israele. Per quanto la maggioranza dei partiti israeliani sia diretta espressione politica di diverse fazioni della borghesia, la rissosità tra le diverse lobby e cricche che compongono la classe dominante di questo paese è sempre stata particolarmente alta. Nondimeno la crisi del governo di “unità nazionale” di Ariel Sharon per l’uscita dalla maggioranza dei laburisti rappresenta un piccolo punto di svolta nella situazione di crisi niente affatto di “ordinaria amministrazione” in cui si dibatte Israele da due anni a questa parte.

 

di Francesco Merli

 

Le elezioni anticipate convocate per il 28 gennaio rischiano di innescare l’esplosione del conflitto mediorientale portando il Likud e la destra religiosa alla più grande maggioranza parlamentare della storia israeliana.

 

Le basi della crisi israeliana

 

Primo fattore è il crollo verticale dell’economia. Israele è da due anni in recessione, “la crisi più dura da 50 anni” secondo i principali commentatori borghesi. Alla base i colpi congiunti della recessione mondiale e del crollo degli arrivi turistici e gli eccessivi costi dell’occupazione militare dei Territori. La disoccupazione ha raggiunto il picco del 12%.

Prima vittima della crisi è il compromesso di classe su cui si fonda il patto sociale che dalla nascita d’Israele ha impedito un’espressione indipendente degli interessi del proletariato israeliano: un relativo benessere (soprattutto se paragonato al resto del mondo arabo con un reddito pro capite in Israele che è dieci volte superiore) e un regime relativamente democratico in cambio della partecipazione delle masse alla difesa dello stato. A differenza degli altri regimi della regione la classe dominante israeliana è stata in grado finora di mobilitare l’intera società per rispondere agli attacchi esterni. Sotto i colpi della crisi però la borghesia ha cominciato un attacco feroce allo stato sociale.

Il secondo fattore è lo stallo a cui è giunta la politica di repressione delle masse palestinesi in Cisgiordania e a Gaza. La massima brutalità messa in campo da Sharon non ha sortito alcun effetto, se non di rendere quotidiano l’orrore. In un recente rapporto Amnesty International ha denunciato per crimini di guerra durante l’operazione “muraglia di difesa” le forze d’occupazione israeliane: esecuzioni sommarie, demolizione di centinaia di case (anche con gli abitanti dentro), uso di scudi umani civili nelle perquisizioni, blocco della circolazione delle ambulanze, omicidi “selettivi” di leaders palestinesi (e di decine di civili, che si trovavano al posto sbagliato nel momento sbagliato), sequestri ed altro. Queste misure brutali non hanno piegato la popolazione palestinese. Dopo la vergognosa rotta dal Libano del sud di due anni fa, un’ulteriore macchia sulla credibilità dell’esercito agli occhi di milioni di israeliani.

 

Si avvicina una “soluzione finale” della questione palestinese?

 

L’attacco del 10 novembre al Kibbutz Metzer rivendicato dalle “brigate dei martiri di Al-Aqsa” vicine ad al-Fatah, il partito di Arafat, in cui sono rimasti uccisi 5 israeliani fra cui due bambini rappresenta per la maggioranza degli israeliani uno shock. La popolazione del Kibbutz era in buoni rapporti con i vicini palestinesi ed aveva preso posizione più volte in passato per una convivenza pacifica. Si tratta dell’ennesima insensata azione di questa cosiddetta “resistenza” palestinese che non fa che rafforzare l’oppressione israeliana. Ancora una volta si dimostra che la tattica terroristica rafforza la reazione, aumentando il consenso tra gli israeliani per i fautori della deportazione da Cisgiordania e Gaza dei palestinesi, ormai diventata il cavallo di battaglia della destra israeliana.

L’attacco, a pochi giorni dalla sospensione di ogni ostilità contro civili israeliani ordinata da Arafat costituisce una sfida aperta all’autorità del leader palestinese da parte di una fazione della sua stessa organizzazione che non è disposta a sospendere la lotta armata, proprio mentre sono in corso in Egitto le trattative fra l’Anp (Autorità nazionale palestinese) e l’organizzazione islamica Hamas per la sospensione degli attacchi suicidi contro Israele.

La collaborazione con i servizi segreti israeliani nella repressione del dissenso interno all’Anp, l’arresto da parte d’Israele dell’unico leader con sufficiente autorità sui settori più radicali, Marwan Bargouthi, e lo scarso controllo dell’Anp sul suo stesso territorio hanno fatto perdere ad Arafat ogni controllo su interi settori delle organizzazioni armate che nominalmente fanno capo alla sua organizzazione.

La strategia di Hamas, della Jihad islamica e di questi gruppi ha come obiettivo quello di provocare (per mano dell’esercito israeliano) la caduta dell’Anp, ritenuta subalterna all’imperialismo, ma tale prospettiva non può rappresentare una via d’uscita per le masse palestinesi e di fatto non è che il riflesso speculare della strategia della destra israeliana.

La critica ad Arafat e al regime dell’Anp però non si limita a queste schegge impazzite e comincia ad assumere proporzioni di massa dopo che per la prima volta a giugno a Gaza, al culmine di sei settimane di picchetti di protesta in tutta la regione e nei campi profughi, si è tenuta una manifestazione di 5.000 lavoratori e disoccupati contro l’occupazione israeliana e la leadership palestinese, accusata di corruzione. Tra le richieste dei lavoratori la creazione di un fondo per il sussidio di disoccupazione e la formazione di una commissione d’inchiesta sull’impiego degli aiuti economici all’Anp provenienti dagli altri paesi arabi. I dirigenti dell’Anp preoccupati per questa mobilitazione hanno tentato per ora con successo di impedire una radicalizzazione della lotta con qualche promessa di cambiamento, ma la situazione non è destinata a migliorare e la mobilitazione non potrà che riprendere ad un livello più alto in futuro.

 

L’attacco al “fronte interno” della borghesia israeliana

 

La borghesia israeliana non fa eccezione nel quadro mondiale e intende scaricare il costo della crisi sui lavoratori. Conseguenza inevitabile di questo cambiamento di politica è l’apertura, presto o tardi, di un fronte interno di conflitto sociale.

Una parte minoritaria della classe dominante però si rende conto della pericolosità della situazione e si ritrae di fronte alle conseguenze delle proprie politiche. La prospettiva che il governo possa scatenare un attacco frontale contro i lavoratori mettendo mano al sistema di previdenza sociale e ponendo in discussione il sussidio per i disoccupati è sembrata ai dirigenti laburisti troppo pericolosa e li ha costretti a prendere le distanze da Sharon.

Dopo essersi resi complici di Sharon per un anno e mezzo e aver votato la sua finanziaria, Ben-Eliezer, Peres e compagnia sono stati fulminati sulla via di Damasco e hanno chiesto di dirottare verso i disoccupati e i pensionati poveri i fondi (150 milioni di dollari) previsti per i coloni dei Territori. Poco importa che gli insediamenti di coloni siano raddoppiati sotto il governo laburista di Barak. Al no di Sharon è seguita, inevitabile, la crisi.

Il governo preelettorale di minoranza è frutto di un compromesso interno al Likud e vede Netanyahu ministro degli Esteri e alla Difesa il generale Shaul Mofaz, diretto responsabile della repressione nei Territori degli ultimi anni. Lo scontro interno al Likud culminerà alla fine di novembre con le primarie per il candidato premier che vedono Netanyahu contrapporsi da destra a Sharon. Una eventuale vittoria di Netanyahu, che ha assicurato che il primo atto del suo governo sarebbe l’espulsione di Arafat dai Territori, porterebbe a un’immediata precipitazione degli eventi. Portare avanti un attacco alla classe lavoratrice in un clima di mobilitazione di guerra, confidando che questo sia sufficiente ad impedirne una reazione è la strategia della destra israeliana, ma i calcoli potrebbero essere sbagliati.

 

Venti di guerra

 

I preparativi della guerra americana contro l’Irak minacciano di avere un impatto devastante su tutta la regione. Sharon ha reso disponibili la notevole esperienza del proprio esercito e le basi israeliane per addestrare truppe scelte statunitensi ad una guerra nei centri abitati arabi.

La guerra esporrà l’ipocrisia di tutti i reazionari regimi arabi, pronti a guardare da un’altra parte se non a vendersi per un piatto di lenticchie a Bush. Esemplare il caso della monarchia giordana che da settimane sta conducendo azioni congiunte con truppe speciali statunitensi nel sud del paese ed ha occupato la città di Maan in rivolta. Agli americani è bastato ventilare l’ipotesi di porre un membro della famiglia reale giordana sul trono di una Baghdad sottratta a Saddam Hussein per ottenere l’appoggio di re Abdallah, che presterà la Giordania come importante retrovia per le operazioni di guerra alleate.

L’assalto a Maan è un messaggio che la monarchia invia al 60% palestinese della popolazione giordana di essere disposta a ricorrere al pugno di ferro per soffocare ogni ribellione. Siamo convinti che le masse arabe sapranno trarre insegnamento da questo ammonimento al momento di regolare i conti con i loro oppressori.

 


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