FalceMartello n° 160 * 17 Ottobre 2002

La lotta contro Berlusconi e i "girotondi"

La manifestazione del 14 settembre scorso, che ha visto a Roma la partecipazione di circa 500mila persone, non solo ha dimostrato le potenzialità di una lotta di massa per rovesciare il governo Berlusconi, ma ha avuto serie ripercussioni nel dibattito interno al centrosinistra. Comprendere l’evoluzione e il significato di questo movimento, è per i comunisti un compito indispensabile se vogliamo intervenire in esso coscientemente.

di Beppe Lania

Il cosiddetto movimento dei "girotondi" è andato costruendosi nei mesi precedenti, attraverso una serie di iniziative sul tema della giustizia, promosse da esponenti della cultura e da intellettuali come il regista Nanni Moretti e il direttore della rivista "Micromega" Flores D’Arcais. Il 23 febbraio ci fu la manifestazione al Palavobis di Milano in solidarietà ai magistrati di Mani Pulite (40mila presenti); il 10 marzo furono organizzati girotondi attorno alla sede Rai per il "pluralismo dell’informazione" (10mila persone); il 31 luglio la protesta davanti al senato contro il ddl Cirani (10mila persone). La stessa manifestazione del 14 settembre, era stata convocata per protestare contro il disegno di legge di Melchiorre Cirami (Udc), che prevede il "legittimo sospetto" come motivo per trasferire un processo in un’altra sede. Una legge, indubbiamente, fatta ad arte per difendere gli interessi giudiziari di Berlusconi, a partire dal processo Imi-Sir che si svolge a Milano, dove è coinvolto il deputato di Forza Italia Previti.

La manifestazione di Piazza S. Giovanni, però, è andata ben oltre la piattaforma originaria. I temi del lavoro erano ben presenti, come dimostravano gli slogan in difesa dell’art. 18, o la presenza degli operai Fiat Mirafiori proprio sotto il palco, o la stessa accoglienza riservata a Cofferati. Il tema dell’opposizione alla guerra era pure molto sentito come dimostravano gli applausi continui all’intervento del portavoce di Emergency Gino Strada ("l’embargo all’Iraq, le bombe sull’Afghanistan, sono terrorismo"). O anche i temi dell’immigrazione, con l’intervento di un immigrato africano (attivista dell’Arci) che si è concentrato sull’"apartheid legislativa" della Bossi-Fini. Inoltre, a differenza delle precedenti manifestazioni la gente presente era ben inquadrabile politicamente, come testimoniavano le migliaia di bandiere rosse essenzialmente di: Ds, Prc, Cgil e Sinistra Giovanile. Detto in altre parole: la manifestazione del 14, al di là della volontà degli organizzatori, si è trasformata in una protesta di massa del popolo della sinistra contro l’insieme della politica portata avanti dal governo Berlusconi. Una protesta dove era palpabile una volontà e una disponibilità di massa a lottare contro questo governo e rovesciarlo adesso, non nel 2006!

Il malessere nella base DS

La stragrande maggioranza dei pullman organizzati per la manifestazione, erano di federazioni dei Ds. La base di questo partito era presente in massa all’appuntamento. Per tantissimi militanti questa era l’occasione non solo di manifestare contro Berlusconi, ma anche per esprimere l’insofferenza verso la moderazione di certi dirigente (su tutti l’odiato D’Alema). Era l’occasione per riappropriarsi di un partito che vorrebbero più combattivo.

Non si può capire il successo della manifestazione, senza tener conto del malessere che è andato crescendo in questi anni nella base Ds e che ha trovato un canale di espressione in Moretti e nei "girotondi". Al contempo, non si possono capire le ultime posizioni politiche dei Ds, senza tener conto del successo di questo movimento. Su tutte, la posizione assunta in Parlamento il 3 ottobre nei confronti dell’invio del contingente di alpini in Afghanistan. Come si spiega il fatto che adesso la maggioranza dei Ds vota contro l’invio degli alpini (differenziandosi dai partiti del centro borghese), quando un anno fa, lo stesso gruppo parlamentare aveva votato a favore dell’invio dei soldati in Afghanistan? La verità è che di fronte alla ripresa delle lotte e della mobilitazione di massa, un settore dell’apparato Ds si rende conto che per riconquistare l’autorità persa, deve mostrarsi più combattivo e sensibile alle istanze della base. Si tratta di un processo non ancora arrivato a piena maturazione, ma che potrebbe portare nei prossimi mesi a divisioni così serie all’interno dei Ds, da rendere inevitabile una scissione.

Corruzione e antitrust

Ma di fronte al disfacimento del centrosinistra e al travaglio dei Ds, gli intellettuali alla guida del movimento dei "girotondi" che alternativa propongono? Invano si cercherebbe una risposta chiara. Quello che ci si limita a fare è lamentarsi di Berlusconi, in una sorta di gara a chi lo dipinge con le tinte più funeste, cadendo spesso in analisi completamente fuorvianti.

Il discorso che ad eempio ha fatto D’Arcais a piazza S. Giovanni, era tutto teso a dimostrare che la corruzione in cui è coinvolto Berlusconi non sarebbe stata possibile in un altro paese. Affermare questo è profondamente ipocrita, Berlusconi non è l’eccezione in un panorama di democrazie borghesi oneste e rispettabili, ma la corruzione ai massimi livelli dello Stato è la norma di tutti i paesi capitalisti. Né si può dire che in Italia corruzione e malaffare sono arrivati con Berlusconi. Senza andare troppo indietro nel tempo, basti ricordare lo scandalo dei fondi neri dell’Iri, che negli anni ’80 coinvolse nomi importanti della politica e dell’imprenditoria, tra cui un certo Romano Prodi (allora presidente dell’Iri). Nonostante l’accertamento dei fatti, l’inchiesta fu scandalosamente insabbiata con la complicità dei governi di allora. La verità è che il sistema di corruzione non può che essere la norma, in un sistema economico che si basa sulla ricerca sfrenata del profitto.

Nanni Moretti, invece, qualche proposta la fa. Riprendendo il solito luogo comune "che il capo di Forza Italia ha 3 reti tv", rivendica "una seria legge antitrust". Innanzi tutto, quest’argomento ha sempre avuto il risultato di fornire un alibi ai dirigenti della sinistra, che così evitano di fare i conti coi risultati disastrosi della propria politica ("se Berlusconi vince è perché ha le televisioni"). Inoltre, è illusorio affidarsi a ipotetiche leggi antitrust che risolvano il problema. Anche qui, non siamo di fronte a un’eccezione: il monopolio padronale dei mezzi di informazione è la norma nel sistema capitalista. L’impero televisivo di Berlusconi nasce da un processo di concentrazione del capitale esattamente come avviene in tutti gli altri campi della produzione. Si pensi ad esempio al monopolio della Fiat nel mercato delle auto, costruito anch’esso in decenni di collusione affaristica con gli apparati dello Stato. Il problema quindi non risiede tanto in Berlusconi, ma nel sistema stesso e contro di esso dobbiamo lottare se vogliamo un giusto accesso ai mezzi di informazione. Detto questo, è bene ricordare che negli anni ’70 la Rai era completamente in mano alla Dc e non c’erano altre reti tv; tutti i quotidiani nazionali erano nelle mani del padronato (con la sola eccezione de "l’Unità" e dei giornali della nuova sinistra). Eppure, il controllo pressoché totale dei mezzi di informazione non ha impedito l’impetuosa avanzata della sinistra in tutti gli ambiti della società. Se la sinistra cresceva (e il Pci raggiunse il suo massimo storico) era sulla base delle lotte dei lavoratori di quegli anni, sulla base della militanza e di un lavoro di propaganda e radicamento che coinvolgeva tutti i principali posti di lavoro, le scuole, i quartieri. Ci chiediamo: non sarà forse questo che è mancato alla sinistra in questi anni? O si pensa veramente che il problema sia mandare qualche bravo leader al "Maurizio Costanzo Show"?

Per la cacciata del governo Berlusconi!

Ancora per un certo periodo è probabile che Moretti, D’Arcais e soci lancino altre mobilitazioni di una certa consistenza. E’ compito dei comunisti intervenire attivamente in esse, ma è necessario farlo portando una chiara posizione di classe e smascherando i limiti politici, le ambiguità, le omissioni di questi intellettuali, che sono incapaci di offrire una vera alternativa.

Innanzi tutto, va chiarito che la forza decisiva che può rovesciare il governo risiede nella classe lavoratrice organizzata. Sia per motivi numerici, sia perché solo i lavoratori con l’arma dello sciopero possono intaccare gli interessi materiali del padronato, di cui il governo Berlusconi è un’emanazione.

Inoltre, va spiegato con forza che una vera alternativa politica non può che basarsi sugli interessi di classe dei lavoratori e dei ceti popolari. Non serve a nulla mettere su un altro governo, se poi anche questo attacca lo stato sociale, precarizza il mondo del lavoro, porta avanti le privatizzazioni, finanzia la scuola privata, sostiene la guerra, attacca gli immigrati, cioè esattamente quello che ha fatto il centrosinistra in tutti questi anni, spianando la strada alla vittoria della destra. Il primo passo per muoversi nella direzione di una vera alternativa è rompere con i partiti del centro borghese, che rappresentano altri interessi di classe.

La parola d’ordine della cacciata del governo Berlusconi deve essere il discrimine tra chi si accontenta di lamentarsi delle malefatte di Berlusconi e chi, invece, vuole impegnarsi a costruire un’alternativa vera a questo governo corrotto e reazionario.


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