La "pace" di Sharon prepara nuove convulsioni
L’operazione "Muraglia di difesa" ha lasciato dietro di sé solo morti e macerie, ma i problemi e le contraddizioni che hanno portato all’intervento militare israeliano restano intatti. Il proclama di Sharon di "distruggere le infrastrutture del terrorismo" si è tradotto in una generale devastazione delle infrastrutture dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e nel massacro indiscriminato di civili. Il parziale ritiro dell’esercito israeliano non significa pace, nè un reale alleggerimento dell’assedio alle città palestinesi.
di Francesco Merli
Sharon, sottoposto ad un’incessante pressione da destra, traballa e viene messo in minoranza nel Consiglio nazionale del suo partito, il Likud, contro un possibile riconoscimento di uno stato palestinese, dall’opposizione di destra dell’ex-primo ministro Netha-niahu. Il governo deve fare i conti con la crisi economica israeliana più dura dagli anni ‘50.
Crisi del capitalismo israeliano
Le cause della recessione dell’economia israeliana, che dura da due anni e non accenna a diminuire, sono legate alla recessione internazionale e al particolare sviluppo del capitalismo israeliano, legato ai settori delle nuove tecnologie (informatica e biotecnologie) e alle esportazioni verso i mercati dei paesi più industrializzati. Il crollo del settore hi-tech a livello mondiale ha prodotto conseguenze disastrose in Israele, aggravate dal concomitante inasprimento del conflitto con i palestinesi che ha sancito il quasi azzeramento del settore turistico e il blocco delle manifatture nei Territori, fonte di ingenti profitti in passato per i capitalisti.
L’indice Amidex 35, che raccoglie le aziende israeliane a maggiore capitalizzazione di Wall Street, ha segnato un crollo del 25% dall’inizio dell’anno (a fronte di un incremento del 2% del Dow Jones) e si registra la fuga dal paese degli investitori di capitali di rischio: più che dimezzati nel 2001 (da 3,7 a 1,4 miliardi di dollari), nel 2002 non dovrebbero superare la misera cifra di 250 milioni di dollari (Corriere della Sera, 15 aprile 2002). La disoccupazione è salita al livello record per Israele del 12%. Sono sempre più frequenti i casi di militari che al ritorno dalla guerra scoprono di aver perso il posto di lavoro.
L’enorme esposizione militare ha inoltre comportato un aumento incontrollato del deficit dello stato, per ripianare il quale il governo ha sfiorato la crisi.
Dopo aver mandato a combattere per gli interessi imperialistici della classe dominante i lavoratori, ora Sharon presenta loro il conto salato della guerra. La manovra non è andata a buon fine per disaccordi nella maggioranza: il varo del pacchetto di maggiori entrate e tagli per tre miliardi di dollari ha visto il voto contrario (47 a 44) del parlamento israeliano (Knesset) e le dimissioni forzate di sei ministri dei partiti della destra religiosa ultra-ortodossa, che in parlamento avevano votato contro il governo. Ora Sharon può contare alla Knesset solo su una "non minoranza" di 60 voti su 120.
In questo quadro l’unico collante che tiene insieme la società israeliana è sempre più la "minaccia terrorista", che la classe dominante israeliana evoca in continuazione strumentalizzando il panico della popolazione, mentre con le sue azioni concrete crea le condizioni per un rafforzamento del terrorismo.
Imprevedibili regolamenti di conti all’interno del Likud (uno sgambetto da parte di Nethaniahu) o l’uscita dei laburisti dal governo di unità nazionale potrebbero far crollare il clima di "unità nazionale" e rendere inevitabili le elezioni anticipate.
La debolezza del governo potrebbe favorire l’ascesa delle mobilitazioni per il ritiro delle truppe israeliane dai Territori. Nonostante la repressione il movimento degli ufficiali riservisti che si rifiutano di appoggiare la politica colonialista israeliana è cresciuto e i sottoscrittori dell’appello si avvicinano a 500, mentre la manifestazione di 100mila persone l’11 maggio a Tel Aviv, a favore del ritiro unilaterale dei soldati dai Territori, rappresenta la più grande mobilitazione degli ultimi anni.
I risultati della guerra
Tutti i problemi restano irrisolti. Il parziale ritiro delle truppe non ha allentato l’assedio sui villaggi e le città palestinesi. Ogni mobilità fra paese e paese è impedita. L’economia dei Territori è completamente paralizzata. La distruzione di strade, acquedotti, case, e di ogni infrastruttura precipita la popolazione palestinese nella miseria più nera. Secondo l’Onu sono 500mila i palestinesi a rischio di fame. La popolazione è ai limiti della resistenza fisica.
La diplomazia internazionale, che nulla ha per impedire il massacro dei palestinesi, con a capo gli Stati Uniti auspica l’apertura di un nuovo tavolo di trattativa sulla base dei numerosi "piani di pace" elaborati negli ultimi mesi, dal quasi-accordo di Taba del gennaio 2001 al piano del principe ereditario saudita, ispirati al principio di "pace in cambio di territori", sulla base di un riconoscimento dello stato palestinese. Ma su questa prospettiva pesa come un macigno l’incessante insediamento di coloni: dal gennaio 2001 sono stati fondati 35 nuovi insediamenti e il numero dei coloni ha superato i 350mila. Il voto contrario del Likud rende difficile per Sharon manovrare fra le varie ipotesi che includano uno stato palestinese.
Sul terreno, Israele ha di fatto suddiviso la Cisgiordania in otto "cantoni" accerchiati nella morsa militare, separati da "zone di sicurezza" dove regna l’arbitrio delle forze d’occupazione, configurando di fatto la nascita di "riserve indiane" nelle quali confinare la popolazione palestinese. Un chiaro tentativo di stremare la popolazione. L’offensiva militare inoltre non è affatto finita. Prima che possano ricominciare le trattative è probabile un nuovo attacco contro Gaza. La strategia israeliana sembra sempre più decisa a mettere in ginocchio l’Anp per poi riconoscere un fatto compiuto al tavolo diplomatico.
Qualsiasi accordo che preveda la nascita di uno stato palestinese su basi capitaliste non rappresenterebbe una vera soluzione, consegnando implicitamente le masse palestinesi ad un abisso di povertà e sfruttamento.
Una "riforma" dell’Anp?
La diffusa corruzione e l’arrendevolezza di alcuni esponenti dell’entourage di Arafat di fronte all’invasione israeliana hanno scavato un solco fra la popolazione stremata e l’èlite dell’Anp. Arafat è lungi dall’aver recuperato un autorità sufficiente a far accettare ulteriori sacrifici al suo popolo, anche se il suo discorso autocritico del 15 maggio in cui propone la "rifondazione dell’Anp" su basi diverse e nuove elezioni (le prime ed ultime furono nel 1996) ha indebolito i suoi oppositori. Nonostante gli slogan su "Gerusalemme capitale" Arafat è stato duramente contestato per l’accordo sullo sgombero della chiesa della Natività nel suo giro trionfale dopo la liberazione e ha dovuto cancellare una visita programmata al campo profughi di Jenin, ritenuto "poco sicuro" dopo che il palco da cui avrebbe dovuto parlare era stato incendiato.
Non è escluso in questa situazione che Arafat lanci un’offensiva alla fronda interna ad Al Fatah a lui contraria, convocando il primo congresso della sua organizzazione da 13 anni a questa parte e attaccando gli elementi più corrotti nel suo governo per riconquistare popolarità.
Ancora una volta le masse palestinesi dovranno trovare da sole, come fecero con la prima Intifada, la forza di reagire contro l’occupazione militare e l’incapacità dei propri dirigenti di porre un’alternativa alla barbarie capitalista.