FalceMartello n° 156 * 24 Aprile 2002

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di alcuni lavoratori e lavoratrici del Call center dell’Aci Global di Milano.

Sul Corriere della sera del 17 aprile è comparso un articolo-intervista che si sforza di dimostrare lo stacco generazionale tra la vecchia classe operaia e quella giovane. Giovani che badano al "sodo", che preferiscono il riconoscimento meritocratico alla difesa di regole superate, che sono contenti di potersi confrontare con l’azienda in un ambiente "vario e dinamico". Giovani che si ritengono non toccati dalle motivazioni dello sciopero. Essendo nell’articolo stati intervistati lavoratori del Call center dell’Omnitel di Milano ci sembra chiaro il tentativo di dimostrare che i lavoratori della new economy hanno altre esigenze e altri scopi nella vita che quello di scioperare. Come lavoratrici di un Call center, Aci Global, ci siamo sentiti in dovere di rispondere raccontando la nostra esperienza di lavoratori del settore. Va fatto anche notare, sempre a riguardo di quell’intervista, che non pensiamo sia solo una combinazione che gli intervistati (che non hanno fatto lo sciopero) erano tutti Team leader, ovvero come giustamente li apostrofa il giornalista del Corriere, sorveglianti.

I dirigenti del Call center Aci Global di Milano, una delle tante realtà ad alta flessibilità del panorama lombardo, hanno registrato l'adesione allo sciopero di tutti i dipendenti non costretti a lavorare a causa della legge antisciopero che impone un servizio minimo a chi svolge un servizio pubblico.

Il nostro Call center è una realtà ad elevato tasso di sfruttamento. Come operatori si è sottoposti ad un notevole stress da lavoro. Ci occupiamo di casi che devono essere gestiti nel più breve tempo possibile come l'invio dei carri attrezzi e l'assistenza alle persone in difficoltà sull'autostrada. L'urgenza di queste situazioni rende il nostro lavoro una corsa contro il tempo. Le chiamate entrano direttamente in cuffia e quindi i lavoratori non attendono lo squillo di un telefono sono costretti per tutte le sette ore e mezza del turno ad usare un auricolare che deve sempre essere tenuto all'orecchio. Sappiamo che questi sistemi sono comuni in molti altri Call center e consideriamo la flessibilità equivalente a: dover fare esattamente quello che vuole l'azienda senza alcuna possibilità di far valere il proprio diritto ad organizzarsi la vita. Nella nostra azienda ad esempio gli straordinari sono considerati dalla direzione aziendale l'unico correttivo possibile a sopperire la cronica carenza di organico che caratterizza questi ambienti, anche a livello generale. Gli straordinari e la flessibilità dei turni, insieme al dover fare turni di notte, che si svolgono sempre con l'impossibilità di togliersi la cuffia, riducono il lavoratore alla quasi impossibilità di avere una vita normale. Vuoi per la stanchezza e il logorio psicofisico, vuoi per l'oggettiva difficoltà di organizzarsi. Noi abbiamo scioperato, e siamo stati tra quelli che l'hanno fatto con enormi difficoltà. Siamo soggetti alla legge antisciopero, e l'azienda ha messo in atto una devastante campagna intimidatoria portata avanti dai dirigenti, dai responsabili e da alcuni "sorveglianti" che, anche in occasione di mobilitazioni promosse direttamente dai delegati, hanno addirittura convocato singolarmente i lavoratori per cercare di dissuaderli. Da noi, al contrario di quello che dice il Corriere, l’ambiente "vario e dinamico" significa che domani magari non potrai andare dal medico perché stasera ti verrà repentinamente cambiato il turno e che è inutile che ti metti a fare progetti per il futuro perché non è detto che alla scadenza il contratto ti sarà rinnovato. Anche qui da noi viene premiata la meritocrazia, è vero, viene premiato con incentivi economici ridicoli chi sta zitto e chi lavora durante le assemblee sindacali, ad esempio.

Molti giovani, che non si erano mai occupati di politica si sono resi conto che la loro condizione di sfruttamento, comune a tanti coetanei, non deve essere un freno alla mobilitazione ma un motivo in più per lottare.

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