Palestina - Unica via d’uscita: resistenza di massa all’occupazione militare israeliana!
Dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) non rimane pietra su pietra. Sharon e l’imperialismo israeliano hanno gettato la maschera. Dopo una decina di giorni di esitazioni (le cui ragioni abbiamo spiegato in un precedente articolo su FM 155), il governo israeliano ha optato per la liquidazione militare del problema palestinese sferrando contro l’Anp di Arafat l’attacco militare più violento dall’occupazione del Libano del 1982.
Nel momento in cui scriviamo Sharon ha annunciato il parziale ritiro delle truppe dalle città dell’Anp, ma i blindati e i soldati si sono solo spostati di qualche metro, accampandosi alla periferia di queste città.
di Francesco Merli
L’operazione "Muraglia di difesa" ha colpito duro non solo la popolazione. L’attacco ha provocato centinaia di vittime fra i palestinesi e migliaia di feriti e di incarcerati. L’Anp è di fatto liquidata. Rasi al suolo migliaia di edifici, colpiti gli ospedali e i campi profughi. La strage di Jenin, di cui è impossibile per ora riportare il numero delle vittime, è una delle pagine più nere fra le tante scritte dall’esercito israeliano nella sua storia con il sangue palestinese. Una nuova Sabra e Chatila da appendere al personale medagliere di Sharon. Arafat è tagliato fuori, confinato nel suo ufficio a Ramallah mentre centinaia di carri armati e migliaia di soldati hanno penetrato i principali centri dell’Autorità palestinese, ripristinando di fatto l’occupazione militare israeliana sui Territori.
Di fronte a questo scontro non possiamo restare equidistanti: c’è un popolo che sta lottando con la forza della disperazione contro l’occupazione militare della propria terra ed uno Stato imperialista, Israele, che con la scusa della lotta al terrorismo ripristina l’occupazione militare. Le forze, sul piano strettamente militare, non sono per nulla paragonabili. La sproporzione a favore d’Israele è sotto gli occhi di tutti. Qualsiasi ambiguità su questo tema inevitabilmente fa il gioco dell’oppressore contro gli oppressi. Un esempio lampante sono manifestazioni del tipo del recente "Israele Day" promosso da Giuliano Ferrara, a cui purtroppo hanno aderito diversi esponenti anche della sinistra italiana, in cui dietro la parola d’ordine del diritto degli israeliani ad esistere e della difesa dello Stato d’Israele si cela in realtà una giustificazione delle politiche criminali di Sharon.
Molti leader politici palestinesi sono stati assassinati o arrestati. Marwan Barguthi, leader dei Tanzim (la milizia di Al Fatah, il partito di Arafat), segretario generale di Al Fatah della Cisgiordania e deputato del Consiglio legislativo palestinese, uno dei dirigenti con più autorità tra le masse palestinesi, è solo uno delle centinaia di dirigenti arrestati.
La repressione israeliana però colpisce soprattutto quelle organizzazioni come i Tanzim che si sono sempre dichiarate a favore della lotta armata, ma distinguono fra resistenza all’occupazione israeliana e impiego della tattica del terrorismo individuale.
Anche in questo caso Sharon rivela la sua ipocrisia e mentre tuona contro i terroristi dirige fondamentalmente il fuoco non contro Hamas e la Jihad islamica, le cui azioni terroristiche (non ultimi gli uomini-bomba) non sono una minaccia reale per lo Stato israeliano, ma contro quelle organizzazioni che potrebbero veramente organizzare una resistenza di massa all’occupazione e per questo fatto rappresentano una minaccia ben più seria del terrorismo per l’imperialismo israeliano.
Le responsabilità di Arafat
Sharon proclama di ritenere Arafat responsabile degli attacchi suicidi. Si tratta di una posizione strumentale a giustificazione della decisione di spazzare via l’Anp. Da parte sua Arafat ha fatto quanto in suo potere negli ultimi anni per screditare agli occhi delle masse palestinesi la sua leadership, tollerando e promuovendo intorno a sé una piccola corte di arricchiti e di corrotti mentre la massa della popolazione era ridotta in miseria e prestando la propria autorità per indebolire l’Intifada, restringendo gli spazi democratici all’interno dell’Anp, e reprimendo la ribellione delle masse palestinesi. Negli ultimi mesi Arafat ha perso completamente il controllo della situazione. La recente messa al bando della seconda organizzazione dell’Olp, il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp), e l’arresto di numerosi suoi dirigenti sono solo gli ultimi atti di una politica di conciliazione con l’imperialismo israeliano che ha creato divisioni fratricide nel campo palestinese.
Ribadiamo quanto abbiamo detto in questi anni: Arafat porta in pieno tutta la responsabilità di questa politica insensata di collaborazione con l’imperialismo israeliano che ha indebolito il fronte di lotta palestinese, creando i presupposti della liquidazione dell’Anp e di una nuova occupazione dei Territori. Rispettia-mo la determinazione dimostrata da Arafat a non cedere e rifiutare l’esilio, ma poco vale la sua attuale risoluzione a resistere fino all’ultimo quando la politica che ha portato avanti negli ultimi anni ha posto le basi di questa nuova tragedia per il popolo palestinese.
Da mesi si era registrato un cambiamento della strategia del governo israeliano con il passaggio dall’attribuzione ad Arafat della responsabilità di non voler portare a fondo la lotta al terrorismo, all’accusa aperta di essere il principale mandante degli attacchi suicidi.
Secondo Danny Avalon (uno dei più stretti collaboratori di Sharon) la condanna da parte di Arafat degli attentati in Israele "è priva di valore, visto che viene dal principale responsabile del terrorismo. Arafat in realtà fa il doppio gioco: da una parte fa pubblicare comunicati di condanna del terrorismo, dall’altra fomenta la rivolta e appoggia il terrorismo" (L’Unità, 14 aprile 2002).
Obiettivo di Sharon è quello di minare l’autorità di Arafat e sostituirlo con un interlocutore meno ingombrante. Il risultato è stato un totale fallimento: Arafat grazie all’appello alla popolazione di resistere all’occupazione israeliana ha recuperato in poche settimane l’autorità persa in un decennio di collaborazione con l’imperialismo israeliano.
Bancarotta della diplomazia internazionale
Gli ultimi eventi sono permeati da una tragica ineluttabilità. Abbiamo spiegato fin dall’inizio che i cosiddetti accordi di "pace" di Madrid e Oslo non avrebbero risolto nulla. Non venivano incontro ad alcuna delle esigenze fondamentali della popolazione palestinese. La cosiddetta "Autorità nazionale palestinese" non sarebbe stata espressione di una volontà di autodeterminazione, ma una crudele trappola per i palestinesi, che restavano di fatto sottoposti al completo controllo economico e militare d’Israele.
Ora l’equivoco è sciolto unilateralmente da parte israeliana con il linguaggio pesante e poco "diplomatico" del piombo e dei mezzi blindati. Dalla farsa di Oslo siamo passati ad una nuova tragedia per il popolo palestinese. La missione mediorientale del segretario di Stato americano Colin Powell, rallentata ad arte per permettere all’alleato israeliano di dispiegare sul campo la propria forza per determinare una situazione maggiormente favorevole per Israele nella prospettiva di una ripresa delle trattative diplomatiche, è miseramente naufragata.
Una ripresa dei tavoli diplomatici, una volta che siano consolidati sul terreno i nuovi rapporti di forza è sicuramente possibile, ma sarebbe sbagliato pensare che da queste trattative sui vari "piani di pace" proposti dalla Lega araba, dall’Europa o dagli Stati Uniti possa uscire una soluzione della questione e non un nuovo tragico inganno per le masse palestinesi.
Le illusioni nella "comunità internazionale"
Come fermare il massacro? Come garantire il rispetto dei diritti del popolo palestinese? Cosa possiamo fare per aiutarli? Queste domande ed altre vengono poste da milioni di lavoratori in tutto il mondo.
Di fronte all’emergenza della crisi vengono avanzate proposte di ogni tipo: dall’invocare un intervento dell’Onu sul campo con i caschi blu, alla richiesta dell’invio di osservatori internazionali, all’illusione che interponendosi tra i militari israeliani e la popolazione palestinese si impedisca il massacro.
In casa nostra, da Paolo Cento (Verdi), al compagno Bertinotti si avanza la proposta di una "delegazione parlamentare d’interposizione" e centinaia di pacifisti provenienti da tutto il mondo hanno cercato inutilmente di ostacolare la marcia delle truppe israeliane. Questa proposta si rivela inefficace anche per il fatto che, come dimostrano le aggressioni da parte dei soldati israeliani ai manifestanti con diversi feriti (anche per colpi di arma da fuoco), il pestaggio di Vittorio Agnoletto per mano della polizia israeliana e l’espulsione di tutte le delegazioni che nell’ultimo periodo hanno cercato di entrare nei Territori, Israele non è più disposta a tollerare la presenza di testimoni scomodi.
Quei compagni che sono andati nei Territori occupati rischiando la vita hanno dimostrato grande coraggio, ma purtroppo dobbiamo dire chiaramente che se la prospettiva è quella dell’interposizione, la loro azione è del tutto inadeguata e soprattutto nasce dall’illusione che la cosiddetta "comunità internazionale" sia costretta ad intervenire per fermare il massacro. Questo naturalmente non vuol dire che la presenza di testimoni non potrebbe essere utile, ma i compiti che si dovrebbe porre il movimento operaio internazionale dovrebbero essere ben più vasti.
Cosa si potrebbe fare?
Sicuramente il movimento operaio internazionale non può restare a guardare. Oltre alla raccolta di fondi e generi di sopravvivenza per la popolazione palestinese, parole d’ordine come il boicottaggio degli interessi economici israeliani dovrebbero essere attuate dalle organizzazioni sindacali a livello internazionale e non essere lasciate semplicemente alla buona coscienza e al "consumo critico" dei cittadini. Centrale sarebbe il coinvolgimento diretto nel boicottaggio dei portuali, dei lavoratori dei trasporti e dei lavoratori della grande distribuzione. L’intervento dall’esterno da parte del movimento operaio internazionale può naturalmente prevedere l’invio di delegazioni nei Territori e deve vedere in prima fila i dirigenti delle principali organizzazioni sindacali e i dirigenti della sinistra (fra cui il Prc può giocare un ruolo fondamentale), ma deve essere innanzitutto orientato a finalità politiche: rafforzare la critica fra i lavoratori israeliani alla politica colonialista d’Israele, promuovere e rafforzare la ricostruzione dei comitati dell’Intifada su basi democratiche, rafforzare i legami diretti fra il movimento operaio internazionale e i palestinesi dei Territori e i palestinesi israeliani o che vivono nei vari paesi mediorientali. Difendere l’unità di classe dei lavoratori palestinesi con i lavoratori dei diversi paesi arabi. Sostenere quei settori del movimento che si pongono in rottura su linee rivoluzionarie al nazionalismo borghese e piccolo borghese e al fondamentalismo islamico e sostenere all’interno d’Israele i movimenti che si pongano a favore del ritiro immediato delle truppe dai Territori. Una sconfitta dell’imperialismo israeliano aprirebbe la strada a sviluppi rivoluzionari in tutto il Medio Oriente.
Tutto questo andrebbe fatto in aperta polemica con le istituzioni internazionali e le cosiddette democrazie occidentali. Nulla di buono può venire al popolo palestinese dall’intervento ipocrita delle borghesie imperialiste.
Ricordiamoci che l’invasione di uno Stato sovrano e il non rispetto delle risoluzioni dell’Onu erano stati all’origine della guerra contro l’Iraq e che le violazioni dei diritti umani dell’esercito jugoslavo in Kosovo erano stati la scusa per l’intervento della Nato nei Balcani. Oggi sulla carta ci sarebbero tutti i motivi per una guerra dell’Onu contro Israele, ma nessuno dei governi "democratici" dell’occidente pone naturalmente una tale prospettiva, ribadendo nei fatti che la politica internazionale tiene conto di due pesi e due misure, quelli riservati ai signori del mondo e quelli per il resto dell’umanità. Prodi rilancia la mediazione europea e minaccia di rompere gli accordi precedentemente sottoscritti fra l’Unione Europea e Israele. Blair e Jospin annunciano un embargo sulla fornitura di armi ad Israele (che è lo stato più armato dell’intera area mediorientale e nel medio periodo non ha certo bisogno di forniture belliche). Questi signori non muoveranno un dito a favore del popolo palestinese e se per caso facessero qualcosa, avvertiamo fin d’ora i nostri fratelli e sorelle palestinesi di non riporre in queste azioni alcuna fiducia.
Dieci anni di retorica pacificatrice e di colloqui diplomatici tessuti dalla diplomazia americana sono stati buttati all’aria in una notte. Il piano "storico" per la soluzione della questione palestinese in cambio del riconoscimento di Israele da parte della Lega araba presentato dal principe ereditario saudita è nato di fatto cadavere, benché fosse stato accolto dalla altrettanto "storica" risoluzione a favore della creazione di uno stato indipendente palestinese approvata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu alla fine di marzo.
L’occupazione non risolverà i problemi di Israele
Nonostante la repressione contro la popolazione palestinese abbia raggiunto livelli inauditi, lo stesso Sharon, bianco in volto, ha dovuto ammettere alla Knesset (il parlamento israeliano) che la resistenza incontrata è stata superiore alle attese. Il rapporto fra vittime palestinesi e israeliane è passato da 25 a 1 della prima Intifada a 12 a 1 nel primo periodo della seconda Intifada; nell’ultimo mese le vittime israeliane sono salite drasticamente e il rapporto è ora di 2 a 1. Nessuno dei problemi fondamentali dell’imperialismo israeliano è stato risolto.
"Il terreno è ormai pronto per un’espulsione completa e definitiva che permetterà ad Israele di porre fine alla guerra contro il regno terrorista dell’Olp". Con queste parole, riportate nel suo libro autobiografico Il combattente, Sharon salutava l’assedio di Beirut da parte dell’esercito israeliano nel 1982. I fatti dimostreranno che invecchiando Sharon non è diventato migliore profeta di vent’anni fa.
L’idea che sia possibile sradicare il terrorismo bombardando ed uccidendo su grande scala è estremamente stupida oltre che criminale. La disperazione e la rabbia hanno rafforzato ulteriormente la determinazione a resistere con ogni mezzo e ha dato maggior forza alle organizzazioni terroriste palestinesi che hanno scatenato una serie formidabile di attacchi suicidi anche, per la prima volta, da parte di giovani donne.
La nostra posizione sugli attacchi suicidi ed altre azioni di questo genere è chiara: ci opponiamo a questi metodi non per le ragioni ipocrite espresse dai leader occidentali che per i propri fini sono capaci di bombardare a morte nazioni intere causando migliaia di vittime civili. Ci opponiamo al terrorismo individuale perché è una tattica stupida e controproducente che non fa avanzare di un centimetro le posizioni delle masse palestinesi.
Immaginatevi di salire su un autobus senza avere il biglietto. Ad ogni fermata scrutate i possibili passeggeri per scorgere l’eventuale controllore. In Israele i passeggeri degli autobus guardano con terrore ogni nuova persona che sale. Cercano di riconoscere dai tratti somatici, dallo sguardo, da un segno di nervosismo la presenza di un possibile attentatore suicida. Lo stesso nei bar, al ristorante, al mercato, per la strada. Avrete una pallida idea dell’effetto reazionario degli attacchi terroristici sulla coscienza di milioni di lavoratori israeliani, ebrei e non. Ogni attentato rafforza le tendenze più reazionarie nella società israeliana.
Siamo dunque per la distruzione d’Israele?
Riconoscere il diritto dei palestinesi a difendersi dall’aggressione non significa rivendicare la cancellazione di Israele dalle mappe geografiche. I marxisti si sono opposti fin dal principio all’utopia reazionaria sionista della costruzione dello stato d’Israele in Palestina. Trotskij avvisò gli ebrei illusi dal sionismo che la costituzione di uno Stato in Palestina non sarebbe stata la realizzazione della Terra Promessa, ma una crudele trappola per gli ebrei.
Nessun popolo che ne opprime un altro può sollevarsi dalla propria condizione di schiavitù. Ora, dopo mezzo secolo, il corso della storia non può essere invertito. Lo Stato israeliano esiste e non può essere cancellato se non per mano dei lavoratori israeliani stessi. Il popolo israeliano ha diritto di esistere come ogni altro popolo, ma questo non gli dà il diritto di opprimere e conquistare altri popoli, come lo Stato d’Israele sta facendo. Ogni passo in questa direzione provocherà nuove tragedie per i lavoratori israeliani e spargimento di sangue innocente.
Nessuna fiducia nei regimi arabi
Il patto scellerato dell’alleanza "contro il terrorismo" che ha unito la maggioranza dei regimi arabi nell’appoggio alla guerra contro l’Afghanistan ha scavato un abisso fra i sentimenti della maggioranza dei lavoratori di questi paesi e le rispettive classi dominanti, che relegano la maggioranza delle rispettive popolazioni in condizioni di miseria crescente. In queste settimane assistiamo alle proteste degli stati riuniti nel vertice di Beirut della Lega araba, mossi non tanto dalla solidarietà con il popolo palestinese, quanto dalla preoccupazione dell’instabilità nella regione generata dal conflitto. Dalle classi dominanti di questi paesi le masse palestinesi hanno subìto nella loro storia solo tradimenti e repressione. La maggior parte della vecchia guardia di militanti nazionalisti e rivoluzionari palestinesi hanno conosciuto il carcere e la repressione proprio in quegli stati come la Giordania, l’Arabia saudita e l’Egitto, che si ergono ipocritamente a paladini della causa palestinese.
Ancora una volta vediamo come i fatti contraddicono le parole. L’embargo deciso unilateralmente dal regime iracheno di Saddam Hussein delle esportazioni di petrolio verso l’Occidente è stato vanificato immediatamente dell’Arabia Saudita che ha deciso un aumento della propria produzione petrolifera. In Egitto la rivolta degli studenti universitari sta mettendo in grossa difficoltà Mubarak, che non esita a ricorrere anche alla repressione. La mobilitazione delle masse arabe contro l’occupazione israeliana dimostra le potenzialità di un movimento che potrebbe porsi l’obiettivo della trasformazione socialista del Medio Oriente. Nessuna fiducia deve essere riposta nelle classi dominanti corrotte e complici dello sfruttamento imperialista dei regimi arabi.
Il rischio di una guerra
L’offensiva israeliana nei territori si è accompagnata a scontri nel Golan e nel Libano del sud. Il governo israeliano accusa Iran e Siria di sostenere le milizie degli Hezbollah. Attualmente nessun regime arabo è in condizioni di condurre una guerra contro Israele, nella quale sanno che sarebbero nuovamente sconfitti. Ma la pressione della piazza rischia di destabilizzare in particolare la Giordania, e l’Egitto; la stessa Arabia Saudita è ben lontana dall’antica stabilità e la monarchia si sente sempre più a disagio nella sua posizione di alleato privilegiato degli Usa nella regione. Commenta l’Economist: "I ricchi governanti del Golfo sono saldi sui loro troni, ma Mubarak e il re giordano Abdullah devono contare sull’aiuto americano per sostenere i loro regimi. Ora sono schiacciati fra l’amministrazione Bush e la rabbia dei loro popoli. Il malessere è particolarmente acuto in Gior-dania. Due terzi della sua popolazione è di origini palestinesi, e molti sono in contatto quotidiano con i loro parenti nei territori occupati, ora assediati nelle loro case. Gli egiziani hanno un minor attaccamento emotivo alla causa palestinese, ma alcuni analisti temono che le condizioni economiche disastrose abbiano minato alle fondamenta la fiducia pubblica verso il governo, fino al punto che qualsiasi incidente serio potrebbe far detonare una rivolta diffusa".
Oggi lo scenario appare completamente dominato dalle forze più reazionarie, a partire dal governo Sharon, che stanno gettando la Palestina e l’intera regione in un nuovo incubo.
Le soluzioni "pratiche" dettate dall’imperialismo o proposte dal nazionalismo borghese e piccolo borghese hanno condotto all’attuale situazione, che rischia di produrre una nuova catastrofe per tutti i popoli della regione. Il nostro compito deve essere quello di aiutare a tenere accesa la speranza dell’unica soluzione veramente realistica, e cioè quella di una federazione socialista dell’intera regione, che abbattendo con metodi rivoluzionari l’imperialismo israeliano e i regimi arabi e liberando il Medio oriente dall’influenza dell’imperialismo occidentale possa gettare le basi economiche e sociali per una convivenza pacifica di tutti i popoli della regione.
In passato tutte le tendenze politiche che hanno tentato di dare una soluzione alla questione palestinese e ai problemi del popolo arabo nel suo insieme hanno fallito; ha fallito lo stalinismo, ha fallito il nazionalismo arabo, ha fallito l’Olp, hanno fallito tanto il terrorismo quanto la via diplomatica; hanno fallito, infine, lo stesso sionismo e gli intrighi dell’imperialismo Usa ed europeo, che tentavano di dare una "soluzione" reazionaria alla situazione. Da questi fallimenti nasce l’attuale disperazione, così come il caos sanguinoso di cui siamo testimoni.
Ma inevitabilmente i popoli delusi saranno costretti in futuro a cercare nuove soluzioni e nuove vie d’uscita; la battaglia per la prospettiva socialista e internazionalista è oggi fortemente minoritaria, ma può domani attrarre il sostegno di milioni di uomini e donne che sono stati ingannati e gettati in una situazione insostenibile.
Terrorismo e "lotta armata" nella lotta palestinese
L’adozione di metodi di lotta sempre più cruenti e disperati, fino agli attentati suicidi contro i civili, suscita a giusta ragione dubbi e domande anche fra coloro che sostengono la causa palestinese. Si tratta di una questione importante, decisiva, sulla quale non si deve calare il silenzio.
di Claudio Bellotti
Il movimento operaio italiano e internazionale ha il dovere di sostenere la lotta per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese con tutti i mezzi utili: manifestazioni, scioperi, campagne di solidarietà; questo non significa, tuttavia, che dobbiamo rinunciare a qualsiasi valutazione critica su quanto avviene in Palestina. Non ci convince quel perbenismo di una certa sinistra che dice "poiché i palestinesi lottano contro un’oppressione durissima, non abbiamo diritto di criticare i loro metodi". Al contrario, e la critica fraterna deve essere una parte integrante della nostra solidarietà attiva al popolo palestinese.
Le lotte di liberazione e la violenza
Walter Veltroni, unendo come di consueto la sua abissale ignoranza a una buona dose di lacrime di coccodrillo, qualche giorno fa ha piagnucolato: "Neppure nella lotta contro il nazifascismo si era arrivati ad atti barbarici come quello di farsi esplodere in mezzo a dei bambini innocenti". Vero, caro Veltroni, i partigiani non hanno mai intrapreso simili azioni. Ma che dire della guerra contro la Germania condotta dalle potenze alleate? Non ci riferiamo qui alla "naturale" e "inevitabile" crudeltà della guerra, ma alle azioni terroristiche e premeditate a sangue freddo contro le popolazioni civili, azioni non giustificate da alcun fine militare. I capi dell’aviazione britannica, seguiti poi da quelli americani, teorizzarono apertamente la necessità di concentrare i bombardamenti strategici sulle popolazioni civili delle città.
L’obiettivo dichiarato (e mai raggiunto) era quello di abbreviare la guerra fiaccando il morale dei civili. Risultati: 150mila morti nel bombardamento di Dresda, 300mila morti nel bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, 100mila nel bombardamento "convenzionale" di Tokyo. Si potrebbe continuare a lungo.
Il terrorismo "dal basso" impallidisce di fronte al terrorismo pianificato e portato avanti con tutta la potenza di uno Stato in armi.
In tutte le lotte di indipendenza, dal Vietnam all’Algeria, all’Angola, i popoli hanno dovuto imbracciare le armi. Anche l’indipendenza dell’India, a dispetto delle favole sulla liberazione nonviolenta guidata da Gandhi, venne dopo un secolo di lotte sanguinose, sollevazioni, guerriglie, scioperi, insurrezioni, e se non si proseguì oltre fu solo perché l’imperialismo britannico si rese conto di non poter continuare a tenere soggiogato il subcontinente indiano e preferì ritirarsi, non senza aver seminato un’eredità avvelenata dividendo su basi religiose l’India dal Pakistan.
Porre in astratto la discriminante del "no alla violenza" significa solo dire a chi è sottomesso di porgere l’altra guancia e di accettare la sua schiavitù.
Il terrorismo palestinese
Detto questo, però, non siamo ancora andati molto avanti. La violenza contro un oppressore violento è inevitabile, ma questo non significa che ogni violenza sia accettabile, che ogni "lotta armata", sia pure condotta in nome di un popolo oppresso, possa portare alla liberazione. La storia della lotta palestinese lo conferma nel modo più evidente e tragico.
L’organizzazione del terrorismo palestinese prese piede su vasta scala al principio degli anni ‘70, come conseguenza della Guerra dei Sei giorni (1967), nel corso della quale Israele occupò Gaza, il Golan e la Cisgiordania di fatto annettendoseli. La guerra aveva mostrato una volta di più la superiorità militare di Israele sui regimi arabi; il vertice dell’Olp, costituito alcuni anni prima, incanalò coscientemente la voglia di riscatto e rivincita sulla strada della "lotta armata". Tale lotta, tuttavia, non assunse mai il carattere di una lotta di massa, né di una vera e propria guerriglia. A differenza di Cuba, della Cina o del Vietnam, non solo essa non aveva alcun programma, neppure parziale, di rivoluzione sociale, ma non aveva neppure lo stesso radicamento nella classe contadina, tipico di tutte le guerriglie citate. Il terrorismo di quegli anni, pur godendo indubbiamente di un appoggio diffuso nel popolo palestinese, si ridusse in realtà a uno stillicidio di attentati, dirottamenti aerei e attacchi su piccola scala agli insediamenti dei coloni israeliani, che non poteva in nessun modo costituire una prospettiva per la lotta palestinese.
Un limite macroscopico fu la fiducia cieca riposta nei regimi arabi reazionari, i quali certamente "appoggiavano" più o meno attivamente il terrorismo palestinese, ma lo facevano precisamente perché lo vedevano come il miglior canale di sfogo per una lotta che essi stessi temevano per l’effetto di contagio che avrebbe potuto avere sull’insieme del popolo arabo. Prima del 1967 né l’Egitto (che controllava Gaza), né la monarchia giordana (che controllava la Cisgiordania) non avevano mostrato alcun interesse per i palestinesi che vivevano all’interno dei loro confini, per i loro diritti e per la loro aspirazione a un proprio Stato. Dopo il 1967 questi regimi tradirono in modo ripugnante la causa palestinese, e il terrorismo fu perfettamente funzionale ai loro scopi.
Nel 1970 re Hussein di Giordania decise di liberarsi della scomoda presenza di migliaia di palestinesi armati sul suo territorio; il dirottamento di tre aerei gli fornì il pretesto per un’offensiva a tradimento contro i campi profughi e le milizie palestinesi, nel corso della quale vennero uccisi oltre 10mila palestinesi. Ne seguì una nuova diaspora, mentre l’Olp trasferiva le sue strutture in Libano, paese dal quale cominciava una nuova campagna di attacchi agli insediamenti israeliani al di là del confine.
Il filtrare del conflitto palestinese in Libano fu uno degli elementi di destabilizzazione del paese, che viveva già un equilibrio instabile fra le diverse componenti religiose e nazionali della sua popolazione. La guerra civile strisciante coinvolse sia Israele che la Siria, che intervennero entrambi giungendo di fatto a una spartizione del paese, mentre una volta di più il vertice dell’Olp doveva fuggire rifugiandosi a Tunisi.
Terrorismo e diplomazia
La politica della "lotta armata" ha significato non solo il sacrificio di centinaia di militanti, ma una completa subordinazione della causa palestinese agli interessi reazionari dei governi arabi, e ai tentativi di seguire la via della "diplomazia internazionale" per risolvere il problema palestinese. È importante notare che, a causa delle sconfitte subite in tutte le guerre dal 1948 in poi, i palestinesi sono stati dispersi in tutti i paesi della regione, dove sono stati costretti a emigrare sia perché cacciati dalle loro terre, sia per motivi economici. In gran parte di questi paesi i palestinesi sono stati duramente repressi e vivono in condizioni di discriminazione, in particolare nei paesi petroliferi del Golfo, i quali da sempre sfruttano massicciamente una manodopera immigrata (non solo palestinese, ma anche pakistana e di altri paesi asiatici) senza diritti sindacali e politici.
Non a caso la popolazione palestinese del Kuwait fu in generale favorevole a Saddam Hussein quando invase quello Stato: non per amore verso Saddam, ma per odio verso gli sceicchi della famiglia regnante, legati a doppio filo all’imperialismo Usa e britannico e considerati a giusta ragione come propri diretti oppressori.
L’Olp non ha mai tentato di organizzare la lotta dei palestinesi per difendere i propri diritti sotto i vari regimi arabi, così come non ha mai neppure considerato la possibilità di organizzare gli oltre due milioni di palestinesi dei territori occupati da Israele, per non parlare del milione di arabi che sono tutt’oggi cittadini israeliani.
Per quanto il terrorismo e la diplomazia possano apparire due metodi distanti, e addirittura opposti, in realtà hanno un punto decisivo in comune: in entrambi i casi, le masse sono spettatrici, il popolo nel nome del quale si pretende di trattare, o di combattere, rimane ai margini della scena. Questa è stata in realtà la politica di Arafat per oltre trent’anni.
La situazione degli ebrei
Una differenza decisiva tra la lotta palestinese e altri movimenti nazionali, è la natura dell’antagonista. Le vecchie potenze coloniali potevano accettare di abbandonare le colonie, rinunciando al dominio burocratico-militare diretto e accontentandosi di un controllo economico e diplomatico. Israele non può fare altrettanto. In ogni lotta di liberazione un elemento decisivo nella vittoria era il fatto che questa conquistasse un appoggio e una simpatia nel paese oppressore. Questo è cento volte più vero nel caso di Israele: senza un appoggio significativo all’interno di Israele, la lotta palestinese si scontrerà inevitabilmente con una resistenza disperata degli ebrei. Questo, tra l’altro, è stato il motivo fondamentale delle vittorie militari di Israele, oltre ovviamente all’appoggio degli Usa: il fatto che la popolazione ebrea nel suo insieme ha fatto quadrato attorno al proprio Stato, ritenendosi minacciata dal rischio di essere ricacciata in mare e costretta a una nuova diaspora. È del tutto evidente che una politica di attentati indiscriminati, di uccisioni di civili, ecc. non può che alimentare questo stato d’animo.
Dire questo non significa, ovviamente, dire che la lotta palestinese dovrebbe fermarsi fino a quando i lavoratori ebrei non "capiscano" che è giusto abbandonare i territori e permettere la nascita di uno Stato palestinese; al contrario: solo la continuazione e l’estendersi della lotta possono mettere in crisi il blocco, oggi apparentemente granitico, fra la classe dominante israeliana, lo Stato d’Israele e la massa del proletariato ebreo. Il problema è: quale lotta, con quali fini, con quali metodi.
Ci sono stati in passato due momenti nei quali la politica reazionaria dei governi israeliani è entrata in crisi: nel 1982, a seguito dell’invasione del Libano, e nel 1987, con lo scoppio della prima Intifada.
Nel 1982 Israele invase il Libano. Sharon, allora ministro della difesa, perseguì una linea oltranzista che portò l’esercito israeliano a impantanarsi nell’assedio di Beirut. Nel corso della guerra ci fu il massacro dei palestinesi nel campo profughi di Sabra e Chatila, operato dalle milizie fasciste libanesi in collaborazione con l’esercito israeliano, nel corso del quale oltre duemila palesinesi disarmati vennero uccisi.
Fu a seguito di quegli avvenimenti che per la prima volta si sviluppò in Israele una forte opposizione alla guerra, che culminò in manifestazioni gigantesche a Tel Aviv con 400mila persone in piazza.
Quel movimento rappresentava un cambiamento importante nella coscienza delle masse israeliane, cambiamento che nasceva da due fattori: la sensazione che il loro governo li stesse portando su una strada senza uscita, in un conflitto destinato a non finire mai, e la ripulsa di fronte agli orrori perpetrati in Libano.
La prima e la seconda Intifada
Ancora più importante fu l’effetto della prima Intifada, scoppiata nel 1987. Per la prima volta la lotta palestinese assumeva un carattere di massa. Scioperi, scioperi generali, manifestazioni di massa prendevano il posto degli attentati. I protagonisti della lotta non erano più gruppi armati invisibili e ostili, ma migliaia di persone che in larga misura erano a contatto con la popolazione israeliana, lavoravano in Israele, erano una parte, sia pure segregata e oppressa, della società israeliana.
I vertici dell’Olp in tutte le sue diverse frazioni, comprese quelle che si dichiaravano comuniste o di sinistra, non avevano mai preso in seria considerazione la possibilità di una lotta di massa nei territori. A loro dire, l’occupazione militare israeliana rendeva impossibile un movimento del genere. Quando l’Intifada cominciò, la sua direzione non era in mano all’Olp, ma a comitati spontanei che soppiantarono rapidamente il vecchio notabilato palestinese prendendo in mano le sorti delle loro comunità. Come e più che nel 1982 si creò una forte divisione nella società israeliana. L’esercito israeliano è strettamente collegato alla popolazione ebraica, uomini e donne fanno tre anni di servizio militare, molti rimangono poi nella riserva. Questo legame organico tra società ed esercito, che era stato uno dei punti di forza dello Stato sionista, diventava potenzialmente pericoloso nel momento in cui l’esercito veniva impiegato per la sistematica repressione di una rivolta di massa.
Fu questo uno dei motivi fondamentali per i quali che la classe dominante israeliana dovette accettare di avviare il "processo di pace" che in precedenza aveva sempre rifiutato.
L’Intifada fu un’insurrezione di massa di una popolazione quasi inerme contro l’occupazione israeliana. Le sue armi furono lo sciopero generale, la resistenza di massa alle regole degli occupanti, la sfida aperta alla presenza dei militari israeliani; in essa il terrorismo fu un fenomeno marginale. Il conto delle vittime parla chiaro. Dal dicembre 1987 al dicembre 1990 furono uccisi 723 palestinesi dall’esercito israeliano e altri 13 furono uccisi in scontri con i coloni. Nello stesso periodo i soldati israeliani uccisi furono solo 13, 41 i civili (fonti: B’Tselem, Centro israeliano d’informazione per i diritti umani dei Territori occupati).
La prima Intifada riuscì dove ha fallito la seconda: portò al logoramento di Israele, aprì divisioni nella società israeliana. Fu questa lotta che portò ad un cambiamento nella politica della classe dominante israeliana culminato nella firma israeliana degli accordi di Oslo e nella dichiarazione dell’Autorità nazionale palestinese. Per Israele divenne troppo costoso mantenere l’occupazione. Furono costretti a delegare ad Arafat e all’Olp il compito di contenere l’ascesa della ribellione palestinese. Purtroppo Arafat e la direzione dell’Olp si prestarono a questo gioco.
Le strutture democratiche che avevano diretto il primo anno di rivolta erano ormai del tutto smantellate. Gli spazi di democrazia conquistati con la lotta furono pressoché azzerati dalla nascita dell’Anp.
Nella seconda Intifada sono mancate proprio queste strutture democratiche di direzione della mobilitazione. Il potenziale enorme espresso dalle masse palestinesi è stato dissipato e dirottato dall’incapacità politica della direzione dei Tanzim e del Fronte popolare di liberazione della Palestina di indicare un’alternativa politica alla politica di Arafat di sopravvivenza pura e semplice dell’Anp.
La mancanza in ogni fase della lotta di un’appello di classe ai lavoratori israeliani, la mancanza di una critica ai regimi reazionari arabi sulla base di una prospettiva di autodeterminazione dei popoli per farla finita con la barbarie capitalista in tutto il Medio oriente sono stati i limiti più pesanti imposti dalla direzione nazionalista palestinese. Questa mancanza di prospettive ha lasciato terreno sgombro per la crescita di organizzazioni come Hamas e la Jihad islamica.
Solo un recupero delle migliori tradizioni della prima Intifada unite ad un programma socialista possono porre le basi per una lotta di resistenza vittoriosa.