Andare oltre l’articolo 18!
Nelle due pagine che precedono Maurizio Zipponi interviene sulle prospettive che si aprono dopo l’imponente manifestazione del 16 aprile. Chi scrive ha importanti divergenze con il dirigente della Fiom ma questo non ci impedisce, nè ci impedirà in futuro, di dare spazio ad altre voci presenti nel movimento operaio, soprattutto quando godono di un consenso che è di gran lunga superiore al nostro.
a cura di Alessandro Giardiello e Paolo Grassi
Zipponi propone due terreni per continuare la lotta: la convocazione di un altro sciopero generale (siamo tutti d’accordo anche se è importante discutere del come e del quando) e la non collaborazione con l’azienda rifiutando le mansioni non previste nei contratti di inquadramento.
Questa seconda proposta, in astratto potrebbe essere efficace perchè danneggia la controparte senza intaccare le tasche dei lavoratori, il problema è la sua applicabilità.
Si tratta di una forma di lotta individuale, ogni singolo lavoratore si troverebbe a combattere da solo contro la gerarchia aziendale e richiede una conoscenza approfondita dei contratti che non è affatto scontata tra la maggioranza dei lavoratori.
Al massimo la si può considerare come una proposta ausiliaria da inserire nel quadro di una mobilitazione collettiva particolarmente in quelle realtà dove generalmente i contratti non corrispondono per niente alle mansioni svolte (si pensi a quei call-center dove i lavoratori sono inquadrati da operai metalmeccanici).
Ma sul piano generale il sindacato dovrebbe proporre un vero e proprio stato di mobilitazione permanente fino alla risoluzione del conflitto.
Sulle forme di lotta bisognerebbe dare spazio in primo luogo alla creatività operaia, che può emergere solo in un ambito di vera democrazia sindacale.
La vertenza dovrebbe essere gestita non solo dall’alto come è avvenuto finora ma attraverso la formazione di comitati dal basso nel territorio e nei luoghi di lavoro aperti agli studenti, ai disoccupati, ai precari, al movimento no-global.
L’elemento di autorganizzazione dal basso è decisivo per allargare il fronte della mobilitazione e rendere più efficaci le forme di lotta adeguandole ai contesti concreti.
Alcune proposte sul piano generale potrebbero essere:
- un’articolazione mirata degli scioperi colpendo particolarmente le aziende che attraversano picchi produttivi. Sciope-rare nelle aziende in crisi ha poco effetto. A questo scopo sarebbe utilissima una cassa di resistenza per perequare le perdite di salario tra tutti i lavoratori.
- il non rispetto delle leggi antisciopero (come la 146/90) e dei "servizi minimi" che prevedono la precettazione di quote significative di lavoratori rendendo "non generali" gli scioperi.
- l’autoriduzione generalizzata dei ritmi, il rifiuto della flessibilità e degli straordinari.
- la convocazione di scioperi parziali senza preavviso, con picchetti informativi nelle città, nelle autostrade, nelle principali vie di comunicazione.
Quello che bisogna creare è un vero e proprio clima di insubordinazione, con assemblee informative e discussioni che portino alla convocazione di un nuovo sciopero generale di 24 ore che paralizzi il paese e si proponga di lanciare un segnale ai lavoratori di tutto il mondo.
Su queste basi sarebbe possibile generalizzare la lotta sul piano internazionale ottenendo dalla Ces, sotto la pressione dei consigli europei, uno sciopero generale (almeno su scala europea) contro le politiche del grande capitale, per le 35 ore a parità di salario, per la dignità dei salari, per la piena occupazione e la tutela del lavoro contro la flessibilità e ogni forma di precarietà.
I lavoratori di tutto il mondo guardano con estremo interesse alle lotte che si svolgono in Italia e riceverebbero con entusiasmo una proposta del genere soprattutto se fosse la Cgil a farsene promotrice sul piano internazionale. Questo potrebbe scatenare un nuovo autunno caldo non solo in Italia ma su scala globale.
La recente esperienza sull’accordo separato del contratto dei metalmeccanici può esserci d’aiuto. Zipponi sostiene che la partita dei metalmeccanici non è chiusa, anche se rimanda tutto al contratto nazionale in scadenza (la lotta dello scorso anno era per il rinnovo della vigenza biennale).
La maggior parte dei metalmeccanici sostenevano la Fiom in questa lotta, la raccolta di firme (oltre 350mila) e i due scioperi nazionali lo confermano, eppure non si è vinto. Questo si deve proprio alla povertà della piattaforma proposta dalla Fiom e in secondo luogo alla gestione che è stata fatta del conflitto.
Una volta che Cisl e Uil si dichiaravano disponibili alla firma, la Fiom per motivare i lavoratori, doveva alzare il tiro richiedendo aumenti salariali significativi, il ripristino della scala mobile e l’assunzione di tutti i lavoratori precari. Ci si è limitati invece a difendere una piattaforma che era il frutto di un compromesso al ribasso che c’era stato con Fim e Uilm.
Si poteva fare appello alle altre categorie impegnate nel rinnovo contrattuale. Inoltre era necessario un percorso di lotta più serrato piuttosto che convocare il secondo sciopero generale a quattro mesi dal primo.
Quei contratti che erano aperti si sono chiusi male e a firmarli non c’erano solo degli anonimi burocrati che si attardano su posizioni concertative, ma nel caso del contratto sul pubblico impiego, il vicesegretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani.
La contraddizione dunque è al vertice del sindacato, Cofferati guida una lotta importante contro il governo ma non è disposto a rompere con la concertazione come lui stesso ha dichiarato nel congresso della Cgil.
Se si vuole vincere la battaglia contro Berlusconi è da quì che bisogna partire: rompere la collaborazione di classe per riprendere il terreno della conflittualità a tutto campo non solo sull’articolo 18. Altrimenti si perderà inevitabilmente.
Abbiamo bisogno di una lotta che danneggi il padronato per costringerlo alla resa. Negli scioperi è emersa una grande disponibilità alla lotta, con una partecipazione mai vista di giovani e lavoratori immigrati. Il compito degli attivisti sindacali è dare espressione a questa radicalità. Non basta chiedere lo stralcio dell’articolo 18, ma è necessario l’annullamento di tutte le deleghe e il ritiro del libro Bianco, del pacchetto Treu e di tutte le leggi sulla flessibilità. Non darebbe questo un buon motivo ai giovani precari per combattere con il resto della classe operaia?
E’ importante comunque che il conflitto continui e non si entri in una situazione di stallo o di finta trattativa. Chi in questo momento propone una campagna referendaria per difendere l’articolo 18 è fuori strada. Così si rischia solo di deviare il movimento su un terreno istituzionale quando ancora non è stata messa in campo tutta la forza di cui dispone la classe operaia con l’arma dello sciopero e della mobilitazione.
Per condurre seriamente la mobilitazione è necessario convocare migliaia di assemblee nei luoghi di lavoro, formando comitati di lotta che si pongano l’obbiettivo di collegarsi alle aziende vicine, in particolare quelle dove si concentrano i precari.
In molte aziende è forse necessario rinnovare le Rsu abolendo la quota riservata e mettendo in prima fila quei lavoratori disposti ad avanzare programmi audaci e forme di lotta corrispondenti, sostituendo quei delegati che si sono formati nell’epoca della concertazione e del compromesso e che non sono disposti a cambiare registro. A questo occorre legare una campagna a tutto campo per la sindacalizzazione dei precari; per il loro diritto ad eleggere i propri rappresentanti e per la trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
Bisogna anche smetterla di insistere sulla dimensione strettamente sindacale della lotta. Il movimento operaio sta lottando contro un governo oppure no? Non è forse questa la causa degli attacchi contro i lavoratori.
Se cadesse il governo Berlusconi si crerebbero migliori condizioni per nuove conquiste sindacali. In realtà la lotta sindacale e quella politica sono strettamente intrecciate, questo lo sanno bene i padroni, non a caso Confin-dustria non si limita alle questioni economiche ma interviene pesantemente con tutti i mezzi sugli equilibri politici del paese.
Nell’ultima parte dell’intervista Zipponi interviene sulle questioni più politiche. Pur dichiarandosi comunista rifiuta l’essenziale della prospettiva marxista che è quella di abbattere il capitalismo sostituendo all’economia di mercato la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Un processo che inevitabilmente passa per la nazionalizzazione delle principali forze produttive sotto il controllo dei lavoratori.
Il progetto politico corrispondente è quello della "sinistra plurale", recentemente fallito in Francia. Non a caso nell’ipotetico "partito del lavoro" aperto ai comunisti, il comunismo resta un concetto astratto, idealista ed utopico che non passa per la rottura rivoluzionaria ma per un progressivo "condizionamento" del capitalismo alla ricerca di equilibri più avanzati.
La sua è una concezione "nobile" e antica di socialdemocrazia riformista che D’Alema ha obiettivamente abbandonato, ma che nulla ha a che fare con il comunismo di Marx.
Sono posizioni queste che non possiamo certo ignorare e con la quale da marxisti dobbiamo misurarci in una lotta per l’egemonia nel movimento operaio.
Di certo Maurizio Zipponi ha dimostrato di non ignorare chi, come noi, lo critica da sinistra rendendosi disponibile a intervenire su una rivista che certo non "tira" come il Manifesto, l’Unità o Liberazione ma alla quale ha ugualmente dedicato tempo e attenzione. Lo ringraziamo per questo.