FalceMartello n° 156 * 24 Aprile 2002

Intervista a Maurizio Zipponi (segretario lombardo della Fiom)

Verso un nuovo sciopero generale?

FalceMartello: Lo sciopero del 16/4 è stato una grande prova di forza della classe operaia di questo paese. Si apre la discussione sul dopo. E’ probabile che un solo sciopero generale non sarà sufficiente a far retrocedere il governo. Come continuare la lotta?

Maurizio Zipponi: Innanzi tutto va chiarito il carattere assolutamente sindacale dello sciopero.

La sinistra può usare ciò che il movimento operaio esprime per cercare di dare una rappresentanza e un’interpretazione politica, ma quello in corso è uno scontro puramente sindacale: in gioco c’è la pretesa delle imprese di licenziare senza giusta causa, in campo c’è l’opposizione totale dei lavoratori per impedire questa operazione. Poi, ovviamente, c’è la lotta contro tutte le deleghe.

Ma la forza del movimento dei lavoratori, in campo per quanto riguarda i metalmeccanici dal 6 luglio dell’anno scorso, è in grado di sparigliare le carte degli attuali rapporti di forza a noi sfavorevoli, perché ha alla base una piattaforma strettamente sindacale, cioè parla direttamente alla condizione dei lavoratori.

Queste sono le ragioni che hanno reso grande lo sciopero del 16 aprile e se il governo e Confindustria non accettano di ritirare le deleghe su articolo 18 e arbitrato e di modificare radicalmente tutta l’impostazione su lavoro, sanità, scuola e previdenza, saranno necessarie altre azioni di lotta.

In particolare due. La prima: un altro sciopero generale, unitario o meno. La seconda: nel caso il conflitto si allargasse e si approfondissero le differenze, la dichiarazione di non collaborazione con le aziende.

Cioè che tutti i lavoratori dipendenti si attengano alle mansioni certificate dai contratti ed ai profili professionali senza più offrire quello che oggi è il motore del funzionamento delle imprese: l’intervento informale per risolvere i problemi che nascono dal veloce mutamento dei processi.

Sono necessarie anche forme di lotta nuove per proseguire il conflitto fino al ritiro delle deleghe e all’estensione dei diritti.

Non ritieni che di fronte a una mobilitazione così dura ed estesa dovrebbe esserci da parte sindacale una non disponibilità a firmare accordi di categoria (pubblico impiego, edili, chimici) che si inseriscono in una logica tutta concertativa. Non c’è una evidente contraddizione in questo?

Più che di contraddizione parlerei di una macchina sindacale che si muove su due piani.

Il primo, di cui discutevamo prima, è il conflitto sociale oggettivamente aperto, la Fiom e la Cgil che hanno compreso il livello dello scontro e messo in campo le azioni di lotta sopra citate.

Il secondo: la macchina burocratica dell’organizzazione sindacale che fatica ad abbandonare vecchie certezze quali la concertazione.

L’idea che si tratta di passare la nottata senza più il fastidio delle assemblee, degli scioperi, del movimento è un idea che per fortuna riguarda solo una minoranza burocratica del gruppo dirigente, che speranzosa di un ritorno al passato, continua a firmare accordi facendo finta che ci sia ancora la concertazione. In verità gli accordi che oggi gli imprenditori sottopongono all’organizzazione sindacale sono accordi di pura sottoscrizione della volontà dell’impresa e non certo una mediazione tra interessi diversi.

Cosa succede rispetto al contratto dei metalmeccanici? Non sarebbe il caso di inserire questo aspetto nel quadro più generale della mobilitazione?

La partita del contratto dei meccanici non è chiusa. Ci sono stati i due scioperi generali e per fortuna siamo usciti da una situazione di isolamento e di solitudine, quando anche parte del movimento sindacale pensava che la Fiom non firmasse il contratto per 18 mila lire di aumento, perché eravamo un po’ originali.

In verità già il 6 luglio 2001 quando si fece il primo sciopero generale spiegammo con forza che quello che stava accadendo a noi sarebbe accaduto poi a tutti.

Il padronato italiano ha deciso di liquidare il contratto nazionale e ha deciso, per farlo, di colpire il sindacato più forte. Era un segnale per tutti ma la cosa non fu capita allora. Ricevemmo attestati di solidarietà ma niente più. Nella grande manifestazione del 23 marzo a Roma, Cofferati ha sancito che quanto è accaduto ai metalmeccanici in verità è una linea generale del padronato e della destra italiana. Quindi abbiamo ottenuto un primo ed importante risultato, cioè che l’insieme del movimento sindacale italiano, e in particolare la Cgil, hanno capito che lo scontro dei metalmeccanici è un conflitto generale.

A questo punto abbiamo (per questo dicevo che non è chiusa la partita del contratto) il dovere politico e sindacale di rimanere vincolati al merito. Abbiamo un contratto nazionale separato, non firmato dalla Fiom, per questa ragione entro fine maggio convocheremo l’assemblea nazionale dei delegati per discutere del contratto.

L’accordo separato, firmato da Fim e Uilm, non è il rinnovo del contratto nazionale, ma solo il rinnovo del biennio salariale, mentre tutto quello che concerne le normative e i diritti scade alla fine di quest’anno. Nel nuovo contratto nazionale ci proporremo di recuperare quanto nell’accordo separato è stato violato, cioè il rispetto delle norme e delle regole.

Chiariremo nell’assemblea nazionale che la premessa di tutto è la democrazia sindacale. La Fiom può avere opinioni diverse dalle altre organizzazioni sindacali, e viceversa, ma deve essere chiaro che alla fine chi decide sono i lavoratori interessati, quindi il voto dei lavoratori è precedente a ogni discussione di merito. Discuteremo di democrazia e dei contenuti del nuovo contratto nazionale di lavoro che secondo me dovranno rompere le compatibilità salariali praticate in anni di concertazione.

Nelle recenti mobilitazioni colpisce la partecipazione di tanti giovani che non si vedevano da tempo alle manifestazioni sindacali. C’è una richiesta che emerge da questi settori per l’inasprimento della lotta e una maggiore radicalità del sindacato. Si parla di un nuovo movimento operaio. Se dovessi indicare le differenze principali rispetto alla generazione passata quali indicheresti in particolare?

Potrei dire delle differenze che conosco rispetto alla mia esperienza. Non ho conosciuto la classe operaia degli anni ’50-‘60, quella della ricostruzione. Quella che ho conosciuto negli anni ’80 ha ottenuto grandi vittorie ma anche subito pesanti sconfitte: era una classe operaia che aveva una forte memoria storica. C’era un continuo passare di generazione in generazione della capacità di ricordare quando hai vinto quando hai perso, come fare le lotte, come fare gli scioperi, il comportamento dell’azienda, come contestare i tempi, ecc.

Con le nuove generazioni non c’è stato questo passaggio di memoria. Quindi quello che chiamiamo il nuovo movimento operaio ha dovuto affrontare un ingresso nel mondo del lavoro senza possibilità di difesa. Se non conosci non puoi difenderti.

Un operaio dell’Iveco di Brescia mi diceva: "Quando la Fiat dopo gli anni della ristrutturazione ha ricominciato ad assumere e i giovani sono entrati in fabbrica non si riusciva a dialogare con loro perché lavoravano come bestie, ci davano dentro, i soldi non li davano in famiglia e spendevano tutto in beni di consumo, per la macchina, ecc. Io con questi giovani non ho agganci, i nuovi sono disponibili a qualsiasi condizione di lavoro".

Questa è stata la prima reazione: incomunicabilità. Succes-sivamente quegli stessi giovani hanno scoperto che non restavano in fabbrica tre, sei mesi, un anno, ma due, tre, quattro anni e a quel punto si sono scontrati con l’organizzazione aziendale, la gerarchia, il comando, con il dover sottostare agli ordini. E così questa nuova generazione ha cominciato a contestare. Si è affacciata alle lotte alla fine degli anni ’90 con una richiesta di forte radicalità. Dal momento in cui hanno capito che la loro condizione di lavoro non era provvisoria, ma che "lì dovevano stare" è iniziata una forte adesione agli scioperi.

Un altro elemento di novità delle recenti mobilitazioni è la partecipazione attiva del proletariato immigrato. Parti-colarmente visibile in città come Brescia. Non ci pare che il sindacato sia in grado di rapportarsi correttamente con questi lavoratori, ai loro problemi specifici, alla loro richiesta di rappresentanza…

Sono d’accordo con voi su un punto, l’arrivo di milioni di lavoratori immigrati in Italia apre sicuramente problemi contingenti: il permesso di soggiorno, la condizione di permanenza in quanto lavoratore nella realtà dove lavora quindi gli alloggi ecc. sono le prime cose a cui si deve guardare. Oggi ci si trova però in una situazione paradossale: da un lato una legge italiana, la Bossi-Fini, vincola il diritto di soggiorno al contratto di lavoro, questo significa che c’è un blocco sostanziale alla presenza dei lavoratori immigrati; dall’altro l’associazione degli industriali di Brescia (ad esempio) sostiene che senza l’arrivo di migliaia di immigrati molte imprese sarebbero costrette a chiudere. Agli imprenditori interessa sfruttare i lavoratori immigrati che entrano in fabbrica la mattina e escono la notte senza preoccuparsi di dove vanno questi operai quando non lavorano.

Il punto di forza degli immigrati è che già oggi costituiscono un pilastro del sistema produttivo italiano in particolare nell’industria del nord. Ma le organizzazioni sindacali tradizionali come la nostra faticano ad adeguare la propria pratica sindacale e le proprie strutture.

I lavoratori immigrati sono una risorsa per il movimento: o noi siamo in grado di farci invadere dalla nuova classe operaia e dai lavoratori immigrati o perderemo un’occasione.

Loro sono portatori di bisogni radicali, mettono in discussione uno status quo, una conservazione di equilibri presenti.

Sono pochi i delegati sindacali eletti tra gli immigrati, quasi nessuno è funzionario, quasi nessuno segretario generale.

Fino a quando non ci sarà un sindacato dove il lavoratore immigrato non si limita ad occuparsi del Centro immigrati, ma rappresenta l’insieme dei lavoratori di una zona o di una fabbrica, fino ad allora la Cgil e la Fiom continueranno a perdere delle opportunità.

Sarà quindi necessario aprire dei conflitti al nostro interno, dire a dei lavoratori bianchi del nord che magari votano Lega, che a seguire la loro fabbrica sarà una lavoratrice ghanese, e che sarà lei a trattare i loro interessi.

In passato non si è esagerato, anche da parte sindacale, rispetto alla moltitudine di attivisti della Cgil che votavano Lega?

Gli attivisti sindacali della Fiom e della Cgil votano, per il 99% a sinistra; il voto dell’insieme dei lavoratori si divide e si differenzia seguendo l’andamento del voto nel paese.

Il sindacato non ha il compito di orientare il voto. Il sindacato ha il compito di definire una rappresentanza sociale, una piattaforma, di gestire il conflitto, di tentare di migliorare le condizioni dei lavoratori. Non esiste un automatismo tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica.

È vero che alle origini del fenomeno il voto alla Lega qui al Nord era visto da molti come un voto contro il sistema, essendo in crisi la vecchia rappresentanza politica del mondo del lavoro.

Quel voto verso la Lega al Nord sta gradualmente ma costantemente riducendosi perché oggi il Ministro che propone i licenziamenti si chiama Maroni, mentre quello che attacca l’indipendenza della magistratura si chiama Castelli. Certo c’è un problema: ad una riduzione della rappresentanza politica della Lega nelle aree del nord e nelle valli, ancora oggi non corrisponde una nuova rappresentanza politica del conflitto sociale. Ci sono partiti che più di altri dialogano con il movimento operaio, a partire da Rifondazione e alcuni settori dei Democratici di sinistra, ma ancora non c’è quello scatto che fa dire "il mio voto andrà sicuramente li". Senza dubbio il conflitto sociale aumenta l’esigenza di una nuova rappresentanza politica.

Il sindacato non orienta il voto, ma crea le occasioni. Si tratta di vedere se la sinistra è in grado di riorganizzarsi e affrontare il tema della rappresentanza politica di un mondo del lavoro che cambia.

Più volte ti sei dichiarato un comunista. Non hai aderito a Rifondazione e in passato hai proposto la formazione di un"partito del lavoro" aperto ai comunisti. Molti pensano che Sergio Cofferati stia mettendo in campo un progetto del genere. Che ne pensi?

Su questo terreno posso esprimere meno certezze che sul terreno sindacale, che conosco meglio. Io oggi non userei più il termine, che pure in passato ho usato quando fu sciolto il Pci, del Partito del lavoro. Nel periodo buio che abbiamo alle spalle iniziato con la sconfitta alla Fiat del 1980 è entrata in crisi la rappresentanza politica della sinistra.

Verso la metà degli anni ’90 parlai di un partito del lavoro lasciando da parte querce, fiori, alberi e quant’altro. Oggi penso che vada costruito un progetto alternativo a quello delle destre. Bisogna che un lavoratore avverta che se ti vota e ti sostiene la sua condizione può migliorare.

Io non so cosa vuole fare Cofferati, francamente dovreste chiederlo a lui, ma è chiaro che se un progetto diverso si riesce a definire non sotto le elezioni, ma mettendo in campo un alternativa al capitalismo straccione italiano, allora è evidente che si pone il problema della rappresentanza politica, cioè delle forme.

L’unica forma che conosco è il partito, anche se oggi realisticamente si dovrebbe lavorare alle priorità avviando un fronte di sinistra plurale.

Non riesco ad immaginare qualcosa di diverso da una esperienza plurale in cui ci si allea su quattro cose chiare e quello diventa il programma di governo, lasciando libertà ad ognuno di consolidare il proprio rapporto con i conflitti sociali. Mi sembra che Rifondazione abbia chiarito nel suo congresso che non intende nè sciogliersi, nè fare altre cose come quelle proposte dal Manifesto. Il problema è capire se a questo partito basta avere ragione o si pone il problema di dare rappresentanza politica a un mondo del lavoro e se è disponibile in questo quadro a fare delle alleanze. Se c’è un progetto politico è anche più facile costruire delle alleanze. Il futuro nei prossimi anni per i partiti di sinistra è quello di agire in autonomia mettendosi d’accordo sul progetto. Quel che mi è chiaro è che un semplice accordo fatto contro Berlusconi è perdente. Vuol dire che in campo c’è un pensiero unico, quello di Berlusconi e tu sei contro.

Un accordo col centrosinistra Rifondazione l’ha fatto. con la desistenza nel ‘96. I pessimi risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questa rivista si è opposta a quella proposta e alle successive alleanze con l’Ulivo, ma al di la delle cose che possiamo condividere o meno, ci pare che lil tuo discorso si muove tutto sul terreno delle alleanze. Ne deduciamo che non vedi la possibilità che sorga una nuova formazione politica.

Non la vedo, ma non vuol dire che non me la auguro. Il mio pessimismo verso il progetto del partito del lavoro, nasce da una assoluta carenza di classe dirigente. È probabile che in questo momento il conflitto sociale, i movimenti No global e la contestazione alla guerra e al liberismo, facciano si che nuove leve di militanti, di attivisti, entrino in politica. Se questo avviene si sparigliano le carte e cambia il panorama.

L’attuale classe dirigente della sinistra italiana non ha nessuna voglia di mettersi in discussione. Deve essere obbligata, probabilmente verrà obbligata se sulla scena politica irrompono i soggetti del conflitto sociale. Solo così progetti più ambiziosi si possono discutere a sinistra, e cioè ipotesi che vadano oltre l’alleanza elettorale. Mi rendo conto che la mia è una risposta contingente.

Il movimento che ha avuto inizio a Seattle si caratterizza per lo slogan: "Un altro mondo è possibile". Come definiresti l’altro mondo possibile? E’ il socialismo? È altro? Quale è il terreno di ricerca e di analisi della società che bisognerebbe opporre al capitalismo?

Siccome mi proponi parole precise dovrò essere preciso con le parole. Quel sistema capitalistico che ha vinto formalmente nell’89, con la caduta del muro di Berlino, a distanza di 15 anni ha inanellato clamorosi insuccessi rispetto alle sue stesse promesse: sono aumentati i conflitti, è aumentata la disoccupazione, è aumentato l’esproprio dei diritti dei lavoratori. Non una delle cosiddette promesse del capitalismo si realizza, elites sempre più ristrette concentrano potere e ricchezza.

A questo punto al capitalismo non si può che contrapporre un’idea di sviluppo del mondo che interviene nei rapporti di produzione dei beni e dei servizi condizionando queste produzioni al bene collettivo. Non bisogna banalizzare…. non stiamo discutendo della statalizzazione.

Stiamo discutendo del fatto che l’azione dell’uomo e della donna che lavorano deve essere orientata a un bene collettivo, ponendosi il problema di cosa si produce, di come lo si fa, che impatto ambientale ha sulla vita degli altri, come viene regolato il tempo che è il fattore fondamentale del sistema di produzione.

Il sistema capitalistico è puro furto del tempo. È evidente che dire "altro sistema" quindi un’idea diversa della produzione e dei rapporti di forza significa partire da una riappropriazione del tempo.

E per questa ragione l’ho detto e continuo a dirlo che la mia idea è un’idea comunista di sviluppo della società, dei rapporti tra le classi e del necessario cambiamento radicale del modo di produzione.

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