FalceMartello n° 155 * Marzo 2002

Il 5° congresso del Prc

Il movimento operaio e la questione femminile

Il dibattito apertosi nel nostro partito a proposito della questione femminile e più precisamente della presenza delle donne negli organismi dirigenti pone la necessità di un chiarimento sul rapporto fra femminismo e movimento operaio.

La compagna Lidia Cirillo, polemizzando con me sulla Tribuna congressuale di Liberazione, sostiene che le quote furono adottate dai soviet più attivi e radicali negli anni immediatamente successivi al ’17 e che il movimento operaio rivoluzionario (più sollecito dei riformisti) si faceva promotore di quote, strutture separate per promuovere la partecipazione femminile alla politica e "dar vita a una sorta di apprendistato capace di colmare lo scarto fra i sue sessi". Ringrazio la compagna per aver ricordato la nostra antica storia e ribadito la necessità di imparare da essa. Proverò qui a cimentarmi nel recuperare alcuni di questi passaggi storici per darne una lettura rivoluzionaria.

di Sonia Previato

Le condizioni della donna in Russia erano di miseria profonda; essa era proprietà del padre e del marito e la frusta sanciva questa proprietà. Le masse femminili a stragrande maggioranza contadine avevano diritto solo a lavorare la terra per gli uomini e a curare la famiglia. Il lavoro nella fabbrica rappresentò una via d’uscita, nel senso letterale di questa parole, al circolo angusto dell’oppressione della vita in famiglia. È da questa inumana oppressione (doppia, rispetto a quella già inumana dei proletari) che nasce la radicalità delle proletarie russe che si misero alla testa della rivoluzione del febbraio ’17, le quali scavalcarono a sinistra persino i bolscevichi.

La rivoluzione d’ottobre

I bolscevichi e Lenin in particolare hanno saputo interpretare questa radicalità delle donne lavoratrici, sono stati paladini della difesa dei loro interessi, non solo a parole, ma anche nei fatti. Per la prima volta nella storia un governo riconosce pari dignità giuridica ai due sessi. Viene introdotto l’aborto legale, il divorzio, viene abolito il concetti di figlio illegittimo e si legifera per la protezione della maternità, del lavoro delle donne e sullo stato sociale.

Questo fu un lavoro titanico, soprattutto se si considerano le condizioni di partenza: il 70% di analfabetismo, condizioni feudali nelle campagne, oscurantismo e pregiudizi diffusi dalla miseria e dai preti; nelle regioni d’Oriente le donne portavano il velo ed era proibito loro uscire di casa, in queste regioni dopo la rivoluzione ci furono centinaia di donne uccise dai loro padri, fratelli e mariti per aver partecipato ai circoli di discussione delle bolsceviche ed essere state contagiate dalle idee rivoluzionarie.

I bolscevichi non si limitarono a legiferare, fecero tutto il possibile per trascinare gli oppressi nella vita politica, nella conduzione del potere. Il controllo operaio e delle masse sui nuovi organismi di potere, i soviet, era decisivo perché questi rispondessero agli interessi della rivoluzione. Solo alla luce di questo aspetto fondamentale si capisce perché era vitale per i bolscevichi emancipare le donne e trascinarle alla vita politica: non si poteva accettare che la metà degli oppressi vivesse una condizione di inferiorità, pena l’impossibilità per la classe operaia e i contadini poveri nel loro complesso di esercitare un autentico controllo sul nuovo apparato statale che andava formandosi.

Da qui nasce la spinta alle iniziative dei bolscevichi per l’emancipazione. Fu costituito il Genotdel, una sezione del partito di operaie e contadine che aveva precisamente questo scopo. Le bolsceviche del Genotdel inizialmente promossero la partecipazione delle donne alla guerra civile, nell’Armata Rossa e nell’azione per arginare i drammi della carestia, organizzarono in seguito la loro presenza nelle fabbriche, nei quartieri, promuovevano circoli nelle campagne per promuovere la formazione di asili nido, case comuni e in generale cercavano con questi mezzi di attirare le migliaia di lavoratrici e contadine all’attività politica.

Il Genotdel si adoperò perché i comitati di fabbrica adottassero politiche in favore delle donne, mandava delegazioni ai soviet perché le questioni femminili venissero affrontate dal nuovo potere. Spesso si trovava in conflitto con gli organismi prevalentemente maschili, perché molti operai vittime della cultura patriarcale non comprendevano la necessità di liberare le loro compagne di lavoro dall’oppressione che ancora dopo la presa del potere le affliggeva. È interessante l’atteggiamento delle dirigenti del Genotdel: quando si accorsero che le lavoratrici dei loro circoli avevano un atteggiamento vertenziale nei confronti dei comitati di fabbrica e del sindacato fecero approvare nel congresso del sindacato l’obbligo di includere nel programma temi specifici per le donne perché fosse il sindacato nel suo complesso a occuparsi dei problemi di tutti sforzandosi così di superare una concezione separatista.

Questo lavoro titanico e straordinario si scontrò con la povertà immensa, con l’isolamento della rivoluzione russa e l’impossibilità obiettiva da parte delle masse di controllare il potere che avevano conquistato. La burocrazia formata dagli elementi più conservatori del partito bolscevico e dai rimasugli della vecchia società iniziarono una vera e propria guerra per appropriarsi dell’apparato statale. Questa guerra costò la vita a centinaia di migliaia di bolscevichi e delle masse che li sostenevano e segnò l’involuzione di quel processo storico straordinario.

La natura delle strutture separate

Si può forse dire che i bolscevichi ingabbiassero la loro azione per l’emancipazione della donna formulando nei loro statuti la necessità delle quote o di organizzazioni separate? Da quanto detto sopra si evince di no. Il comitato centrale del partito bolscevico aveva una sola donna, la Kollontaj, più la Stassova che era un membro supplente. Ciò non gli impedì di essere il partito che più nella storia ha lavorato per le donne. Ogni misura che è stata presa, compresa la formazione di circoli femminili o le delegazioni del Genotdel ai soviet, erano transitorie e funzionali a trascinare le donne nella politica e nelle organizzazioni dei lavoratori. Le bolsceviche non dovevano tutelarsi dai loro compagni di partito attraverso le quote perché era il programma del partito che le tutelava perché per la sua applicazione necessitava del coinvolgimento delle donne.

Forse la nostra sezione di comuniste, il forum delle donne, si inserisce in questa tradizione e prassi politica?

Il forum delle donne non solo non si pone il problema di promuovere iniziative per attrarre le lavoratrici alla politica, ma nemmeno quello di coinvolgere le iscritte al partito alle sue iniziative!

La triste realtà è che il programma e l’azione del nostro partito (a differenza di quello bolscevico) non tutelano le donne e soprattutto le lavoratrici perché non inserisce il conflitto di genere nel conflitto di classe, perché non inserisce la rivendicazione dell’autodeterminazione della donna in un progetto più generale di trasformazione della società, di abbattimento del capitalismo, unico modo per rendere chiaro su quali basi si può vincere contro il lavoro precario, contro lo smantellamento dello stato sociale, contro la cultura patriarcale. Noi sorvoliamo su questo nodo centrale e ci mettiamo l’anima in pace garantendo una presenza di donne per statuto, esattamente come fanno oggi tutte le organizzazioni riformiste, accettando una impostazione parziale e pertanto moderata.

Ma qui si dice che non dobbiamo essere settarie che dobbiamo saper combinare l’esperienza di lotta del femminismo con la tradizione del movimento operaio.

Andiamo ancora a recuperare qualche elemento di riflessione dalla nostra storia.

Non c’è dubbio che l’inizio del secolo scorso ha visto l’entrata in scena del proletariato femminile e anche di movimenti femministi chiaramente borghesi, per esempio per il diritto di voto alle donne.

Clara Zetkin e il femminismo

Vale la pena dire qualcosa dell’esperienza di Clara Zetkin, che penso tutti saremo d’accordo a considerare una punta avanzata del movimento rivoluzionario. Ebbene la Zetkin condusse una battaglia aperta non solo contro il femminismo borghese che voleva il "voto per le signore", ma anche all’interno del suo partito in cui si esprimevano concezioni oltre che maschiliste anche femministe piccolo-borghesi.

E la battaglia era fra chi concepiva la questione femminile in termini di battaglia culturale e proponeva come azione i centri di aiuto, la consulenza giuridica, le biblioteche, le cooperative per promuovere la vita in comune, ecc. e chi, come la Zetkin, si prodigava in una campagna incessante per denunciare il capitalismo come responsabile delle condizioni delle donne lavoratrici e della cultura patriarcale, vedendo nell’organizzazione delle donne lavoratrici il cardine dell’avanzamento della lotta di classe. La parola d’ordine era seminare sfiducia fra i lavoratori e le lavoratrici in questo sistema economico.

Alle borghesi che si mobilitavano per il diritto di voto Clara Zetkin rispondeva "colpire unite e marciare separate" e questo perché, seppure ci fosse quel punto (il diritto di voto) che le univa, gli obiettivi erano diversi: per le borghesi il parlamento era un fine, per le lavoratrici un mezzo con il quale far avanzare la coscienza dei loro compiti politici insieme alla loro classe per il rovesciamento del sistema capitalistico. Analogo ragionamento si può fare in tutti quei casi in cui le battaglie per il diritto all’aborto o per il divorzio vedono un interesse comune fra le donne di classi sociali differenti. La battaglia per l’autodeterminazione delle donne, contro la cultura patriarcale per i comunisti si lega a doppio filo con la lotta contro il capitalismo e la nostra propaganda deve essere tesa a dimostrare quanto il patriarcato è funzionale all’oppressione di classe e si possono creare le condizioni per un superamento di questa cultura solo liberando le risorse materiali ed economiche oggi nelle mani di poche multinazionali che dominano il mondo.

Abdicare a questa concezione significa rimanere imprigionati in una visione limitata, secondo la quale esiste una questione femminile distinta e dunque risolvibile in modo indipendente dal conflitto di classe.

Il Prc e la questione femminile

Penso che anche da questi pochi elementi emergano numerosi tratti comuni con la battaglia che oggi si dovrebbe condurre nel nostro partito per porre in termini corretti la questione femminile e provo a fare qualche esempio sui limiti della nostra azione.

Quando anche in Italia, recependo una direttiva europea, è stato introdotto il lavoro notturno per le donne questo ha prodotto un conflitto durissimo in molte fabbriche, anche contro il sindacato che ha fatto accordi anche su questo. Hanno quelle lavoratrici potuto udire la voce del forum in loro sostegno? Ci si è posti il problema di organizzare quelle lavoratrici perché invece che stracciare la tessera sindacale potessero coordinarsi e battersi per i loro diritti? No, perché non si ritiene questo il nostro terreno privilegiato. Così come non si ritiene un terreno privilegiato il lavoro a volte ingrato e faticoso di orientarsi ai luoghi di lavoro con manodopera a prevalenza femminile per organizzare le lavoratrici e i lavoratori contro il precariato dilagante.

Leggiamo su Liberazione che il forum delle donne organizza convegni in cui si dà una lettura di genere della globalizzazione e della guerra. È precisamente il carattere elitario di questo genere di iniziative che tiene lontane le lavoratrici dal nostro partito.

Un tema centrale spesso affrontato è quello della fecondazione assistita, della necessità di battersi contro la destra che vuole l’embrione soggetto giuridico mettendo in discussione il diritto all’aborto (la 194) e l’autodeterminazione della donna.

Si possono dire molte cose sul significato aberrante di queste posizioni, ma qual è la posizione dei comunisti e delle comuniste? Il forum organizza i convegni e leggo su Liberazione dell’8 marzo che se la legge passerà proporremo un referendum abrogativo e il nostro grido di battaglia è "non legiferare sul nostro corpo".

Anche qui vediamo la parzialità di questo slogan. La triste realtà è che l’autodeterminazione dei corpi delle donne è diventata sempre più difficile nella misura in cui sono peggiorate le condizioni sociali e culturali della maggioranza
delle donne (non solo delle afghane o delle bosniache) a causa dell’arretramento delle lotte sociali del movimento operaio. Se vogliamo quindi coinvolgere le donne lavoratrici dobbiamo inserire quel giusto "non legiferare sul nostro corpo" in un progetto di rivendicazioni e di mobilitazione più ampio che sappia interpretare il malessere vissuto dalle lavoratrici e che dia risposte al peggioramento della condizione femminile.

Il nostro compito dovrebbe essere quello di avviare una campagna capillare nei luoghi di lavoro per dimostrare alle donne, alle lavoratrici che possono cambiare la loro condizione, che possono battersi con noi e nelle organizzazioni sindacali per invertire la rotta della concertazione, della flessibilità del lavoro, per riconquistare uno stato sociale degno di questo nome e contro chi vuole cancellare il diritto ad autodeterminare il proprio corpo. Dovremmo quindi sviluppare un programma di rivendicazioni specifiche per le lavoratrici che si inserisca in un progetto più ampio di trasformazione di questa società, unica condizione nella quale può affermarsi un’autentica democrazia di genere.

Porto Alegre e le donne

È decisivo per le comuniste avviare questo percorso. Al forum sociale mondiale di Porto Alegre si è dibattuto molto sulla condizione femminile. Anche in questo caso sarebbe stato utile una presa di posizione delle comuniste che, per esempio sulla questione della violenza contro le donne, facesse emergere il carattere utopico della richiesta che lì è stata formulata secondo la quale gli Stati dovrebbero promulgare leggi contro tutte le forme di violenza alle donne e che educhino le proprie popolazioni alla non violenza. Ma come? Non è precisamente su tutte queste forme di violenza che si basa il dominio degli Stati? Invece di fomentare l’illusione che gli Stati possano giocare un ruolo progressista, non dovremo forse denunciare il fatto che dietro la maschera falsa dell’imparzialità istituzionale degli Stati si nascondono (e neppure tanto bene) gli interessi del capitale? Questi ragionamenti non albergano nelle nostre menti e diamo il nostro sostegno acritico ad una campagna dagli esiti quantomeno utopici, la quale, in assenza di un’alternativa, può anche trovare un certo seguito perché il problema posto è drammaticamente reale. Oggi molte donne, lavoratrici e non, così come molti uomini possono trovare un canale per manifestare il loro impegno nelle associazioni più varie, nel volontariato, nei social forum. La ragione di questo impegno è da ricercarsi nell’apparente concretezza di obiettivi che questo genere di strutture propone e nel fatto che su tanti temi specifici non esistono organizzazioni politiche che promuovono campagne. Per attirare queste donne al nostro partito e dunque ad una visione politica più ampia non si tratta di promuovere campagne specifiche sullo stesso terreno delle associazioni, ma proprio il contrario.

Mostrare la parzialità di questa o quella iniziativa e inserire ogni problematica nel quadro più generale delle contraddizioni che emergono dallo sfruttamento capitalistico. Dimostrare con la nostra azione quotidiana che ogni singola battaglia può essere vittoriosa solo se si inserisce in una lotta più generale contro il capitalismo.

Oggi siamo entrati in una nuova fase di ascesa del movimento, in cui anche le donne iniziano a fare la loro parte come mostra anche la manifestazione di Firenze lo scorso 9 marzo, e dunque in questo contesto favorevole diventa ancora più importante munirsi di strumenti adeguati per intervenirvi, pena mantenere la situazione attuale (di scarsa presenza fra le donne lavoratrici) e consolarsi con le formulazioni statutarie.


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