FalceMartello n° 154 * Febbraio 2002

Il 5° congresso del Prc

La rifondazione comunista alla prova del movimento

Il 5° congresso di Rifondazione comunista si apre in un contesto nazionale e internazionale profondamente mutato. Le contraddizioni lungamente accumulate dal capitalismo emergono in modo esplosivo.

di Claudio Bellotti

La crisi economica si sviluppa su scala internazionale e in particolare colpisce i centri nevralgici dell’economia mondiale: Usa, Giappone, Germa-nia; nei paesi sottosviluppati, che sono stati sottoposti per decenni alla penetrazione spietata dell’imperialismo e del capitale straniero e alle politiche del Fmi esplodono crisi sociali e rivolte, dal Venezuela al Sudafrica, dall’Ecuador alla Bolivia. Gli avvenimenti rivoluzionari d’Argentina costituiscono una svolta che avrà ripercussioni su vasta scala in America latina e non solo. La guerra in Afghanistan, infine, ha mostrato non solo l’aggressività e l’arroganza dell’imperialismo americano, ma anche l’enorme destabilizzazione nel campo dei rapporti internazionali. Il conflitto tra India e Pakistan, la situazione di crisi politica crescente in paesi come Filippine, Malesia, Indonesia, mostrano come lo strapotere militare americano incontri sempre più difficoltà nel tenere sotto controllo una situazione esplosiva.

In questo contesto molti parlano del primo "vero" congresso di Rifondazione, un congresso cioè non centrato esclusivamente nella discussione sulle alleanze elettorali, ma nel quale il dibattito finalmente deve affrontare i grandi temi di una vera e propria svolta storica.

Dobbiamo dare atto a Bertinotti e alla maggioranza del partito di aver tentato di approntare delle tesi ambiziose, che tentano di elevare il dibattito all’altezza necessaria.

Altrettanto approfondita e "ambiziosa" deve essere quindi la critica della sinistra del Prc, alla quale abbiamo partecipato fin dal 3° congresso del 1996. Alla "svolta a sinistra" dichiarata dal segretario vogliamo rispondere non con una semplice ripetizione di polemiche passate (le quali comunque non perdono affatto il loro significato), ma con un’analisi scrupolosa delle nuove proposte.

Tre ci paiono i terreni decisivi proposti dalla maggioranza alla discussione del congresso, tre temi sui quali si esercita un tentativo di innovazione:

1) La questione del "nuovo capitalismo" e dei nuovi assetti internazionali, che porta Bertinotti a negare la validità, nelle condizioni odierne, della concezione leninista dell’imperialismo;

2) L’analisi dei nuovi movimenti e del rapporto che vede stabilirsi tra partito e movimento, dalla quale scaturisce la negazione del ruolo di avanguardia del partito;

3) La critica dello stalinismo.

Un "nuovo capitalismo"?

Secondo le tesi di maggioranza, saremmo oggi in una fase nuova e inedita dello sviluppo del capitalismo, le cui caratteristiche salienti sarebbero: la finanziarizzazione esasperata del capitale, il superamento del taylorismo, lo sviluppo delle nuove tecnologie, la precarizzazione crescente e soprattutto lo strapotere delle grandi imprese multinazionali, le quali attraverso organismi quali il Fmi, l’Ocse, la Banca mondiale, il Wto, il G8, la Nato, ecc. starebbero disgregando gli Stati nazionali.

Già a una prima analisi ci sembra che questa alluvione di "novità" non sia poi così… nuova. Parlare, per esempio di "sussunzione diretta della scienza nel ciclo produttivo" (tesi 5) come di uno sviluppo recente suona un po’ fantasioso, se si considera che da almeno un secolo oramai la stragrande maggioranza degli sviluppi tecnologici e scientifici proviene direttamente o dall’industria o dalla ricerca militare.

In realtà stiamo assistendo non alla nascita di un "nuovo capitalismo", ma ad un ritorno al "vecchio" capitalismo di 50 o 100 anni fa; le condizioni di lavoro particolarmente nei nuovi settori tendono a tornare ai livelli precedenti lo Statuto dei lavoratori (per quanto riguarda l’Italia), riemergono tratti del capitalismo dell’epoca vittoriana, particolarmente negli Usa (leggi contro i poveri, "filantropia" borghese al posto dello Stato sociale, precarizzazione completa dei rapporti di lavoro).

Quello che c’è di nuovo è l’offensiva contro tutte le conquiste sociali del movimento operaio, che soprattutto in Europa occidentale avevano raggiunto un livello molto alto grazie alle lotte degli anni ’60 e ’70, e anche grazie alla contrapposizione con il blocco sovietico, che permetteva al movimento operaio in Europa occidentale di ottenere più facilmente delle mediazioni favorevoli nella lotta di classe. È la fine di un’eccezione storica durata mezzo secolo, che oggi rimette in discussione il vecchio equilibrio sia nei rapporti fra le classi che sul piano internazionale.

Ma il punto che ci pare più scorretto in questa analisi è quello che parla della crisi dello Stato-nazione. Da circa un secolo il marxismo ha spiegato come lo sviluppo del capitale tende a superare i confini nazionali, che si tramutano in un limite allo sviluppo economico. La divisione internazionale del lavoro, lo sviluppo del mercato mondiale, lo sviluppo della produzione su scala più vasta che mai in passato, la nascita di enormi imprese, tutto questo indica certamente che i confini degli Stati, inclusi i più grandi, sono ormai un ostacolo crescente allo sviluppo economico e sociale dell’umanità. La concezione classica del marxismo, e in particolare della Terza internazionale, era che questa contraddizione fondamentale doveva essere superata attraverso un processo rivoluzionario internazionale che avrebbe portato non solo all’esproprio dei grandi mezzi di produzione ma anche al superamento, per via rivoluzionaria, degli Stati nazionali.

Quanto si dice nelle tesi, tuttavia, è radicalmente diverso: si teorizza infatti che oggi il capitalismo prescinde dagli Stati nazionali e che si starebbe sviluppando, di fatto, un capitalismo "apolide" il cui organo di "governo globale" sarebbero i vari forum della finanza mondiale. Tutto questo ha poco a che vedere con la realtà che abbiamo di fronte: le guerre di questo decennio non le hanno condotte né le multinazionali, né il G8 il Fmi, ma gli Stati. Sono gli Stati che bombardano, che sviluppano la corsa al riarmo, che trattano ai tavoli della diplomazia, che si accordano e si scontrano nei vari vertici internazionali (e in realtà, da Seattle in poi, i vertici del G8 e del Wto sono sempre più terreno di scontro e sempre meno di accordi); persino nell’Unione europea vediamo come gli antagonismi nazionali non siano affatto scomparsi.

Uno o due anni fa Bertinotti parlava baldanzosamente del "governo tendenzialmente unipolare del mondo"; oggi, forse anche perché le sue posizioni sono state criticate per un’evidente assonanza con quelle di Toni Negri, più prudentemente si scrive che la guerra "tende a costituire sia un nuovo assetto unipolare ("amicizia" di lungo periodo tra Usa, Russia e Cina) sia i propri organi di dominio, sia alleanze a geometria variabile." (tesi 12) Tutto questo aumenta la confusione senza per questo mitigare l’errore.

Conseguenze politiche di un errore teorico

Potrebbe apparire che questo dibattito si conduca su un livello troppo "teorico" e poco adatto a un congresso. Non è così, e basta guardare alle conseguenze politiche di queste analisi per rendersene conto.

Negando infatti l’esistenza dell’imperialismo nelle condizioni attuali, e riducendo il mondo a un unico palscoscenico nel quale gli Usa (definiti ambiguamente "consistente eccezione alla crisi degli Stati nazionali", tesi 13) dominano tutti gli altri attraverso il "nuovo ordine unipolare", si giunge a negare esplicitamente la natura imperialista del capitalismo europeo e italiano, e si rivendica l’Onu come alternativa.

Già è grave (e, ci si permetta, anche un po’ ridicolo) parlare dell’Onu come agente di giustizia internazionale quando l’Onu è stata la foglia di fico della gran parte delle guerre imperialiste e degli interventi militare "di pace" di questo mezzo secolo, dalla Corea all’Irak, dalla Jugoslavia alla Somalia, dall’Afghanistan all’Albania.

Ma è ancora più grave la rivendicazione di "un’Europa unita, soggetto democratico e attivo politicamente sulla scena mondiale, (…) rappresentata dal protagonismo di movimenti di massa, di nuovi attori sociali e politici" (tesi 16).

Nelle condizioni odierne un’Europa attiva significa un’Europa armata (o, per essere più precisi, un’Europa ancora più armata dell’attuale) che possa attraverso la forza militare ed economica perseguire i propri interessi anche quando questi non coincidano con quegli degli Usa. In nome di quali interessi, è facile immaginare. Tutto il resto sono parole, fumo negli occhi, ed è ancora più grave che si invochino i movimenti di massa come protagonisti di questa politica, perché questo significa asservire le lotte sociali all’imperialismo europeo, che naturalmente ha tutto l’interesse a presentarsi come democratico, pacifico, sociale, colto, ambientalista, e per questo differente da quello Usa.

La posizione di Sorini

La tesi alternativa presentata da Sorini, Grassi e altri compagni della maggioranza su questo punto dice naturalmente alcune cose condivisibili quando parla in difesa della nozione classica di imperialismo o quando sottolinea i conflitti che oggi esistono su scala mondiale tra Usa e Europa, Usa e Russia, ecc. Tuttavia è facile vedere come le conclusioni politiche alle quali giungono questi compagni siano sostanzialmente analoghe a quelle di Bertinotti, in particolare nel rivendicare il ruolo dell’Onu. Si discostano invece nell’indicare il potenziale antagonista da contrapporre agli Usa, che Bertinotti vede nell’Europa mentre Sorini vede nella Russia, nella Cina, nell’India e nelle borghesie nazionali di quei paesi come il Venezuela o altri che in quanto paesi dominati dall’imperialismo (e non c’è alcun dubbio che lo siano), si trovano in conflitto più o meno acuto con le grandi potenze. Risorge così la mai seppellita concezione della borghesia "progressista", o dello "schieramento progressista", che per mezzo secolo è stata l’asse portante della politica difesa dallo stalinismo nei paesi coloniali ed ex coloniali. Una concezione che rifiuta l’indipendenza di classe e che subordina il movimento operaio alla borghesia nazionale. Una concezione che, dalla rivoluzione cinese del 1925-27 fino ad oggi ha portato a una serie infinita di sconfitte e catastrofi per il movimento comunista e il proletariato di quella parte del mondo, in paesi come Indonesia, Cile, Irak, Iran, Sudan, Palestina, e tanti altri ancora e che oggi si dimostra ancora fallimentare, poiché ovunque nel terzo mondo governino i partiti "progressisti" entrano invariabilmente in conflitto frontale con la classe lavoratrice: Sudafrica, Palestina, Indonesia, ecc.

Partito e movimenti

Il movimento antiglobalizzazione è al centro delle tesi di Bertinotti. Definito "l’evento positivo del nostro tempo", "movimento dei movimenti", addirittura (non nelle tesi, ma in un intervento di Bertinotti nel Comitato politico nazionale, "l’evento più importante del secolo", con buona pace della rivoluzione d’ottobre e di decine di rivoluzioni e movimenti di liberazione che hanno coinvolto centinaia di milioni di uomini e donne), è il pilastro sul quale si costruisce tutto l’impianto delle tesi. La rappresentazione che ne viene fatta, tuttavia, è totalmente ideologica (nel senso marxista di rovesciamento della realtà e falsa coscienza - visto che almeno Marx si può ancora citarlo!).

Il movimento antiglobalizzazione riflette indubbiamente una radicalizzazione che si sviluppa su scala internazionale (si pensi che oltre due milioni di persone hanno partecipato alle sue diverse manifestazioni da Seattle in poi), una radicalizzazione che è potenzialmente anticapitalista (su questo non c’è disaccordo nel partito). È bene ricordare qui che a metà degli anni ’90 la lamentela comune nel Prc era "non c’è movimento, non ci sono lotte", e qualcuno teorizzava che "siccome non c’è movimento"… dobbiamo partecipare alla maggioranza di governo per stimolarne la ripresa! Già in quegli anni abbiamo ripetuto mille e una volta come il movimento si sarebbe prodotto, anche a prescindere dal ruolo dei comunisti, ma che questo non avrebbe risolto nulla. Il problema non finisce con l’esplosione delle lotte, ma comincia precisamente lì: perché le lotte necessitano di programma, organizzazione, strategia, per essere durevoli e per aprire una prospettiva rivoluzionaria.

Qual’è la forza che ha messo in moto questo movimento? A noi pare evidente come le manifestazioni dei Noglobal rappresentino una contestazione, per quanto embrionale e confusa, della società capitalista, della sua economia, del suo sistema politico. Ma perché questa contestazione non si è espressa nelle forme "tradizionali" del movimento operaio (scioperi, lotte sindacali e politiche, ecc.)? La risposta è chiara: il movimento operaio è stato sulla difensiva per circa un ventennio, negli ultimi anni le burocrazie sindacali e i governi di sinistra e centrosinistra che hanno dominato in Europa hanno alzato una barriera contro qualsiasi mobilitazione operaia. Non per questo le contraddizioni erano risolte: il peggioramento generale delle condizioni di lavoro, la precarizzazione selvaggia, la distruzione dello Stato sociale, hanno creato un enorme malessere e una volontà più o meno confusa di mobilitarsi. Ma questa volontà non trovava canali per esprimersi a causa del ruolo delle burocrazie e dello spostamento a destra senza precedenti di tutti i partiti socialdemocratici che hanno scavato un solco profondissimo tra se e la classe lavoratrice. A questo si aggiunga la crisi quasi generali dei partiti comunisti e il generale crollo di autorità delle idee in qualsiasi modo collegate al marxismo e al comunismo dopo il crollo dell’Urss.

La risultante di questi fattori è stata la seguente: la radicalizzazione latente nel proletariato si è espressa seguendo la linea di minore resistenza, in parte anche attraverso altri strati sociali (studenti, ceti medi in crisi - si vedano le varie organizzazioni contadine che partecipano al movimento - intellettuali, ecc.) e su un terreno come quello della contestazione ai vari vertici del G8, un terreno cioè sul quale non si esercitava il ruolo di freno delle burocrazie sindacali e dei partiti di sinistra: un terreno almeno inizialmente sgombro.

In questo senso è condivisibile a grandi linee un parallelo con i movimenti giovanili e studenteschi degli anni ’60, che annunciavano la successiva ondata di lotte operaie, oppure con le mobilitazioni studentesche che all’inizio del secolo furono il preludio della rivoluzione russa come di quella cinese.

Il movimento, però, non si produce nel vuoto: la sua composizione sociale eterogenea, la pressione esercitata dall’ideologia dominante, il fatto che da un certo momento in poi i dirigenti sindacali e socialdemocratici si sono resi conto che non potevano più ignorarlo e hanno cominciato a intervenire al suo interno, tutto questo ha delle conseguenze precise, a partire dal rifiorire delle ideologie più obsolete, che sotto il manto del "nuovo" resuscitano idee ben più antiquate del marxismo: il cooperativismo (terzo settore, commercio equo e solidale, ecc.), il pacifismo, l’aspirazione a un capitalismo "etico e pulito", le riforme di stampo keynesiano (Tobin tax), l’abbellimento della democrazia borghese attraverso una improbabile "partecipazione popolare" (bilancio partecipativo), e via di seguito.

Tutto questo non è strano, non ci deve portare ad allontanarci dal movimento o a trattarlo in modo altezzoso. Ci pone però di fronte al compito di una battaglia aperta, di vasta portata, sia teorica che politica contro queste idee che sono a metà tra il riformismo e l’utopismo, per la prospettiva del comunismo.

Dopo Genova, Bertinotti dichiarò che era giunto il momento di porre nel movimento le due questioni decisive: la proprietà e il potere. Di questo però non c’è traccia nelle tesi congressuali. Al contrario, si teorizza apertamente il rifiuto della battaglia per l’egemonia, la unanimità a tutti i costi nelle strutture del movimento, la logica della diplomazia a oltranza nei Social forum.

Quello che soprattutto manca, però è una riflessione sul legame tra il movimento Noglobal e il movimento operaio. La logica di Agnoletto, Casarini e compagnia è quella di trattare da pari a pari, "da potenza a potenza" con il movimento sindacale e con i lavoratori in generale. La nostra logica deve essere necessariamente diversa, e deve partire dall’assunto che le rivendicazioni e le aspirazioni potenzialmente rivoluzionarie del movimento possono trovare una soluzione solo in un processo rivoluzionario, nel quale necessariamente il ruolo chiave sarà giocato dalla classe operaia.

Lo sviluppo del movimento in questi mesi sta mostrando una evoluzione significativa e una divaricazione: mentre i vertici del movimento, il "ceto politico" che affolla troppi Social forum si getta con entusiasmo nell’elaborazione di soluzioni più o meno fantasiose per i mali del mondo (e il Forum di Porto Alegre, del quale scriveremo più ampiamente sui prossimi numeri della rivista, lo ha dimostrato), mentre la diplomazia equivoca tra le varie correnti del movimento fiorisce come non mai, la vera base del movimento, gli studenti, i precari, i lavoratori che erano in piazza a Genova in luglio li ritroviamo in massa nelle manifestazioni sindacali, nelle lotte studentesche. L’onda di radicalizzazione esplosa a Genova continua ad estendersi e ad approfondirsi, ma lo fa trasmettendosi su altri terreni, passando dalla contestazione dei vertici al campo della lotta sociale: controriforma della scuola, libertà di licenziamento, ecc.

Il movimento continua, ma su un nuovo terreno che a differenza dello scorso anno non è più "sgombro". Attori importanti entrano in gioco, in primo luogo i sindacati, e questo rende necessaria una articolazione più seria della nostra tattica e una battaglia più incisiva, approfondita e di lunga durata per far emergere la nostra alternativa.

Le tesi di maggioranza non tengono minimamente conto di tutto questo, guardano al movimento come era ieri e non vedono quello che è oggi e soprattutto quello che diventerà domani.

Su questo punto importante riteniamo che anche l’analisi proposta nel documento di minoranza da noi sottoscritto sia carente, e per questo chi scrive ha proposto, assieme ad altri quattro compagni del Cpn, diversi emendamenti alle tesi di minoranza che riguardano sia l’azione del Prc nei Social forum, sia i problemi di tattica (sindacato, Ds, ecc.).

La rottura con lo stalinismo: in nome di quale alternativa?

Il terzo punto decisivo nel dibattito è l’attacco allo stalinismo. Su questo le tesi di minoranza contengono una posizione ampia e articolata che denuncia la degenerazione dell’Urss a partire dagli anni ‘20, la restaurazione del capitalismo in Urss come ultimo e più terribile tradimento della rivoluzione da parte di quella burocrazia stalinista che negli anni ’20 e ‘30 strangolò la rivoluzione, sterminò il partito bolscevico e condannò i partiti comunisti a lunghi decenni di conformismo burocratico e di politiche di collaborazione di classe. Questa analisi non discende ovviamente dal nulla, ma si fonda sulla battaglia di Trotskij e dell’Opposizione di sinistra che prima della seconda guerra mondiale si opposero strenuamente allo strangolamento della rivoluzione e dell’Internazionale comunista: una eredità che rivendichiamo pienamente come parte indispensabile della battaglia dei comunisti oggi.

Ma la critica di Bertinotti è radicalmente diversa. Secondo le tesi di maggioranza, infatti, l’unico modo per evitare degenerazioni autoritarie di un regime rivoluzionario è… rinunciare alla rivoluzione e alla presa del potere.

"Diviene sempre più evidente l’infondatezza di ogni teoria delle ‘due tappe’ (…) il socialismo prima, incentrato sulla nazionalizzazione o pubblicizzazione delle principali forze produttive, il comunismo, da riservare a un lontano futuro" (tesi 54). Dietro l’apparente radicalismo ("tutto e subito"?) che riecheggia le antiche posizioni anarchiche, scompare l’idea stessa di rivoluzione e di rottura dell’ordine capitalista. Se si rinuncia, infatti, alla prospettiva dell’esproprio dei grandi mezzi di produzione e della costruzione di uno Stato dei lavoratori, basato sulla gestione democratica dei consigli, a cosa si riduce la questione della "proprietà e del potere"? Alla "contestazione", alla "critica", cioè in pratica alla semplice denuncia, o a una "serie di rotture": "La rivoluzione non come pura conquista del potere politico o delle leve di governo, ma come processo di rivoluzionamento che coinvolge l’insieme delle relazioni sociali e della loro qualità. La rivoluzione come lunga marcia, costruzione di ‘casematte’, trasformazione e autotrasformazione" (tesi 52)

Questa impostazione fa a pugni non solo e non tanto con l’eredità del marxismo (dal Manifesto del partito comunista fino alla Comune di Parigi), ma soprattutto con l’esperienza reale delle rivoluzioni reali dei nostri tempi. Cosa insegnano per esempio gli avvenimenti argentini? Non sono mancate né la "critica", né la "disobbedienza sociale"! Le masse hanno rovesciato due governi in una settimana mettendo a nudo il fallimento e la bancarotta non solo di una determinata politica (il neoliberismo), ma di tutto il sistema borghese e del suo apparato statale. Tuttavia, in assenza di un partito, di un programma e di una strategia rivoluzionaria radicati tra le masse, quel movimento eroico non ha portato finora a una nuova società, ma al governo dell’ennesimo truffatore borghese, il peronista Duhalde. Certamente questo non significa che la rivoluzione argentina sia finita, nuovi conflitti sono inevitabili, data la situazione senza uscita in cui si trova il capitalismo argentino; le masse torneranno una e più volte a far sentire la loro forza, e potranno rovesciare questo e altri governi. Ma questo non fa che confermare in maniera ancora più evidente e drammatica la necessità imprescindibile di una strategia che possa portare il movimento alla vittoria definitiva, cioè di una strategia per la rottura rivoluzionaria, per la distruzione del potere attuale e la formazione di un nuovo potere, basato sulla classe lavoratrice e gli altri settori oppressi della società.

Rifiutando di entrare in questo terreno, la critica (fuori tempo massimo) dello stalinismo che ci propone Bertinotti riecheggia inevitabilmente le posizioni tradizionali della socialdemocrazia, sia pure di sinistra.

Del resto dire che la conquista del potere "può generare nel suo seno nuove e pesanti oppressioni" (tesi 53) non significa forse fare una parziale apertura alla insopportabile cantilena liberale con la quale ci hanno annoiato per 70 anni ammonendo che "ogni rivoluzione termina nella dittatura"? (E non a caso in passato Bertinotti ha criticato non solo lo stalinismo, ma persino i giacobini nella rivoluzione francese!).

eclettismo

Il filo conduttore delle tesi di maggioranza, al di là della buona porzione di eclettismo con cui sono state "temperate" (e rese disperatamente confuse) ci pare essere uno: l’accodarsi ai processi, la rinuncia cosciente al ruolo politico del partito, alla battaglia per l’egemonia (con buona pace del povero Gramsci).

C’è, al di là di tutte le buone intenzioni, un elemento di disgregazione, sia sul terreno strettamente teorico che su quello politico e persino organizzativo. Questa accusa viene ovviamente respinta con sdegno (abbiamo sentito con le nostre orecchie il compagno Giordano parlare di "una campagna orchestrata" che accusa Bertinotti di voler liquidare il Prc). Ma qui non si tratta di campagne o di complotti: si tratta di una lotta per sottrarre il Prc alla influenza forte di idee riformiste di varia natura che hanno chiaramente un impatto sul gruppo dirigente del partito. Questo impatto è tanto più forte a causa dell’oggettivo indebolimento anche organizzativo del Prc in questi anni, conseguenza degli errori commessi nella fase precedente.

La lotta contro questa deriva può avere successo solo sulla base di una battaglia seria e scrupolosa che unisca la difesa e lo sviluppo del patrimonio teorico accumulato dal marxismo all’elaborazione di una strategia sistematica di intervento nelle lotte che oggi, e ancora di più domani, stanno rimettendo in discussione l’ordine capitalista internazionale.

 

Per un maggiore approfondimento dei temi trattati, indichiamo alcuni degli articoli da noi pubblicati in passato, tutti reperibili sul nostro sito all’indirizzo www.marxismo.net dove sono inoltre presenti i testi delle tesi nazionali e degli emendamenti.

Stalinismo

"Antagonismi" - Come non fare la storia della rivoluzione russa - FalceMartello n° 143, 5-12-2000

Quale critica allo stalinismo? Commenti sul discorso di Bertinotti a Livorno - FalceMartello n° 145, 9-3-2001

Movimento antiglobalizzazione

Da Seattle a Nizza: un bilancio del movimento In difesa del marxismo n° 3, 15 gennaio 2001

Per una rivolta globale contro il capitalismo -Socialismo o barbarie alle soglie del XXI secolo - FalceMartello 140; 12-6-2000

Disobbedienza civile o lotta di classe? - FalceMartello n° 148, 22-6-2001

Il "pessimismo cosmico" di Marco Revelli - una lettura de "La sinistra sociale" - FalceMartello n° 125, 1-7-1998

Oltre il novecento di Marco Revelli - Versione movimentista del riformismo - FalceMartello n° 147, 17-5-2001

Una settimana a Genova FalceMartello n°151, 8-10-200

"Disobbiedienza civile" - Un bilancio necessario - FalceMartello n°151, 8-10-2001

Il dibattito sulla "questione internazionale"

I comunisti e la guerra - Le troppe cose che Bertinotti ha dimenticato - FalceMartello n° 151, 8-10-2001

Il Prc e il dibattito sulla "questione internazionale"/1 Globalizzazione o imperialismo?

Il Prc e il dibattito sulla "questione internazionale"/2 La politica dei "due campi": ieri come tragedia, oggi come farsa - In difesa del marxismo n° 3, 15-01-2001

I nostri emendamenti sui Ds e la tattica del fronte unico

Rifondazione, i Ds e la rottura con il centro borghese - FalceMartello n° 142, 19-10-2000

La tattica elettorale del Prc: bilancio di un dibattito - FalceMartello n° 145, 9-3-2001

Ordine del giorno presentato al Comitato Politico Nazionale del Prc del 3-4 febbraio - FalceMartello n° 145, 9-3-2001

Sinistra alternativa

Verso la sinistra alternativa? - FalceMartello n° 140, 12-6-2000


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