FalceMartello n° 153 * 20-12-2001

Intervista con Lal Khan, direttore della Asian Marxist Review e segretario internazionale della Pakistan Trade Union Defence Campaign

Le rivoluzioni dell’Asia centrale

Afghanistan, Pakistan, Iran

A cavallo tra novembre e dicembre abbiamo promosso una serie di assemblee con il compagno Lal Khan, che intervistiamo qui nel tentativo di approfondire la conoscenza dei movimenti rivoluzionari nei paesi dell’Asia centro-meridionale e le prospettive per quell’area.

Nelle assemblee in cui sei intervenuto hai parlato più volte delle tradizioni rivoluzionarie del Pakistan.

La rivoluzione pakistana iniziò dal movimento studentesco del 1968, nello stesso periodo in cui anche nei paesi occidentali come Francia e Italia c’erano movimenti rivoluzionari. Il regime reagì al movimento con la repressione, assassinando dei manifestanti, e il movimento cominciò a dilagare da Lahore nelle altre città. Gli studenti cercarono poi l’appoggio della classe operaia, andavano dai ferrovieri chiedendo di essere appoggiati. Fu un’onda che alla fine coinvolse tutti i settori del proletariato, si estese anche nelle campagne e coinvolse anche quello che allora era il Pakistan orientale, e che oggi è il Bangladesh.

Da una parte all’altra del paese risuonava lo slogan: "Rivoluzione, rivoluzione, rivoluzione socialista".

All’epoca avevo 12 anni, e ricordo ancora bene il clima che si respirava: sentivi la rivoluzione nell’aria, si vedeva nel nuovo stato d’animo della gente, nella fiducia popolare; persino nei rapporti quotidiani si vedeva il cambiamento, ci fu un calo della criminalità, anche i rapporti tra uomini e donne miglioravano. Per esempio nelle manifestazioni vedevi come il maschilismo tradizionale cominciava a sparire.

Come sempre i dirigenti del partito comunista rifiutavano la prospettiva socialista, e facevano appello a una rivoluzione borghese nazionale. C’erano due partiti comunisti, uno legato a Mosca e l’altro a Pechino. Quest’ultimo giunse a definire gli studenti come amici della Cia; il fatto era che il regime pakistano aveva legami stretti con la burocrazia cinese, la quale lo appoggiava per motivi nazionalistici, perché la Cina era in conflitto con l’India e il Pakistan era un possibile alleato. Il Pc filosovietico definì il movimento come sostanzialmente inutile, chiedeva una riforma democratica e si alleò con un partito democratico denominato Dac (Democratic action committee).

Fu allora che Ali Bhutto, il padre di Benazir Bhutto e fondatore del Pakistan People’s Party (Ppp) disse che la parola d’ordine doveva essere il socialismo, e in pochissimo tempo conquistò un appoggio schiacciante. Bhutto stesso era stato spinto dalla rivoluzione, fondamentalmente era un liberale borghese che cercava di atteggiarsi da socialista. Tuttavia il programma originario del Ppp, votato nel 1970, mostra quale era il carattere e la forza di quella rivoluzione. Il programma proponeva l’abolizione del latifondo e del capitalismo, l’esproprio dei capitali esteri e del capitale nazionale e persino lo scioglimento dell’esercito e la costruzione di una milizia popolare. La rivoluzione aveva portato al rovesciamento della dittatura, ma poiché nessun partito aveva idea di come portarla a termine, a partire dal marzo 1969 cominciò un lento arretramento; ci volle però molto tempo per farla rifluire.

Per distruggere il movimento la classe dominante entrò in guerra contro l’India sulla questione del Bangladesh nel 1971. Nel Bengala il movimento venne deviato su linee nazionaliste con la formazione di un movimento di liberazione nazionale che portò infine il Pakistan orientale a staccarsi formando lo stato del Bangladesh. La guerra con l’India e il clima di isteria vennero usati per soffocare il movimento, e quando le avanguardie furono isolate vennero schiacciate dallo stesso governo del Ppp.

La guerra di questi giorni in Afghanistan affonda le sue radici anche nel periodo del precedente conflitto tra i Mujaheddin e il regime del Pdpa, sostenuto dal-l’Armata rossa sovietica. Puoi spiegare le origini di quel conflitto e la vera natura delle forze in campo allora?

La rivoluzione d’Ottobre ebbe un vasto effetto nel subcontinente indiano e in Afghanistan. Una parte dei fondatori del partito comunista indiano, per esempio, erano afghani. Il Partito comunista, che si chiamava Pdpa (Partito democratico popolare dell’Afghanistan) era scisso dal 1967 in due frazioni. Una, chiamata Parcham, era strettamente legata all’Urss ed era minoritaria; in un certo senso era l’ala "internazionalista", ma il lato negativo era la sua completa dipendenza dagli interessi burocratici del Cremlino. L’altra, il Khalk, era maggioritaria, più indipendente ma anche più nazionalista, con una visione ristretta.

La rivoluzione afghana cominciò il 27 aprile del 1978. La causa scatenante fu l’assassinio in carcere di uno dei dirigenti della frazione Parcham del Pdpa. Quando venne assassinato erano in corso manifestazioni studentesche di massa a Kabul, il 17 aprile. Fu allora che un gruppo di ufficiali dell’esercito, in particolare nell’aeronautica e nelle truppe corazzate, decisero di rovesciare il regime del presiente Daud. Questi ufficiali erano prevalentemente legati alla frazione Khalk. Daud aveva rovesciato il re Zahir Shah nel 1973 e proclamato la repubblica. Il suo regime era stato sostenuto dall’Urss, anche militarmente. La realtà è che egli venne rovesciato senza alcun appoggio da parte dei sovietici, l’ambasciatore sovietico a Kabul era all’oscuro di tutto e questo è stato confermato da Ghennady Gerasimov, consigliere di Gorbaciov, durante i colloqui di Ginevra nel 1988 dove si discuteva del ritiro dell’Armata rossa dall’Afghanistan.

Dunque Daud venne rovesciato, e si instaurò un governo Pdpa dominato dalla corrente Khalk. Per l’Urss la rivoluzione fu un fatto compiuto.

Il regime di Daud era una repubblica, ma in sostanza era un regime bonapartista borghese, dominato dai latifondisti, che cercava di guadagnarsi un appoggio alimentando il nazionalismo. Per ragioni strategiche, allora i russi lo appoggiavano.

Quale fu la politica del nuovo governo?

Le princiali riforme introdotte dal Pdpa riguardavano le donne. Prima della rivoluzione il principale commercio nel paese era proprio la vendita delle donne. In una delle prime dichiarazioni, il nuovo governo disse che chiunque avesse fatto uso di un altro essere umano per fini di lucro sarebbe stato considerato un criminale e messo al muro. Poi ci fu la riforma agraria, che colpì duramente il latifondo e il clero, che era strettamente legato alla proprietà terriera.

Si trattava anche allora di un’economia di dimensioni ridotte, le risorse erano scarse, tuttavia venne fatto molto sul terreno dell’alfabetizzazione, della sanità, ecc.

Si trattava indubbiamente di enormi progressi per un paese come l’Afghanistan, la maggior parte dei paesi ex coloniali potrebbe sognare un regime come quello. Tuttavia era anche minato da gravi debolezze. La rivoluzione avanzò in modo distorto, guidata dall’alto, e non riuscì a conquistare l’appoggio di buona parte delle tribù delle montagne; gli scontri tra le fazioni burocratiche indebolirono il regime e minarono il morale dell’esercito; inoltre, nel tentativo di conquistarsi un appoggio all’esterno, il governo del Pdpa non cercò una solidarietà di classe tra i lavoratori e i contadini dei paesi circostanti, ma fece piuttosto appello al nazionalismo Pashtun.

Quali furono le cause dell’intervento sovietico?

L’Urss intervenne fondamentalmente perché avevano poca fiducia nel Pdpa e consideravano d’importanza strategica l’Afghanistan. Inoltre temevano che la rivoluzione creasse instabilità in Tagikistan e in altre repubbliche asiatiche. L’intervento sovietico fu quindi dettato fondamentalmente da ragioni nazionalistiche, e non dal desiderio di difendere o proteggere una rivoluzione.

L’Afghanistan era un paese molto arretrato, con una classe operaia minuscola, e la rivoluzione avvenne in modo quasi causale, e non in base a un progetto e a una prospettiva. Inoltre il regime afghano aveva le sue debolezze interne, conflitti e dissensi interni. La debolezza derivava dalla natura di quella rivoluzione, che non seguiva certo la strada leninista dell’ottobre, ma era piuttosto una rivoluzione dall’alto, che non cercava il coinvolgimento delle masse e questo ovviamente indeboliva il regime.

Alla fine questo fu fatale. Ti racconto un aneddoto significativo. Nel 1979 il compagno Ted Grant, che io considero il principale teorico marxista della nostra epoca, scrisse una serie di articoli in cui indicava l’aspetto progressista della rivoluzione afghana, ma anche i pericoli che derivavano dalla sua natura burocratica. Molti anni dopo, quando già il governo di Najubullah era stato rovesciato, ho avuto modo di discutere di quelle posizioni con un ex generale dell’esercito afghano, che nel 1979 era stato tra gli ufficiali che avevano guidato le truppe corazzate a rovesciare Daud. Il suo commento è stato: "Se a quel tempo avessimo conosciuto queste posizioni, forse le cose non sarebbero finite come sono finite!"

Che conseguenze ebbe la rivoluzione afghana su scala internazionale?

Nello stesso periodo ci fu un processo molto simile in Yemen, in Siria, per certi versi in Somalia, che portarono alla formazione di regimi di bonapartismo proletario, cioè a regimi che cercavano di uscire dalla crisi e dall’arretratezza che attanagliavano questi paesi attraverso rivoluzioni dall’alto, in genere guidate da settori della casta degli ufficiali, che in modo parziale e distorto si rivolgevano contro il capitalismo e cercavano di sottrarsi al dominio dell’imperialismo orientandosi all’Urss o alla Cina.

Questo processo ebbe riflessi anche in Arabia Saudita, dove nel 1979 ci fu un tentativo di rovesciare la monarchia con un colpo di Stato sostenuto dallo Yemen, e chiaramente influenzati dagli eventi in Afghanistan. Il colpo di Stato venne annegato nel sangue dalla monarchia saudita con la collaborazione della Cia. In quella fase i partiti comunisti avevano un largo appoggio in tutta la regione. Lo stalinismo si rafforzò, ma l’autorità che i partiti comunisti stavano conquistando venne poi sprecata e distrutta a causa di una politica sbagliata e disastrosa.

Nel periodo della rivoluzione afghana ci furono diversi altri movimenti di massa, in Iran le masse avrebbero potuto facilmente prendere il potere attraverso il partito comunista, il Tudeh. C’era chiaramente un legame tra la rivoluzione afghana e il movimento di massa in Iran, ma il Tudeh seguiva la linea stalinista tradizionale delle "due tappe", cioè prima allearsi con la borghesia "progressista", e solo successivamente porsi obiettivi socialisti. In realtà in tutta la storia delle rivoluzioni nei paesi coloniali, questa linea ha solo portato a sconfitte, e così avvenne anche in Iran, dove il fatto che il Tudeh non abbia lottato per il potere ha aperto la strada alla deviazione della rivoluzione e alla presa del potere da parte dei fondamentalisti. In una prima fase i dirigenti del Tudeh cercarono di allearsi con gli ayatollah, ma quando questi giunsero al potere schiacciarono il partito comunista con la repressione più feroce.

La burocrazia sovietica usava il Tudeh come uno strumento della propria politica estera. Non erano interessati a una rivoluzione in Iran, perché questo avrebbe causato grossi problemi e il processo sarebbe stato fuori dal loro controllo.

A differenza dell’Afghanistan, l’Iran era un paese piuttosto sviluppato, soprattutto a causa del petrolio, e sotto lo scià c’era stata una relativa industrializzazione; l’obiettivo dello scià quando promuoveva l’industrializzazione era di stabilizzare il suo regime, ma in realtà sorsero nuove contraddizioni. Lo scià capeggiava un regime repressivo, la polizia politica, la Savak, era tristemente nota per le sue brutalità.

A causa del maggior peso del proletariato, la rivoluzione iraniana poteva seguire un corso più "classico" rispetto all’Afghanistan.

Qual’è la situazione oggi in Iran, e che carattere ha l’ala riformista di Khatami?

Il governo di Khatami è estremamente debole. Il tentativo di chiudere l’Iran al mondo esterno è fallito, sotto l’impatto della globalizzazione si aprono contraddizioni anche nel clero islamico. Sono tuttavia contraddizioni molto relative; la frazione di Khatami è certamente più pragmatica su questioni come l’apertura di rapporti con gli Usa, lo sviluppo industriale, ecc., mentre la frazione di Khamenei si basa più sul settore del commercio, del capitale mercantile.

Il regime degli ayatollah ha sempre cercato di usare i conflitti esterni per deviare la protesta interna: prima ci fu il conflitto con gli Usa con l’occupazione dell’ambasciata di Teheran, poi ci fu l’aggressione da parte dell’Irak, successivamente hanno avuto conflitti con il regime saudita. Ora però le contraddizioni si accumulano, le riforme non migliorano la situazione, le entrate petrolifere sono in calo e il regime è in crisi. Quando si svilupperà un movimento non c’è dubbio che tutte queste frazioni si uniranno per schiacciarlo, non possiamo avere nessun genere di illusioni nei "riformatori".

Quali prospettive vedi per costruire le forze del marxismo nella regione asiatica

Come ho spiegato, esiste una ricca tradizione di lotta di classe in Pakistan, in India, in Cina. Dunque esiste un vasto potenziale. Il fatto è che con il crollo dell’Urss, il ruolo delle Ong, il declino della sinistra, fra le masse c’è stata una fase di confusione. Le masse non imparano dai libri, ma in primo luogo dalla propria esperienza e in futuro torneranno a mobilitarsi.

Contrariamente a quanto dice la propaganda, che dipinge il Pakistan e altri paesi come zone in cui l’unica opposizione è il fondamentalismo, in realtà esistono grandi possibilità nel futuro per le idee rivoluzionarie e marxiste.

Il movimento del 1968-69 per esempio fu il più forte di tutta la regione, persino rispetto all’India. Questo dimostra che c’è un legame dialettico per cui società estremamente arretrate possono reagire ponendosi all’avanguardia di un processo rivoluzionario. Questo ci dà fiducia per il nostro lavoro futuro, e penso che in un arco di tempo non troppo lungo possiamo conquistare un’influenza di massa.

Un ultimo messaggio ai nostri lettori…

L’esperienza che ho fatto nel vostro paese è stata straordinaria. Prima di venire qui non mi rendevo conto di come persino in un periodo come questo l’influenza delle idee comuniste in Italia sia estesa e presente. Poi devo dire che conoscere il movimento operaio italiano e le sue lotte per noi è una grande fonte di ispirazione. Il lavoro della vostra rivista nella costruzione delle idee marxiste mi ha impressionato. Spero che saprete portare avanti una rivoluzione prima di noi, facilitando così la nostra lotta!


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