FalceMartello n° 151 * 8-10-2001

Lavoratori, sindacato e guerra

Uno sguardo alle reazioni dopo l’11 settembre

 

I tragici attentati terroristici dell’11 settembre negli Usa hanno avuto un forte impatto anche nel mondo del lavoro e nel sindacato.

L’evento ha scosso nel profondo la coscienza di milioni di lavoratori aprendo una prospettiva di guerra e instabilità che la maggioranza non prendeva neanche in considerazione fino a poche ore prima.

Assemblee, discussioni, scioperi, minuti di silenzio sui posti di lavoro.

I gruppi dirigenti del sindacato hanno provato a produrre anche dei comunicati sul pericolo della guerra con l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad adoperarsi per la pace.

di Paolo Grassi

Nel comunicato della segreteria nazionale della Cgil non si capisce quale è il vero nemico che dovremo combattere per fermare questa guerra.

Si parla di pace nel mondo messa in pericolo, ma la domanda che sorge spontanea è: in quale parte del mondo vi è convivenza pacifica? Meno di un quinto del pianeta è cresciuto senza conoscere gli orrori delle guerre. Balcani, Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina in questi decenni hanno conosciuto guerre, dittature militari e massacri.

Si dice che fanatismo e fondamentalismo alimentano il terrorismo, impediscono il riscatto economico dei popoli diseredati e sono antitetici ai valori di tolleranza e rispetto dei diritti democratici.

Quello che non si dice è che fanatismo e fondamentalismo basano la loro forza sulla miseria in cui queste popolazioni sono costrette a vivere. Miseria provocata dai paesi occidentali che per mantenere il controllo delle risorse della zona finanziano, armano e sostengono i regimi più reazionari. Lo stesso Bin Laden prima di diventare il nemico numero uno degli Stati uniti era pagato dalla Cia per portare avanti la guerra contro i sovietici in Afghanistan.

Ma l’aspetto più scandaloso non è tanto nella mancanza di spiegazioni sulle cause del conflitto, l’elemento peggiore è la completa permeabilità che i vertici sindacali dimostrano nei confronti delle posizioni guerrafondaie. Si rivendica un’efficace azione di repressione al terrorismo salvaguardando l’incolumità dei civili. Cosa significa? Bombe intelligenti? Raid di teste di cuoio? Si diceva così anche nella guerra del Golfo, poi si sono visti i risultati.

Tutto quello che riescono a dire i dirigenti sindacali è che sia l’Onu e l’Europa intervenire; la stessa Onu che ha guidato la guerra in Iraq, e l’embargo che milioni di irakeni inermi stanno ancora pagando sulla propria pelle (almeno un milione di civili morti per fame e malattie).

O l’Europa che ha solo i suoi interessi specifici da difendere nella spartizione delle ricchezze naturali e del controllo di zone strategiche.

Con queste motivazioni sono stati convocati gli scioperi di un’ora a ridosso degli attentati. Scioperi che come ha ammesso lo stesso Cremaschi sono stati un fallimento totale.

Poche adesioni tra i lavoratori rispetto alle aspettative (un po’ meglio sono andate le assemblee convocate in alternativa).

Ecco alcune delle reazioni di cui ci è giunta notizia: Giacinto Botti, delegato della Italtel di Milano, ha detto in un intervista alla radio che l’adesione allo sciopero è stata bassa perché "il menefreghismo tra i lavoratori impera da tempo". Dichiarazione di comodo pronta per tutte le evenienze quando i lavoratori non aderiscono a uno sciopero. D’altra parte lo stesso Botti ha dichiarato che "alcuni non volevano scioperare perché sono contro gli Usa".

La bassa partecipazione non è da attribuire all’indifferenza, ma alla sensazione di estraneità che i lavoratori hanno provato di fronte alle parole d’ordine sindacali.

Sicuramente tra molti lavoratori non ha attecchito l’idea che l’attentato agli Usa sia un attentato alla democrazia considerando che tanti conoscono i crimini di cui l’imperialismo americano si è macchiato in tutto il mondo. Sicuramente con certi argomenti non si costruirà mai un’unità con tutti quei lavoratori immigrati che vengono da tanti paesi dove in questi anni la guerra è stata all’ordine del giorno. Giorgio Cremaschi (segretario della Fiom Piemonte) su Liberazione del 16 settembre ha raccontato come in molte fabbriche i lavoratori pakistani, serbi, algerini o senegalesi domandavano "avete ragione a fare qualcosa, ma perché lo fate solo per i vostri morti?" Una domanda molto seria, che chiama in causa il silenzio (o addirittura la collaborazione) del sindacato di fronte alle "imprese" del capitalismo occidentale nei confronti dei popoli oppressi.

Un delegato della Pirelli di Settimo torinese (Torino) al Comitato politico nazionale di Rifondazione ha descritto l’opposizione dei lavoratori più anziani di dover fare uno sciopero in solidarietà con gli Usa memori di quando negli anni sessanta e settanta i cortei li facevano contro la guerra che gli Usa stavano portando avanti in Vietnam.

Significativo l’episodio accaduto alla Rinascente di Milano, i delegati volevano arrivare a un accordo con la direzione per uno sciopero di un ora il 13 settembre. Davanti al rifiuto della direzione lo sciopero è stato convocato di tre ore anziché di una, e ha avuto un’alta adesione. Chiara-mente qui lo sciopero era diventato un mezzo da opporre all’arroganza del padrone.

Tentativi di repressione

Le parole d’ordine con cui si è voluto mobilitare i lavoratori fanno il paio con il clima che si vuole instaurare nella società in un momento in cui l’imperialismo si prepara a fare la guerra. Non sono tollerati dissensi e critiche, non è tollerato nessun atteggiamento contrario ai progetti della classe dominante. Così va intesa l’ondata di arresti di circa una cinquantina di anarchici a livello nazionale, imputati di ogni sorta di attentato irrisolto negli ultimi anni. Allo stesso tempo si collega "improvvisamente" l’attentato D’Antona, dopo oltre due anni, con una delle arrestate di Iniziativa Comunista. Quasi contemporaneo l’arresto di tre attivisti del centro sociale Vittoria (Milano) per i fatti del 25 aprile scorso (provocazione di Forza Nuova a piazzale Loreto).

"Farneticante, delirante, vilmente fazioso, ipocrita verso i familiari delle vittime, apologeta della violenza terroristica". Così i delegati della Uilm della Omnitel di Milano hanno risposto, in un comunicato, alla presa di posizione di quattro delegati Fiom della stessa azienda. Il comunicato dei delegati della Fiom faceva appello affinché i lavoratori potessero discutere e riflettere su quello che è successo a New York senza farsi travolgere dall’emotività. Capire che la guerra che oggi entra nelle case occidentali non è altro che una prosecuzione di quella che tutti i giorni milioni di esseri umani subiscono in tutto il mondo, anche senza armi ma solo perché sono poveri, vedi le vittime che miete l’Aids e che non possono essere curati perché poveri. L’appello che esprime solidarietà con i lavoratori morti in America, chiede però di non accettare le parole d’ordine sull’attentato alla democrazia, quella democrazia di cui tanti crimini si è macchiata e non illudersi che possa essere l’Onu che tante risoluzioni ha sancito in questi anni e che sono sempre restate nei cassetti dei palazzi dei padroni.

Si esprime contro la Nato e contro i bombardamenti indiscriminati che le popolazioni inermi subiranno ricordando quali interessi muovono i paesi imperialisti e le loro multinazionali che hanno solo da guadagnare da questa guerra.

Questo grido fuori dal coro ha ricevuto una risposta che sa di minaccia "Dissociarsi dal comunicato dei delegati Fiom Omnitel è un atto insufficiente, non basta; condannarlo ed esecrarlo con forza è una risposta adeguata; sperare che la maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori Omnitel non abbiano nulla da condividere con le incredibili posizioni espresse dai sottoscrittori del volantino è fondato e rassicurante per tutte le persone per bene presenti dentro l’azienda e al di fuori di essa".

Tanta veemenza non deve sorprendere perché proviene da esponenti di un sindacato che non a caso mentre fanno i crumiri sul contratto dei metalmeccanici coerentemente reggono la coda ai guerrafondai americani che pretendono che venga schiacciata ogni critica al loro operato.


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