FalceMartello n° 149 * 18-7-2001

Biblioteche - Meno servizi, più sfruttamento

 

Bologna - La tanto declamata "capitale europea della cultura 2000", è da un anno senza biblioteca centrale! Non si conoscono i tempi per l’apertura della nuova sede nella ex sala borsa. Nel frattempo la vecchia biblioteca centrale di Palazzo Montanari e la Biblioteca Ruffilli di vicolo Bolognetti sono state smantellate per confluire nella Biblioteca-Mediateca "Sala Borsa", che al momento è tanto centralissima (Piazza Nettuno) quanto fantasma. Inutilizzabili 70.000 volumi e 35.000 nuovi acquisti, ossia la imponente dotazione iniziale su cui la passata amministrazione di centro-sinistra aveva fatto un grande investimento di immagine.

Il progetto originario era molto valido: tra le altre cose 10.000 cd musicali e 3.000 videocassette per il prestito, oltre 400 periodici e decine di computer a disposizione del pubblico, internet incluso. I posti per la lettura dovevano superare di molto quelli delle due biblioteche soppresse. Il prezzo da pagare era comunque alto: oltre alla chiusura di due biblioteche molto frequentate (vicolo Bolognetti e via Pietralata) altre strutture sarebbero state boicottate riducendo personale e finanziamenti, come nel caso del quartiere Bolognina.

La giunta di centro-destra di Guazzaloca ha peggiorato la situazione. L’imprenditrice Deserti, assessore alla Cultura, invece di negare le chiusure previste, ha subito dichiarato che 9 miliardi l’anno per la Biblioteca Sala Borsa sono troppi. Ha così pensato di affittarne circa 1/3 della superficie a privati (librerie, ma guarda un po’!). Conseguenza: i posti per la lettura non raggiungeranno nemmeno il totale delle biblioteche soppresse. Se la dotazione iniziale della biblioteca non è in discussione, lo stesso non può dirsi per le future acquisizioni che subiranno sicuramente molti tagli. I periodici verranno quasi dimezzati e i computer a disposizione saranno molti di meno. La revisione restrittiva del progetto si somma ai tempi necessari per la gara di concessione ai privati. Risultato: prolungamento sine die della "fase di allestimento".

Dogma comune alla destra ed al centrosinista: appaltare a privati sempre più servizi, tra cui quello delicato di catalogazione. Le cooperative di servizi impiegano lavoratori giovani con contratti a termine. Questi ricevono salari piuttosto bassi e sono sempre sottoposti a vincoli di produttività che costringono ad inseguire il difficile compromesso tra il produrre molto e il produrre bene (una catalogazione mal fatta rende il libro inaccessibile). Gli appalti sono quasi sempre al ribasso e i concorrenti competono sui ritmi di produzione e sui salari dei dipendenti. Inutile dire che ogni contratto di categoria è ignorato. La Copat di Torino è entrata nel mercato bolognese da un anno offrendo al comune prezzi stracciati, traducibili nella paga oraria netta di 8.500 lire. Così la Copat si è aggiudicata altri 2 appalti alla prestigiosa Biblioteca dell’Archiginnasio.

Ora, come lavoratori Copat di Bologna ci stiamo mobilitando per ottenere almeno l’adeguamento a quello che offrono le altre cooperative operanti a Bologna: l’inquadramento al 4° livello del contratto nazionale del commercio.

Dipendenti di cooperative, lavoratori in collaborazione coordinata e continuativa, qualche partita Iva: tutti sottopagati e precari secondo le leggi del mercato. La vastità del patrimonio librario italiano potrebbe garantire invece lavoro stabile a tutti i lavoratori attuali e a molti altri: questa è la vera necessità sociale di cui governo e amministrazioni dovrebbero occuparsi. Come sempre tocca ai giovani lavoratori indicare la strada da seguire: unificare le lotte parziali nelle singole realtà di lavoro con la rivendicazione del ritorno in mano pubblica della gestione delle biblioteche in tutti i suoi aspetti. Dunque, formazione ed assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori necessari. Sino a che ciò non avvenga, che le gare d’appalto si basino almeno sul rispetto dei contratti nazionali di lavoro.

Ciò che vediamo ora è solo cessione ai privati di fette sempre maggiori di servizi e tagli alle spese. L’impoverimento delle biblioteche cittadine viene chiamato "investimento nel sapere"! Ma che razza di capitale europea della cultura! Le cooperative, queste società no-profit, sono complici del disimpegno dello Stato e del comune dalla gestione dei servizi sociali. D’altronde se non risparmiassero sulla condizione dei lavoratori sarebbero tagliate fuori dal mercato e la nostra esperienza di lavoro alla Copat ne è una prova. Il centrosinistra continua a vaneggiare circa le virtù sociali delle cooperative come elemento di umanizzazione del mercato. Tante manfrine per coprire la realtà. Che è diversa.

di Carlo Simoni


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