Macedonia: traballa la "pax imperialista"
Fra il 4 e il 5 luglio gli esperti in intrighi diplomatici della Nato hanno fatto sottoscrivere ai ribelli dell’Uck e al governo macedone un accordo per il "cessate il fuoco": il responsabile esteri dell’Unione europea Solana e il segretario generale della Nato Robertson hanno espresso la propria soddisfazione per essere riusciti a bloccare l’escalation militare provocata dagli attentati con i quali, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, la guerriglia albanese aveva assassinato una decina di soldati e poliziotti macedoni. Sfortunatamente per loro l’accordo sottoscritto non assomiglia affatto alla conciliazione di cui percepiscono l’indispensabilità per il consolidamento delle posizioni che le Grandi Potenze hanno saputo, nell’ultimo decennio, conquistarsi nei Balcani.
di Gabriele Donato
La resa del regime di Milosevic ha trasformato l’approccio delle Potenze occidentali ai problemi dell’area. Essa infatti ha completato la strategia finalizzata alla rimozione, dalla penisola balcanica, di qualsiasi traccia di resistenza alla penetrazione degli interessi occidentali: ora che l’assetto dell’Europa sudorientale, per come si era configurato nel secondo dopoguerra, è stato completamente stravolto, per gli strateghi di Washington e Bruxelles si tratta di passare a una fase nuova di dominio. Fra i nuovi compiti, il più urgente è sicuramente quello della ricostruzione; il grave ridimensionamento della rete delle infrastrutture e il sostanziale azzeramento del potenziale produttivo della ex Jugoslavia hanno aperto per i capitalisti occidentali spazi per affari enormi: ciò che pertanto oggi ossessiona gli investitori è la capacità di tenuta che la "pax imperialista" imposta ai Balcani saprà dimostrare.
Di fronte alla minaccia, brandita all’inizio di maggio dal premier macedone Georgievski, di dichiarare nel Paese lo stato di guerra, in seguito alle uccisioni provocate nei giorni precedenti dai ribelli dell’Uck nei pressi di Tetovo e Kumanovo, cittadine a maggioranza albanese non lontane da Skopje, Solana si è immediatamente recato presso la capitale macedone per indurre il leader del Vmro, la formazione nazionalista alla testa dell’esecutivo, a più miti consigli; con stupefacente rapidità, di conseguenza, l’11 maggio è stata annunciata l’intesa sulla quale le quattro principali forze politiche del Paese si sono accordate per la formazione di un governo di unità nazionale. La grande coalizione, sponsorizzata dal presidente Trajkovski per conto della Nato, ha coinvolto, oltre al Vmro, i socialdemocratici dell’Sdsm e gli albanesi del Dpa di Xhafari e del Pdp di Imeri.
Le proposte in campo
Tuttavia Georgievski non ha affatto rinunciato a dialogare con le numerose formazioni paramilitari (il Fronte nazionale macedone, i "Leoni macedoni", gli "Uccelli grigi") che si stanno organizzando in vari centri della Macedonia. D’altra parte egli stesso non nasconde le proprie intenzioni: "Dobbiamo essere noi a combattere per noi stessi, e siamo in grado di farlo" (Corriere della Sera, 28 giugno 2001).
Sull’altro fronte, i partiti albanesi il 22 maggio sono giunti alla firma di una dichiarazione comune con i guerriglieri dell’Uck, rompendo l’isolamento al quale tutti sembravano voler condannare gli estremisti albanesi guidati da Ali Ahmeti. Tale intesa prevede una serie di proposte provocatorie che hanno immediatamente messo in crisi l’esperimento politico dell’unità nazionale: in sostanza i leader di Uck, Dpa e Pdp hanno chiesto di trasformare la Macedonia in una confederazione tra le due comunità etniche principali e di creare le condizioni per il completo reintegro di tutti i membri dell’Uck all’interno della vita civile, anche attraverso il loro inserimento nelle strutture statali.
Allarmata dal rapido precipitare degli avvenimenti, aggravato dall’assalto al Parlamento di Skopje organizzato dai nazionalisti macedoni, contrari al mancato arresto dei guerriglieri dell’Uck che avevano occupato Aracinovo ma che erano stati poi sconfitti dall’esercito, la diplomazia occidentale ha cercato affannosamente di rimettere un po’ d’ordine nella situazione; l’Ue ha perciò inviato a Skopje Francois Leotard, con l’intento di rilanciare il negoziato fra le parti in conflitto, prima del deterioramento definitivo del quadro. "La Macedonia è l’ultima tessera del domino della crisi jugoslava (…) se cadesse dal lato sbagliato, le altre tessere potrebbero seguire il suo movimento" (Il Manifesto, 29 giugno 2001), ha spiegato Leotard prima di partire per la sua missione. Il primo incontro ufficiale che ha avuto chiarisce bene qual è l’interlocutore privilegiato dell’Ue in Macedonia in questa fase: il presidente Trajkovski; egli già nei mesi precedenti si era espresso per una soluzione negoziale della crisi, fondata sul disarmo dell’Uck, su un’ampia amnistia per i ribelli albanesi, sul ritiro delle forze di sicurezza macedoni dalle "zone calde", sul coinvolgimento delle truppe Kfor per la pacificazione del territorio, sul sostegno dell’Ue per la ricostruzione e su un pacchetto di riforme finalizzate a riequilibrare la presenza albanese nelle istituzioni. Questa piattaforma, accettata esplicitamente da USA e Ue, è diventata in sostanza la base per le trattative, destinate a coinvolgere, anche se non ufficialmente, i leader della guerriglia; per l’Uck a metà giugno era intervenuto Ahmeti, dichiarandosi interessato a una pacificazione conseguita sulla base della trasformazione dell’assetto costituzionale macedone: il modello a cui ha fatto esplicito riferimento è quello del Kosovo, dove l’Uck, in virtù dell’intercessione decisiva della Nato, è diventato la principale forza di governo della regione. Ecco spiegata, pertanto, una delle rivendicazioni fondamentali presenti nella piattaforma dell’Uck: "Presenza militare della Nato nell’intero territorio della Macedonia come garanzia per la realizzazione del futuro accordo tra entrambe le parti e per il conseguimento di una pace duratura" (www.ecn.org/est/balcani).
Nemmeno su questo punto, tuttavia, c’è unanimità d’intenti: i vertici della Nato, infatti, hanno chiarito che l’invio in Macedonia di 3000 soldati non è destinato ad avvenire prima della sottoscrizione di un vero e proprio accordo politico fra i partiti macedoni e quelli albanesi; quest’eventualità appare oggi piuttosto astratta: ogni giorno che passa, infatti, contribuisce a far svanire ogni fiducia sulla possibilità che i fumosi patti di pacificazione ispirati dalla Nato si concretizzino.
Primi segnali di resistenza operaia
In Macedonia, la prima repubblica indipendente sorta nel 1991 dalla disgregazione della Federazione jugoslava, le conseguenze dell’isolamento politico ed economico, unite alle pressioni della Banca mondiale per la liberalizzazione del sistema produttivo, non hanno tardato a delinearsi: il progressivo smantellamento dell’economia statale, incapace di reggere all’aggressiva competizione dei paesi confinanti, ha gettato sulla strada decine di migliaia di famiglie, rovinate dai licenziamenti dei dipendenti delle numerosissime aziende in crisi. Il risultato, in termini sociali, di questa svolta iperliberista si può leggere nelle impressionanti cifre relative alla disoccupazione: a fronte di 350.000 lavoratori attivi, i disoccupati sono ben 370.000; degli attivi, poi, ben 138.000 nel 2000 erano impiegati in aziende vicine al fallimento e sul punto di essere chiuse. Di fronte alle clamorose proporzioni di questo disastro, il nuovo governo di unità nazionale non è stato in grado di fare altro che annunciare l’attivazione di un piano, concordato da mesi con la Bm e l’ Fmi, che prevede 35.000 nuovi licenziamenti.
Il sindacato ha finalmente reagito, decidendo di proseguire la mobilitazione avviata con il corteo che il 1° maggio a Skopje aveva coinvolto un migliaio circa di lavoratori: essi avevano sfilato per le vie della capitale protestando per la sistematica negazione del diritto al lavoro, al salario e all’assistenza sociale. Nelle settimane successive tutti i principali centri della Macedonia sono stati attraversati dai lavoratori in sciopero, inferociti contro tutti quei notabili che si sono arricchiti speculando nell’ultimo decennio sulla svendita del patrimonio pubblico. Il governo ha cercato d’interrompere le mobilitazioni richiamando il movimento sindacale ad un presunto spirito patriottico con il quale il Paese avrebbe dovuto reagire unito alla crisi militare dei primi giorni di maggio. Magnifica è stata la risposta dei lavoratori della Yugorhom, una delle principali industrie metalmeccaniche macedoni, un tempo fiore all’occhiello della città di Tetovo: compatti, senza divisioni fra macedoni e albanesi, gli operai hanno bloccato la strada principale che unisce Tetovo a Skopje, contrastando la minacciata chiusura dei loro stabilimenti. I lavoratori della Yugorhom, assieme ai loro colleghi della Makedonka di Stip, della Hemteks di Skopje e delle altre fabbriche in lotta sono così riusciti a imporre al governo il congelamento dei previsti provvedimenti di chiusura, ottenendo un primo risultato, parziale ma importante, che lascia intuire le grandi potenzialità connesse alla ripresa della lotta di classe nella ex Jugoslavia.
Fra gli operai in sciopero per il proprio diritto alla sopravvivenza non c’è stato spazio alcuno per le divisioni etniche, ma solo per un’energica solidarietà classista: di essa i tecnocrati delle istituzioni internazionali e le loro pedine locali stanno iniziando a fare esperienza.