FalceMartello n° 149 * 18-7-2001

Dallo sciopero dei metalmeccanici

alla manifestazione di Genova

Scriviamo questo editoriale a pochi giorni dalla grande manifestazione di Genova contro il G8, ed è ormai evidente che questa mobilitazione è diventata il punto di convergenza di tutte le forze che oggi cominciano a muoversi verso un’opposizione a questo sistema.

Si tratta di un punto di svolta, dopo il quale niente sarà più come prima, certamente in Italia, probabilmente anche in altri paesi. Non solo per le dimensioni della mobilitazione, che sarà certamente la più partecipata da quando è nato il movimento antiglobalizzazione, e neppure per le forme di protesta che verranno attuate, o per i programmi delle diverse forze che l’hanno promossa.

C’è di più, e dobbiamo analizzarlo a fondo. La manifestazione di Genova significa la ripresa della lotta di classe in Italia, annuncia e accompagna una nuova epoca di radicalizzazione politica, di lotte di massa e di contestazione al capitalismo. È uno spartiacque, che chiude una fase e ne apre un’altra.

Questo è ancora più significativo alla luce di quanto abbiamo vissuto negli anni scorsi. Dopo il 1994, l’Italia ha vissuto in un clima stagnante di pace sociale. Il movimento operaio, che nel 1992 e nel 1994 aveva impresso il suo segno su tutta la vita politica, si ritirava dalle piazze e pareva scomparso; il movimento studentesco rifluiva lentamente, un anno dopo l’altro, perdendo forza e chiarezza politica; le università erano un deserto; l’ideologia ipocrita della concertazione e della pace sociale pareva dominare incontrastata su tutti i settori della società.

Senza falsa modestia, rivendichiamo il merito di essere stati tra i pochi a non esserci lasciati trascinare da questo clima. Se la sinistra ufficiale, a partire dai Ds e dai vertici sindacali, era completamente coinvolta nelle politiche padronali, la sinistra più radicale, compreso il gruppo dirigente del Prc, era dominata dal più nero pessimismo. Per giustificare il clima sociale venivano inventate le teorie più singolari, che in generale convergevano tutte verso un’unico punto: l’ideologia liberista ormai domina il mondo, la frammentazione introdotta dalla precarizzazione impedisce ai lavoratori di lottare come in passato, il movimento operaio è destinato per ragioni oggettive a passare da una sconfitta all’altra.

Pochi, pochissimi hanno saputo prevedere in anticipo come quella fase sarebbe stata temporanea, e che il motivo principale della pace sociale non era né oggettivo (i nuovi metodi di produzione, la new economy, il precariato dilagante), né ideologico, ma in primo luogo politico. La classe lavoratrice, i giovani, non lottavano perché le loro organizzazioni tradizionali ne avevano completamente tradito le attese; non c’era resistenza non perché fossero soddisfatti delle politiche del centrosinistra, ma perché nessuno poteva credibilmente organizzare una risposta.

Quando si riceve un colpo dal proprio avversario, si può subirne le conseguenze in misura maggiore o minore a seconda delle circostanze, ma in ogni caso non viene meno la chiarezza e la comprensione degli avvenimenti. Ma quando si riceve un colpo, anzi una serie di duri colpi, e li si ricevono da chi fino al giorno prima veniva considerato dalla propria parte, l’effetto può essere devastante. Al danno subito si sommano la sensazione di tradimento, di abbandono, il disorientamento, la frustrazione. Questo è quello che è avvenuto dopo il 1996, questa è stata la causa principale della stasi nelle mobilitazioni sociali.

Milioni di lavoratori, di giovani, di pensionati che avevano votato l’Ulivo nel 1996 sono stati traditi; migliaia, decine di migliaia di attivisti, di delegati sindacali, di militanti si sono sentiti pugnalati alle spalle. Peggio ancora, sembrava del tutto impossibile trovare il modo di far sentire la propria voce, quando tutta la sinistra non era che un coro compiacente attorno al "governo amico", quando lo stesso nostro partito, il Prc, si comprometteva sostenendo politiche inaccettabili di privatizzazione e precarizzazione.

Tutto questo ha portato alla sconfitta del centrosinistra e al ritorno al governo di Berlusconi.

Nell’ultimo anno, tuttavia, le cose hanno cominciato a cambiare. Qua e là, in una fabbrica, in un’università, cominciavano a riemergere segnali di conflitti: Fiat, Ikea, McDonald’s, Zanussi, l’Università di Roma, e tanti altri. Non un’incendio, non un’ondata, ma piccole scintille che scoccavano qua e là, sempre più numerose, sempre più vicine tra loro. Abbiamo seguito accuratamente, giorno per giorno, lo svilupparsi di questi sintomi significativi, e oggi possiamo dire che non ci eravamo sbagliati: quelle lotte non erano "voci nel deserto", ma erano i primi segnali di un’inversione di tendenza.

Comincia a diffondersi nelle aziende un clima di rifiuto della flessibilità e degli arbìtri che si sono diffusi a dismisura in questi anni, in particolare nei confronti dei più giovani. Sono passati ormai quattro anni dall’introduzione su larga scala, con il famigerato "pacchetto Treu", del lavoro interinale e di altre forme di precariato. Da questi quattro anni i lavoratori hanno tratto la conclusione che tutte le promesse fatte allora dal centrosinistra e dai dirigenti sindacali erano semplici menzogne, e che il risultato di quella politica è stato un netto peggioramento delle condizioni lavorative sotto tutti gli aspetti: salario, orario, turni, sicurezza e salute, precarietà, autoritarismo.

Sono questi settori, i call centers, la grande distribuzione, e anche settori dell’industria dove la precarizzazione è stata spinta fortemente, che vedono oggi l’inizio della radicalizzazione fra i lavoratori più giovani, che spesso cominciano a trovare la solidarietà dell’insieme dei loro compagni di lavoro, come è stato nel caso degli scioperi alla Fiat in solidarietà con i 147 interinali licenziati. Molti lavoratori cominciano a perdere la paura, e parallelamente il ruolo di freno dei vertici sindacali si è fortemente indebolito con il declinare della loro autorità.

Sul fronte opposto è maturato parallelamente un processo analogo: il padronato ha cominciato a prendere le distanze dalla concertazione col sindacato. Dai referendum antisindacali della Bonino, alla ormai lunga serie di accordi separati siglati solo con Cisl e Uil senza l’accordo della Cgil (dal Patto per il lavoro di Milano, all’accordo separato alla Fiat di Cassino), è stato un crescendo, in particolare dopo l’elezione di Antonio D’Amato ai vertici di Confindustria. La nuova linea prevede di gettare via come un limone spremuto la Cgil e di usare la disponibilità di Cisl e Uil per firmare accordi separati a condizioni ancora peggiori e trova nella vertenza dei metalmeccanici il suo vero banco di prova.

La vittoria elettorale della destra non fà che gettare benzina sul fuoco. Il suo programma, la sua composizione, i suoi metodi sono una provocazione continua; la leggenda secondo la quale Berlusconi avrebbe "imparato" dall’esperienza del 1994, che questa volta userà il pugno di ferro in guanto di velluto, che ha "capito" che non bisogna alimentare lo scontro sociale non trova certo conferme nell’esperienza di queste prime settimane. Diciamo la verità: il Cavaliere è ancora convinto che nel 1994 a fargli perdere il potere sia stata una congiura di Palazzo, di Bossi e della magistratura, e non il movimento di massa dei lavoratori. E, conseguentemente, ora non sta più nella pelle all’idea di potersi finalmente prendere le dovute rivincite. Lo strapotere di Forza Italia nel governo, e lo strapotere di Berlusconi in Forza Italia, in questo contesto non sono sintomi di forza, ma di debolezza: Berlusconi non ha contrappesi, il governo sta tutto in equilibrio sulla sua persona, i suoi ministri sono, con poche eccezioni, un’armata brancaleone che non è certo in grado di frenare o indirizzare il sacro furore che anima il "Capo".

Berlusconi ha unificato dietro al suo governo l’intera classe dominante, dal Vaticano alla Confindustria alla Banca d’Italia. Quei settori che avevano qualche dubbio sull’affidabilità di Berlusconi e sull’opportunità di rompere con l’Ulivo hanno dovuto mettere da parte le proprie esitazioni, e tramite la Fiat inviano Renato Ruggiero, ministro degli esteri, nel governo di destra.

A breve termine questo sembrerebbe rafforzare il governo: unità d’intenti, programmi chiari, alleati sottomessi, vasto appoggio nella classe dominante. Ma i prossimi mesi ed anni dimostreranno il contrario: la borghesia italiana si prepara ad affrontare un periodo di forte scontro sociale con il governo meno adatto alla bisogna. Stanno gettando alle ortiche gran parte di quegli ammortizzatori sociali e politici che servirebbero precisamente in una fase di forti attriti.

In particolare la rottura della concertazione sindacale è gravida di conseguenze. Trasformare Cisl e Uil in due sindacati crumiri, lacerando l’unità delle burocrazie sindacali, significa per i padroni giocare col fuoco, significa rischiare di far saltare il coperchio e far emergere tutto lo scontento e la rabbia che si sono accumulate nelle fabbriche in questi anni.

Il calcolo del gruppo dirigente della Fiom e della Cgil è trasparente: lasciare sfogare un po’ la pressione accumulata prima che questa rischi di far esplodere tutto. Per questo motivo sarebbe sbagliato dare alcuna forma di credito alla "svolta" di Sabattini, ed è invece necessario partecipare alla lotta dei metalmeccanici presentando una chiara proposta alternativa, sia sui programmi, sia sulla gestione della vertenza.

Ma al di là di questo, è chiaro che c’è un cambiamento qualitativo: da una Cgil che costituiva il freno principale a qualsiasi lotta operaia, a una Cgil che deve convocare scioperi anche senza e contro Cisl e Uil; è un cambiamento gravido di conseguenze, perché potenzialmente apre la strada all’intervento diretto dei lavoratori e dei delegati, apre la strada alle critiche e alla mobilitazione indipendente della classe. Lo sciopero del 6 luglio ha mostrato precisamente questo, e in particolare nella manifestazione di Milano era evidente l’entusiasmo dei lavoratori, che partecipavano a quella mobilitazione con un vero e proprio senso di liberazione.

Tutti questi elementi ci devono far trarre la conclusione che siamo di fronte a una svolta. Sappiamo bene che si tratta di un processo ancora ai suoi inizi. Il nuovo clima coinvolge per ora soprattutto settori già politicizzati e alcune fasce di giovani. Parliamo di migliaia, o di decine di migliaia di persone, non ancora dei milioni che costituiscono l’insieme della classe lavoratrice nel nostro paese. Questo spiega anche il carattere peculiare della manifestazione di Genova. A Genova, infatti, vedremo convergere precisamente queste migliaia, queste "avanguardie", che trovano in quella manifestazione il canale più facile per esprimere la propria volontà di lotta. Molti di loro sono singoli lavoratori, o studenti, che fino ad oggi si sono sentiti isolati nel proprio luogo di lavoro o di studio, che ritenevano di non poter mutare il rapporto di forza là dove vivono tutti i giorni, di non poter portare l’insieme dei loro compagni di lavoro o di studio a scioperare, o a manifestare. Precisamente questo è il significato della manifestazione di Genova: un raccogliersi insieme di settori di avanguardia che saranno gli elementi chiave, i punti di riferimento delle future lotte. Sbaglia della grossa chi parla di Genova come di un semplice "assemblaggio" di realtà preesistenti. Non è il Genova Social Forum, con le sue 400 e oltre sigle (molte delle quali sono semplici generali senza esercito) l’agente, il motore della lotta. Il Gsf, e in particolare la sua direzione, rappresenta l’elemento casuale e in parte incosciente di un processo ben più vasto, che ormai assume una direzione chiara: dalla passività alla radicalizzazione, dall’apoliticismo (o dal volontariato) alla politicizzazione, dal movimento di opinione alla lotta di classe.

A furia di mentire, la classe dominante ha cominciato a credere alle proprie menzogne. Dopo aver predicato per anni che non esistono più le classi, che non esiste più conflitto sociale, che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili, si trovano spiazzati dalla nuova situazione. La testimonianza si trova nei fiumi d’inchistro versati in queste settimane dalla stampa borghese riguardo la manifestazione di Genova. Sono stati impiegati tutti i colori dell’arcobaleno, dall’insulto puro e semplice ("terroristi e ignoranti"), alla predica paternalistica ("bravi ragazzi ingenui"), alla lezione accademica ("adesso vi dimostriamo, cifre alla mano, quanto è bella la globalizzazione"): ne esce un coro rumoroso e stonato, un misto di autoritarismo, ipocrisia e paternalismo. La conclusione a cui giungono è alla fine sempre la stessa: le lotte sociali non nascono dai bisogni delle masse, ma dalle macchinazioni dei "capi", come dottamente spiega sul Corriere della Sera il signor Giuseppe De Rita, che non è un qualsiasi galoppino di Arcore, ma è il presidente dell’Istat, profondo conoscitore del nostro paese e del nostro popolo.

Bene, cari signori, la risposta la avrete ben presto, non nelle parole di un editoriale in una piccola rivista comunista come la nostra, ma nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze di questo paese nei prossimi mesi ed anni.

Nei movimenti della prossima fase si riannoderà il filo rotto delle lotte dei primi anni ’90, dell’autunno 1992 e 1994, quando centinaia di migliaia di lavoratori si mobilitarono mostrando con la loro lotta che oggi più che mai è il movimento operaio la forza decisiva nella nostra società.

Con una differenza, però, rispetto a quegli anni. L’epoca del centrosinistra non è passata invano; le lezioni di questi anni amari rimangono ben impresse nella memoria di tutti noi, e non ci sarà più la fiducia cieca che nel 1994 permise al centrosinistra e a dirigenti sindacali di far arenare il movimento disinnescandone le potenzialità rivoluzionarie. Oggi molte cose sono cambiate, molte illusioni sono cadute è diffuso fra i militanti della sinistra un atteggiamento più critico, disincantato, vigile. Il movimento dei prossimi anni si porrà inevitabilmente su un terreno politico più avanzato, più radicale, cercherà un maggior livello di autorganizzazione e di controllo dal basso. Su queste basi possiamo lavorare per far avanzare l’alternativa comunista e rivoluzionaria.

Milano, 17 luglio 2001


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