Il Prc dopo il voto
Vecchi problemi, situazione nuova
Il risultato elettorale del Prc nelle elezioni politiche deve aprire una nuova fase nella riflessione del partito. È evidente la soddisfazione per aver "salvato la pelle" in una campagna elettorale nella quale non erano pochi quelli che speravano di vederci uscire schiacciati dal meccanismo elettorale e alla polarizzazione imposta attorno alle figure di Rutelli e Berlusconi. Tuttavia la soddisfazione non ci deve impedire una valutazione sobria del nostro risultato, e soprattutto dei nostri compiti futuri.
di Claudio Bellotti
La sconfitta dell’Ulivo e il tracollo dei Ds sono il prezzo delle politiche filopadronali che questi hanno seguito in questi anni. I Ds hanno perso in cinque anni circa due milioni di voti, e col 16,6% raccolgono il peggior risultato della loro storia.
Di fronte a questo, è un fatto che la nostra avanzata è modesta. Anzi, di avanzata si può parlare solo se in paragone ai giorni più neri, elettoralmente parlando, della storia del Prc: le elezioni europee del 1999 e regionali del 2000. In confronto alle politiche del 1996 il nostro calo è di quasi un 1 milione e 400mila di voti, ben oltre quelli raccolti dagli scissionisti di Cossutta. Il nostro bilancio, quindi deve essere anche autocritico: a livello elettorale, sull’arco di cinque anni, il Prc non emerge come alternativa complessiva alla crisi della "sinistra moderata", un dato che peraltro è stato confermato negli scorsi due anni anche dalle difficoltà del tesseramento al partito.
Elezioni e lotte sociali
Non basta però limitarsi a mettere in fila le cifre dei risultati elettorali. È necessario vedere la connessione tra questi e le lotte sociali, le mobilitazioni sindacali, e così via. Da questo punto di vista concordiamo certamente con Bertinotti quando sottolinea come nel 1996 l’Ulivo vinse, ma nella società si apriva una fase di riflusso delle lotte sociali, dopo le grandi mobilitazioni operaie del 1992 e del 1994, mentre oggi la destra vince proprio mentre a livello sociale, dopo anni di assenza di conflitto, emergono chiari segni di ripresa delle mobilitazioni, sia pure ancora a un livello embrionale.
Questa osservazione è corretta, anche se come minimo andrebbe integrata con un’analisi critica e autocritica di quanto abbia fatto il centrosinistra e anche noi stessi, con la partecipazione al governo Prodi, per contribuire a perpetuare questa pace sociale e quella concertazione che tanti danni ha fatto ai lavoratori italiani.
È tuttavia vero che oggi il Prc raccoglie in parte il nuovo clima di radicalizzazione che comincia a svilupparsi, particolarmente fra i giovani. È qui che però si apre per noi il problema fondamentale: il nostro partito può e deve cercare di"alzare le vele" per raccogliere questo vento a noi favorevole, ma i dati elettorali complessivi ci dicono che siamo ancora lontani dal punto in cui potremo essere gli unici beneficiari delle prossime mobilitazioni. Siamo ancora lontani dalla massa critica e da quel radicamento necessari perché si sviluppi un processo del genere.
In altre parole, il "disgelo" di cui parla Bertinotti, avrà anche effetti su altre forze, e in particolare nella Cgil e nei Ds. Di fronte alla crisi dei Ds e alle sirene della Margherita, che indubbiamente incanteranno più di un dirigente diessino, tutto lascia pensare
che cominceranno presto a farsi sentire le voci di chi proporrà di rimettere in piedi il partito abbandonando la linea liberista e rivolgendosi nuovamente alla base sociale tradizionale, ai lavoratori, ai ceti popolari, ecc. Se oggi è solo l’ex ministro del lavoro Salvi ad agitare la cosiddetta "linea Jospin", chi può dire che domani non si aggiungano un D’Alema, un Cofferati o altri dirigenti di maggior peso?
Una svolta nei Ds?
Bertinotti ha fatto un chiaro accenno a questa prospettiva, parlando di una "Epinay italiana". Alcune brevi parole per spiegare questo riferimento, che a molti lettori potrà sembrare piuttosto oscuro.
Alla fine degli anni ‘60, il partito socialista francese toccò il suo minimo storico, riducendosi nelle elezioni del 1972 al di sotto del 5% dei voti. Questa era stata la conseguenza della partecipazione prolungata ai governi di coalizione nei decenni precedenti, governi nei quali i ministri socialisti avevano accettato di giocare i ruoli più sporchi, fino al punto che Mitterrand fu direttamente responsabile della repressione e delle torture praticate dall’esercito francese in Algeria durante la guerra di liberazione del popolo algerino contro la colonizzazione. Al congresso di Epinay lo stesso Mitterrand avviò una "svolta", aprendo alla sinistra socialista le posizioni di vertice, assumendo la linea delle alleanze a sinistra, in primo luogo con il partito comunista, e dando in generale un’immagine più radicale del suo partito, con rivendicazioni quali la settimana di 35 ore, la nazionalizzazione di una serie di grandi banche e aziende, ecc. Con questa linea la coalizione delle sinistre poté vincere le elezioni del 1981.
A tutto questo fa riferimento Bertinotti, seguito a ruota su Liberazione da Rina Gagliardi e A. D’Avossa, fino al punto che nella sola edizione del 15 maggio l’invocazione del "nuovo Mitterrand" compare ben tre volte.
Ma se il "nuovo Mitterrand" viene invocato piuttosto rumorosamente, c’è invece un silenzio completo su quale sarebbero i compiti dei comunisti di fronte a una svolta a sinistra da parte dei Ds. Un silenzio, viene da dire, carico di sottintesi. In attesa che Bertinotti sciolga i nostri dubbi, cominciamo a dire qualcosa noi. Una simile svolta da parte dei Ds fa parte delle possibilità. Può essere un fatto molto positivo, a patto che di fronte ad essa il Prc mantenga la più completa autonomia programmatica e politica. La sconfitta elettorale costringe molti dei dirigenti Ds a più miti consigli, cominciano a parlare della necessità di unità a sinistra, di dialogo con il Prc, ecc. Benissimo, abbiamo tutto l’interesse e ogni vantaggio a una discussione aperta, di fronte a tutti. In questa discussione, tuttavia, dovremo porre limiti ben chiari: non ci accontentiamo di qualche generica parola autocritica sul passato e di qualche generico impegno per il futuro. Rivendichiamo, in primo luogo, un atto politico chiaro: una rottura aperta e inequivocabile con i partiti del centro borghese, con la Margherita e con Rutelli; vogliamo una discussione nel movimento operaio, sul futuro che ci riserva il governo Berlusconi, ma anche sul passato, sul disastro della concertazione e della collaborazione di classe che hanno spalancato in cinque anni le porte al ritorno delle destre.
Se veramente i dirigenti diessini si dimostreranno nei fatti, e non solo a parole, disposti a voltare le spalle ai loro alleati di oggi e a rivolgersi verso il Prc, allora si creeranno le condizioni per porre chiare proposte di azione su obiettivi ben definiti, a partire dal terreno sindacale, per seguire su quello della lotta alla destra in generale. Accordi precisi, senza confusione di bandiere e di programmi, accordi soprattutto volti a creare un terreno più ampio e favorevole per la mobilitazione dei lavoratori, nella quale il Prc potrebbe porsi l’obiettivo di guadagnare settori significativi alla prospettiva anticapitalista.
Al contrario, se questa nuova situazione dovesse significare da parte nostra chiudere i conti col passato senza averne tratte le dovute conclusioni, se significasse aprire nuovi crediti ai D’Alema o ai Salvi di turno, se significasse ancora una volta disperdere o diluire il potenziale di opposizione classista rappresentato dal Prc, allora si rischierebbe di aprire la strada a nuovi e più pesanti sconfitte in futuro.
Vale la pena di ricordare, a Bertinotti e a tutti noi, che il tanto evocato Mitterrand vinse le elezioni del 1981, ma nel giro di meno di un anno abbandonò tutte le sue posizioni programmatiche più avanzate e sotto la pressione del grande capitale francese passò dalle riforme alle controriforme; che su queste basi il partito comunista francese fu costretto a rompere con quel governo e a uscirne dopo meno di due anni; che questa rottura brusca, che veniva dopo un periodo nel quale invece il Pcf aveva seminato illusioni a piene mani sulla "sinistra plurale", gettò il Pcf stesso in una crisi profonda che durò per oltre un decennio; che, infine, l’esperienza si ripete oggi, con il Pcf francese in fortissime difficoltà a causa della propria collaborazione con il governo Jospin, difficoltà confermate da due dure sconfitte elettorali.
Per riassumere in poche parole: una situazione nuova, quale è quella che si apre in Italia, non risolve problemi vecchi del nostro partito. Il mutare di un governo con un altro, il mutare della collocazione del nostro partito e di altri, la stessa possibilità di una ondata significativa di lotte sociali, cambiano la forma dei problemi, possono portare a cambiamenti nella tattica dei comunisti; non cambiano però quella che per noi rimane la questione centrale: l’indipendenza di classe e lo sviluppo dell’alternativa rivoluzionaria a questa società.
Riassunto dei voti nel proporzionale alla Camera
|
1996 |
2001 |
||||
|
voti |
% |
Voti |
% |
||
|
Forza Italia |
7.712.149 |
20,60 |
10.921.335 |
29,40 |
|
|
AN |
5.870.491 |
15,70 |
4.458.651 |
12,00 |
|
|
Lega Nord |
3.776.354 |
10,10 |
1.456.490 |
3,90 |
|
|
Biancofiore |
2.189.563 |
5,80 |
1.193.694 |
3,20 |
|
|
Totale Polo+Lega |
19.548.557 |
52,20 |
18.030.170 |
48,50 |
|
|
Margherita* |
4.181.452 |
11,10 |
5.374.266 |
14,50 |
|
|
Pds/Ds |
7.894.118 |
21,10 |
6.145.569 |
16,60 |
|
|
PdCI |
– |
– |
618.649 |
1,70 |
|
|
Prc (***) |
3.123.748 |
8,60 |
1.867.712 |
5,00 |
|
|
Girasole (**) |
938.665 |
2,50 |
804.352 |
2,20 |
|
|
Totale Ulivo+Prc |
16.137.983 |
43,30 |
14.810.548 |
40,00 |
|
|
Radicali |
841.214 |
2,30 |
|||
|
Democrazia Europea |
886.988 |
2,40 |
|||
|
Di Pietro |
1.443.057 |
3,90 |
|||
|
Totale altri |
3.171.259 |
8,60 |
|||
(*) Il dato del 1996 è la somma di Ppi (che includeva nella sua lista Prodi, Svp e Pri)+Ri (Dini)
(**) Nel 1996 solo Verdi; nel 2001 Verdi+Sdi
(***) Il dato del 1996 è preceente la scissione del PdCI
Non sono stati inseriti i dati di alcuni partiti minori, per cui i totali non sono esattamente pari a 100. La somma di Ulivo + Prc per le ultime elezioni è ovviamente "abusiva" in quanto non vi era accordo elettorale. Lo stesso vale per la Lega, che nel 1996 correva da sola.