Università
La lotta è solo all’inizio!
Mentre va in stampa questo giornale non è ancora finita la lotta contro l’aumento delle tasse alla Sapienza. Comunque finisca, il lavoro nelle facoltà deve andare avanti: dobbiamo porre le basi per un movimento nazionale contro l’Autonomia Didattica.
Ion Udroiu (Collettivo di Scienze-Roma)
Questo movimento è ancora da costruire e il ritiro del Decreto non avverrà in queste settimane. Ma oltre alle assemblee, nelle facoltà si possono organizzare delle iniziative di lotta per ottenere dei punti specifici. Per esempio che non venga istituito dai Consigli di Facoltà il numero chiuso, la frequenza obbligatoria, i trimestri, il debito formativo, ecc. Questo non significa affatto "cogestire" l’Autonomia.
L’Autonomia va respinta completamente, le presunte possibilità presenti nel Decreto per dare più potere agli studenti sulla didattica, sui crediti, ecc., dovranno scontrarsi con la realtà e la sostanza della contro-riforma: il taglio dei fondi statali ed il potere sempre maggiore che avranno le aziende nella gestione dell’università, tramite i finanziamenti, i nuclei di valutazione, le fondazioni.
Le vertenze nelle facoltà servono nell’immediato a garantire che gli studenti-lavoratori non vengano espulsi, che i carichi di lavoro non diventino subito insopportabili, anche a mettere i bastoni fra le ruote per l’applicazione dell’Autonomia. Ma soprattutto devono far vedere agli studenti che è possibile ottenere delle conquiste, che con la lotta si vince.
Mesi fa in molti dicevano che l’Autonomia è legge e non può essere tolta, che alla Sapienza non si muove niente, neanche sulle tasse. Di fronte alla mobilitazione di migliaia di studenti, il rettore D’Ascenzo ha dovuto fare un passo indietro dopo l’altro. Adesso sempre più docenti dicono pubblicamente che il Decreto è pessimo. Farlo revocare non è impossibile; cero non è facile, ma per farlo bisogna costruire un percorso in tutte le facoltà e università.
Nella lotta contro il Decreto Zecchino e l’aumento delle tasse a Roma si sono mobilitati molti studenti, non solo con cortei e sit-in, ma anche con occupazioni, assemblee e iniziative nelle singole facoltà. Le occupazioni non hanno bloccato la didattica, ma sono servite come spazi per discutere e per informare gli studenti. Questo non deve essere dimenticato, altrimenti si corre il rischio che le occupazioni si chiudano in se stesse, magari discutendo solo di scadenze e problemi organizzativi. Questo rischio è sempre presente, cioè che le facoltà che sono più avanti nella mobilitazione, dopo aver fatto un lavoro di preparazione tra tutti gli studenti, una volta che hanno occupato smettano di rivolgersi a chi ancora non è in lotta.
Non dobbiamo mai dimenticarci che l’occupazione non è un fine, ma un mezzo. Non è occupando una presidenza e un’aula che si ferma la contro-riforma dell’università. Piuttosto deve essere uno strumento per far crescere il movimento, da un punto di vista sia quantitativo che qualitativo. Questo deve essere il nostro obiettivo in ogni momento, e in ogni iniziativa. Bisogna innanzitutto coinvolgere quegli studenti che non stanno lottando: spiegare cos’è l’Autonomia Didattica e quali effetti concreti avrà sui corsi di laurea, sulla vita delgli studenti e sull’intero sistema universitario.
Dobbiamo spiegare perché oggi viene fatta questa controriforma e quali interessi ci sono dietro, capire anche perché alla Sapienza vengono aumentate le tasse, che il problema non è solo il rettore, ma lo Stato che, anno dopo anno, taglia fondi all’istruzione pubblica (vedi FalceMartello 145). Questi temi devono arrivare innanzitutto a quelle migliaia di studenti che hanno partecipato alle manifestazioni o alle iniziative nelle facoltà.
Solo così porremo le basi per un movimento che avrà le gambe per camminare e non sarà di breve respiro. Se capiranno qual’è la vera portata dell’attacco al diritto allo studio, le migliaia che adesso simpatizzano per le mobilitazioni lavoreranno in prima persona.
La lotta ricomincerà l’anno prossimo, rafforzata dal fatto che l’Autonomia Didattica sarà applicata e i suoi effetti si faranno vedere concretamente. E’ anche per questo che il movimento va rafforzato adesso, gli va data una prospettiva, per non cominciare da zero il prossimo autunno.
Chi difende il Decreto Zecchino fa leva su problemi molto sentiti dagli studenti: la necessità di trovare un posto di lavoro, il fatto che l’università non funziona, che ci sono tanti fuori-corso e accusa gli studenti di essere conservatori. Anche a noi l’università di oggi non piace, ma queste accuse sono demagogiche e servono a mascherare l’Autonomia Didattica. Sul problema dei fuori-corso non si dice una sola parola rispetto alle sue cause: mancanza di appelli e di corsi di recupero, propedeuticità che servono da sbarramento e soprattutto il fatto che molti studenti sono costretti a lavorare per pagarsi gli studi. L’università non funziona anche perché mancano le strutture, i laboratori, le aule sono sovraffollate, ecc. Ma questa "riforma" come vuole risolvere il problema? Istituzionalizzando il fatto che gli studenti-lavoratori vadano fuori-corso, dandogli una laurea part-time. Obbligando gli altri a finire nei tempi stabiliti: altrimenti rischiano di vedersi cancellati gli esami. Dando delle Lauree di I° livello che o non saranno spendibili sul mercato del lavoro senza Laurea Specialistica (e l’accesso a questa non è garantito) o saranno poco di più di un corso di formazione: vedi Scienze della Moda, Esperto in Sicurezza, Turismo. Nei fatti ci sarà una restrizione di titoli veramente qualificanti e di alto livello. Qualsiasi miglioramento dell’università quindi, deve andare in direzione completamente opposta a questa e deve partire dal blocco dell’Autonomia Didattica. Siamo NOI che vogliamo migliorare l’università e su questo, a partire dalle facoltà, dobbiamo cominciare a elaborare delle rivendicazioni che partano dai bisogni concreti degli studenti:
- no al Decreto Zecchino
- no a numero chiuso, frequenza obbligatoria, debito formativo
- più appelli, corsi di recupero e corsi serali
- più strutture
- no all’aumento dei criteri di merito per le borse di studio
- aumento delle borse di studio, dei servizi e degli alloggi
- università gratuita per i figli dei lavoratori
- raddoppio dei fondi pubblici per l’università
Per fare tutto questo ci vogliono soldi: il contrario di quello che è successo negli ultimi 10 anni, in cui la spesa pubblica per l’istruzione è stata dimezzata. Ci dicono che i soldi non ci sono: eppure lo Stato dà ogni anno, sotto varie forme, 90mila miliardi alle aziende e aumenta i fondi per scuole e atenei privati.
Tra le nostre rivendicazioni ci deve essere anche il diritto al lavoro: per questo dobbiamo anche discutere del fatto che, per esempio, si tagliano posti di lavoro nella scuola e nella sanità e che quindi ci si tolgono sbocchi lavorativi.
Elaborare un programma di rivendicazioni è importante perché è il mezzo concreto per coinvolgere sempre più studenti e per creare l’unità del movimento a livello nazionale, altrimenti spezzettato dall’Autonomia. Questo, insieme a una comprensione dei motivi politici e degli interessi che stanno dietro al Decreto, daranno una solida base al movimento.
Gli effetti del Decreto faranno venire fuori tutto il malcontento accumulato negli anni nelle università, aprendo una nuova stagione di lotte. La lotta non è che all’inizio!