I veleni della privatizzazione
L’emergenza rifiuti in Campania
Non è facile descrivere la situazione dei comuni campani che, superata la soglia del 70° giorno di emergenza, sono letteralmente immersi dall’immondizia. Montagne di sacchetti per strada, scuole chiuse a causa del rischio sanitario che questo provoca ancor più ora che comincia il caldo, falde acquifere inquinate la cui schiuma dal colore giallastro e dal contenuto altamente tossico va a infestare grosse aree di territorio provocando il marciume di tutto quello che vi cresce sopra. L’esasperazione della gente, costretta a vivere in questo inferno urbano, sovente assume le forme di una protesta spontanea dai caratteri anche molto accesi nei confronti sia delle autorità locali sia delle imprese che lavorano nel settore. Altre volte tale esasperazione invoca improbabili soluzioni attraverso l’intervento divino.
di Alessandro D’Aloia
Iniziamo col chiarire dunque cos’è una discarica per rifiuti solidi urbani (rsu) e cosa rappresenta per l’ambiente. Nel migliore dei casi si tratta di fosse di 15/20 metri di profondità, dotate di impianti di tubature microforate che permettono di assorbire il "percolato" (liquido altamente inquinante derivante dalla fermentazione dei rifiuti), che viene così convogliato in vasche a tenuta stagna per poi essere trasportato ai relativi impianti di depurazione, evitando l’inquinamento delle falde acquifere. Una discarica ad un certo punto si "satura", cioè si riempie e costituisce un "sito inquinato da bonificare". In genere però, una discarica è soltanto una fossa sul cui fondo un telone impermeabile impedisce al percolato di fuoriuscire (per quanto tempo?) e alla cui sommità, una volta satura, viene steso del terriccio per coprire fumi e cattivi odori, in attesa della bonifica, che ovviamente avverrà solo se produttiva per le imprese. In questo modo il territorio destinato a discarica viene perso, perché in molti casi non è possibile riutilizzarlo neanche dopo le costose e lunghe opere di bonifica. Per avere l’idea del fenomeno, basti sapere che in Emilia Romagna, una delle regioni con la situazione più rosea, erano previste 42 nuove discariche, 15 in nuovi siti e 27 in siti da ampliare per un totale di 30 milioni di metri cubi pari ad una superficie di almeno 2 milioni di metri cubi in 8 anni (il che significa 250.000 metri quadri all’anno, l’equivalente di 42 campi di calcio).
È evidente che tale sistema non solo rappresenta un colossale ed ulteriore sperpero del territorio, ma anche un altrettanto colossale affare per le imprese private che lucrano voracemente sia sull’ipersfruttamento delle discariche ancora in funzione, sia sulle successive opere di bonifica che si rendono così necessarie. Esse lucrano cioè prima sull’inquinamento del territorio e poi sul suo "disinquinamento". Basti pensare che solo lo smaltimento rifiuti frutta alle ecomafie ben 15.000 miliardi all’anno, senza parlare delle bonifiche. Il controllo praticamente nullo che lo Stato esercita sul settore, privatizzato ormai da anni, permette in Campania, infiltrazioni camorristiche nello smaltimento di ogni tipo di rifiuti, dai rsu a quelli tossici. Le tariffe stracciate rispetto a quelle regolari (280 lire al Kg contro le 700 lire regolari per le morchie di verniciature e solventi e 120 al Kg contro le 400 al Kg per le melme acide e le polveri da abbattimento) alimentano l’importazione di rifiuti da tutta Italia, determinando un carico insopportabile per le discariche campane già di per sé insufficienti a smaltire i normali carichi di una delle regioni più affollate d’Italia (la Campania produce 73mila tonnellate di rifiuti pericolosi ma ne smaltisce 210mila!).
Il decreto Ronchi
Il decreto Ronchi prevede la sostituzione delle discariche con impianti di smaltimento (Cdr) che dovrebbero avviare la tendenza alle azioni di contenimento dei rifiuti, la raccolta differenziata, la selezione ed il recupero energetico dei rsu. Tale processo è concepito nel modo seguente: prima fase: "vagliatura dei rifiuti" che può avvenire a monte, tramite la raccolta differenziata, o a valle, tramite appositi ma dispendiosi impianti di vagliatura (costo: 2.500 miliardi l’uno!) e che separa i rifiuti secchi da quelli umidi, dividendo a loro volta i secchi in plastica, carta e vetro da una parte e "secco indifferenziato" dall’altra; seconda fase: "trattamento differenziato dei rifiuti selezionati" che permette di ricavare fertilizzanti (Compost) dai rifiuti umidi attraverso impianti di compostaggio; riciclare plastica, carta e vetro; estrarre biogas dal secco indifferenziato prima del suo incenerimento, il quale può avvenire con o senza recupero energetico (infatti c’è l’incenerimento ed il coincenerimento, nel secondo caso parte del secco indifferenziato viene utilizzato come combustibile). L’incenerimento produce diossina e ceneri residue da forno, che costituiscono la parte inquinante del processo.
Il decreto Ronchi pone fuori legge le discariche ma affida alla libera iniziativa del settore privato la costruzione dei nuovi impianti, limitandosi a delegare agli enti regionali e comunali la scelta dei siti in cui collocarli. Risultato: le vecchie discariche sono sature e fuori legge, ma i nuovi impianti non ci sono ancora (i pochi costruiti non sono in funzione, come quello di Penzano 1 a Tufino) e questo provoca il collasso del sistema di smaltimento. Non si vede infatti perché la criminalità organizzata ed il settore privato (sempre che si possano nettamente separare le due cose) dovrebbero rinunciare di propria spontanea volontà al colossale giro di miliardi descritto prima.
Essi hanno, invece, gioco facile ad inserirsi nel conflitto fra enti locali e statali, che sembra provocato ad hoc, per ritardare il più possibile l’attuazione del decreto. Così mentre il legislatore confida nella buona volontà delle imprese (offrendo ai gestori dei nuovi impianti condizioni del tutto vantaggiose in termini di tariffe, sia per lo smaltimento rifiuti, sia per la produzione di chilovattora, rispetto ai metodi convenzionali), lo Stato è poi costretto a mettere le pezze alla loro inerzia, che evidentemente non è casuale ma in compenso molto dannosa. L’unico modo di gestire l’emergenza che si è saputo trovare è stato quello di riaprire discariche già sature (come quella di Palma Campania) e prevedere siti provvisori (lo rimarranno davvero? A Marcianise ad esempio si parla già di rendere definitivo il "sito di scambio" costruito per l’emergenza) di stoccaggio dei rifiuti, soggetti ad una verifica ambientale poco restrittiva, data l’emergenza, in cui imballare tutta l’immondizia nelle cosiddette "eco"balle compresse, il cui destino non è assolutamente chiaro, e che per di più sono delle potenziali bombe tossiche, visto che tale tipo di imballaggio è ammissibile solo per i rifiuti secchi che non fermentano e richiede perciò una preventiva vagliatura impossibile nelle condizioni d’emergenza attuali.
È chiaro che il problema è solo rinviato ad un secondo momento in cui riesploderà in modo ancora più drammatico la prossima catena di disastri ambientali che si sta preparando oggi. Per l’attuale classe politica l’unica cosa importante è tornare all’apparente normalità secondo un’operazione di pura immagine pre-elettorale volta a nascondere l’emergenza.
Una soluzione pulita: la rimunicipalizzazione
È chiaro che sul settore dello smaltimento ricadono tutte le contraddizioni, gli sprechi e le assurdità dell’economia capitalista. Trovandosi "a valle" dell’intero processo produttivo, le possibilità di esercitare delle vere scelte sono ridotte. Per esempio, le discariche costituiscono un disastro ambientale, ma gli inceneritori (dei quali è previsto un consistente aumento) porterebbero ad aumentare la produzione di diossina, che già in Italia è superiore alla media europea. Il capitalismo non è nemmeno più in grado di lavarsi in casa i propri panni sporchi, dimostrando ormai chiaramente l’assurdità delle teorie che propongono la privatizzazione come modo per migliorare l’efficienza dei servizi.
Non esiste soluzione al problema fino a quando i lavoratori non decideranno di assumere direttamente il controllo democratico dello Stato per poter gestire essi stessi il proprio territorio. Per questo proponiamo di cominciare dalla rimunicipalizzazione del settore dello smaltimento rifiuti, che come visto diventa un tutt’uno con le politiche di riciclaggio, ambientali ed energetiche.
In questo modo, estromettendo cioè i privati dal settore che ridiventerebbe pubblico, sarebbe possibile reimpiegare nel processo tutti i Lavoratori socialmente utili, che finalmente troverebbero un’occupazione definitiva e remunerata direttamente dallo Stato eliminando in un sol colpo la questione degli appalti privati che avvenendo al ribasso vengono poi pagati dai pochi operatori del settore le cui condizioni di lavoro sono le solite che conosciamo e strettamente funzionali ai superprofitti padronali (lavoro a nero, o solo formalmente regolare, salari da fame a fronte di giornate lavorative di lunghezza spropositata, niente ferie e così via). Un primo passo necessario per combattere la logica avvelenata del profitto.