Contro le destre e l’offensiva padronale
Vota Rifondazione
Le elezioni del 13 maggio potrebbero aprire una nuova fase nella politica italiana e in particolare nelle organizzazioni dei lavoratori. Berlusconi e la destra si presentano come i vincitori annunciati, pronti a raccogliere i frutti della crisi del centrosinistra. La reazione dell’Ulivo è più che mai debole e autolesionistica; Rutelli conduce una campagna elettorale che pare la fotocopia di quella di Berlusconi, mentre i ministri del governo si affannano a presentare certificati di "credibilità internazionale" rilasciati da istituti notoriamente vicini ai bisogni popolari quali l’Ocse, il Fondo monetario o l’Unione europea. I più coerenti seguaci di questa linea suicida, come il senatore Ds Franco Debenedetti, si sgolano nell’attaccare il Polo in quanto "non sufficientemente liberista". Ad ascoltare i sentimenti, non si può che dire "signori, vi meritate una sconfitta sonora: raccogliete quello che avete seminato!".
Ma non è solo con i sentimenti che possiamo orientarci. Se la destra vince, i signori ministri dell’Ulivo perderanno le poltrone, ma le vere conseguenze saremo noi a subirle, i lavoratori, i giovani, i pensionati, i disoccupati. Il programma di Berlusconi, scritto sotto la dettatura parallela della Confindustria e del Vaticano, significherebbe nuovi e più duri attacchi alle nostre condizioni di vita, di lavoro, e ai nostri diritti.
Questo non significa che votare l’Ulivo significhi scegliere il male minore. Dobbiamo ribadirlo una volta di più: se la destra è oggi all’offensiva, se può accarezzare il sogno di ritornare al governo, questo è esclusivamente colpa del centrosinistra e delle sue politiche antipopolari. La delusione creata in questi cinque anni fra i votanti della sinistra è profonda. Troppo stridente è la contraddizione tra un governo che dichiara che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili, e una realtà fatta di smantellamento dello Stato sociale, di privatizzazioni a tappeto con conseguenti regali miliardari ai padroni (mentre i servizi peggiorano e le tariffe di ogni genere non fanno che salire), di precarietà diffusa, di salari che stentano a tenere il passo dell’inflazione, di condizioni di lavoro sempre più stressanti, pericolose e logoranti, di disastri ambientali a catena.
Forse peggio di tutto questo è stato il bavaglio imposto ai lavoratori, il vero e proprio muro di silenzio che è stato costruito in questi anni attraverso la concertazione sindacale, che ha disgustato e demoralizzato migliaia di attivisti sindacali e della sinistra, gli stessi che con le lotte dell’autunno 1994 avevano messo in crisi il governo Berlusconi e reso possibile la successiva vittoria elettorale dell’Ulivo.
Il ruolo del gruppo dirigente della Cgil in questo è stato forse ancora più negativo di quello del governo. Chiudendo ogni spazio alle critiche provenienti dal basso, impedendo sistematicamente che le aspirazioni reali di milioni di lavoratori e in particolare dei settori politicamente più avanzati trovassero espressione, Cofferati si è reso largamente corresponsabile dell’attuale situazione. Oggi lo stesso Cofferati parla di "lotta di classe" e di "conflitto a tutti i livelli" se la Confindustria e la destra tenteranno di prendere la strada dell’attacco frontale, ma è ben difficile che queste prese di posizione, ambigue e tardive, possano ribaltare il pronostico elettorale.
La destra è quindi all’offensiva in primo luogo perché sente la debolezza dell’avversario. I padroni si sono abituati ad ottenere molto negli scorsi anni, e a ottenerlo in modo indolore. Sarà anche vero, come dice Cofferati, che il programma del Polo e quello della Confindustria sembrano scritti dalla stessa mano. Ma è altrettanto vero che entrambi non sono altro che un approfondimento e un peggioramento di quanto già fatto dal centrosinistra in questi cinque anni.
Il messaggio è chiaro: tante grazie per i vostri servizi, cari signori dell’Ulivo, ma oggi è ora di passare la mano e di cambiare passo. L’elezione di D’Amato, uomo vicino al Polo, al vertice della Confindustria un anno fa è stato il segnale più chiaro della volontà di cambiare rotta. Gettiamo un occhio al programma dei padroni, al "libro dei sogni" dettato a Parma dalla Confindustria.
"Pensioni: estensione del contributivo; innalzamento dell'età pensionabile (40 anni di contributi oppure una griglia flessibile tra 57 e 65 anni di età e 35 di anzianità ma con relativa penalizzazione): riduzione dei contributi obbligatori per i neoassunti dall'attuale 32,7 al 25%; sviluppo dei fondi pensione con uso del Tfr (la liquidazione) su base volontaria."
Cioè un regime pensionistico ancora più iniquo di quello portato avanti con la riforma Dini, una controriforma che aggraverebbe ulteriormente le condizioni dei giovani buttando a mare i sacrifici fatti anche dai lavoratori più anziani.
"Mercato del lavoro: riduzione dei vincoli in entrata e in uscita ed eliminazione dell'obbligo di reintegro per i licenziamenti individuali; liberalizzazione dei contratti a termine e superamento del concetto di lavoro a tempo indeterminato; favorire la mobilità interna e l'immigrazione."
Via libera ai licenziamenti selvaggi e ulteriore aumento della precarietà per tutti, ma soprattutto per i giovani.
"Fisco: abolizione dell'Irap; riduzione dell'Irpeg dal 50 per cento al 35 in cinque anni; calo dell'aliquota sulle plusvalenze derivanti da cessioni di partecipazioni qualificate dal 27 per cento al 19."
Cioè detrazioni fiscali massicce per le imprese.
"Costo del lavoro: dinamica salariale coerente con gli obiettivi dell'inflazione e legata alla produttività; eliminazione degli oneri impropri; destinazione di parte dei risparmi conseguiti con la riforma delle pensioni a una riduzione dei costi."
Rimettere in discussione i due livelli di contrattazione (quello nazionale e quello aziendale), colpire in particolare quello nazionale (l’unico che può garantire miglioramenti per tutti i lavoratori dipendenti) e legare i salari all’inflazione programmata (che mai si è rivelata azzeccata) e alla quantità dei profitti dei padroni.
"Privatizzazioni: completamento della cessione di Enel, Eni, Alitalia, Finmeccanica, Poste, Fs, Rai e della grande maggioranza delle ex municipalizzate; accelerazione della dismissione delle partecipazioni bancarie detenute dalle fondazioni; liberalizzazione del commercio e delle professioni."
Non sazi dalle privatizzazioni portate avanti fino ad ora, incapaci di assicurarsi i profitti di un tempo su un mercato sempre più agguerrito e ristretto vogliono appropriarsi definitivamente di quanto rimane delle aziende pubbliche in cambio di quattro soldi.
"Formazione e ricerca: introduzione di elementi di concorrenza nel sistema formativo; università libere di poter fissare le tasse universitarie come di raccogliere contributi privati per la ricerca (…)"
Scuole migliori per i più ricchi, scuole fatiscenti senza possibilità reali di sbocco nel mondo del lavoro per i più poveri, ulteriori finanziamenti alle scuole private, asservimento definitivo dell’università e della ricerca ai desideri delle imprese.
Di fronte alla crisi dell’Ulivo, non potevano mancare le voci di chi accusa Rifondazione comunista di essere responabile di aprire la strada alla destra. Respingiamo queste accuse al mittente senza la minima esitazione: se il Prc ha avuto una colpa negli scorsi anni non è certo stata quella di opporsi ai governi D’Alema e Amato, ma proprio quella contraria: quella di adeguarsi al clima di illusioni che si respirava nei primi mesi di governo del centrosinistra e di partecipare alla maggioranza di quel governo, rendendosi corresponsabile di gran parte delle sue misure antipopolari. Si aggiunga pure che i primi due anni di governo sono stati anche quelli nei quali si sono applicate le misure più dure, particolarmente in tema di privatizzazioni, precarizzazione ("pacchetto Treu") e fisco (aumento delle imposte indirette, aumento dell’Irpef per le fasce più povere e contemporanea riduzione per i più ricchi).
Oggi però il nostro partito è all’opposizione, e il voto al Prc costituisce il modo più chiaro per esprimere opposizione alle politiche pressoché identiche dei due Poli.
All’attacco ai diritti sociali si accompagna, come sempre, un’offensiva ideologica della reazione, che nell’ultimo periodo si è espressa su diversi fronti, dalla campagna contro i "libri di testo marxisti" nelle scuole, ai nuovi attacchi al diritto all’aborto, alla crescita, per ora ridotta ma tuttavia sintomatica, di un’organizzazione di estrema destra quale è Forza Nuova, culminando poche settimane fa nelle prese di posizione della Chiesa cattolica, la quale più arrogante che mai detta legge e affibbia i voti alle forze politiche, e nella campagna contro la satira politica nella Rai.
Tutto questo preoccupa, e giustamente, tanti militanti ed elettori della sinistra, che si domandano come sia possibile fermare una simile offensiva, particolarmente se Berlusconi risultasse vittorioso il 13 maggio.
Ma la destra è davvero così forte come appare? E soprattutto, quali sono i suoi punti deboli? Come la si può mettere in crisi?
L’esperienza del 1994 deve farci riflettere. Anche allora, come e più di oggi, in molti credevano all’invincibilità del cavaliere, padrone del governo, controllore quasi assoluto della Tv e dei mass media, con una forte maggioranza in parlamento, e con di fronte una sinistra divisa e demoralizzata. Erano pochi, e noi eravamo fra questi, a pensare che la destra non fosse il carro armato che sembrava. Eppure dieci mesi dopo la sua elezione, Berlusconi veniva costretto alle dimissioni dopo aver provocato un gigantesco movimento di massa dei lavoratori, che in tre mesi di lotte, culminate con la gigantesca manifestazione di Roma del 12 novembre 1994, con oltre un milione di persone in piazza, riuscirono a ribaltare i rapporti di forza e a mettere in crisi il governo di destra. Quella è la prospettiva che oggi dobbiamo cercare di riaprire, la prospettiva della mobilitazione di massa dei lavoratori, di una nuova epoca di lotte e della riconquista dell’indipendenza di classe del movimento operaio, che si svincoli una volta per tutte dalle compatibilità dettate dal capitale e dalla politica rovinosa delle alleanze al centro, che in sei anni ci ha riportato al punto di partenza dissipando l’enorme potenziale espresso in quel movimento.
Senza questo, nessuna vittoria reale è possibile contro le destre, neppure se all’ultimo momento il centrosinistra riuscisse a ribaltare il pronostico elettorale, o a strappare un "pareggio" nelle urne. È a questa prospettiva che dobbiamo lavorare, e il Prc deve assumerla come asse centrale di tutta la sua azione nella campagna elettorale e dopo, quale che sia il risultato.
Oggi la destra e i padroni si sentono forti, ma rischiano di commettere un gravissimo errore: quello di credere che l’arrendevolezza mostrata dai dirigenti sindacali in questi anni rappresenti i veri sentimenti dei lavoratori. Vogliono tutto e subito, ma rischiano di fare il passo più lungo della gamba, come lo fecero nel 1994, come lo fece la destra in Francia l’anno successivo, quando pensò di potersi basare sulla sua ampia maggioranza parlamentare per applicare un piano di distruzione delle pensioni e del trasporto pubblico e si trovò di fronte al più grande movimento dei lavoratori francesi dal maggio ’68
Ma, ci si può rispondere, non c’è oggi né un partito né un sindacato in grado di organizzare un simile movimento: troppo debole il Prc, isolata la Cgil, i Ds prossimi allo sbando e completamente invischiati in politiche liberiste. Tutto questo è vero, ma bisogna saper vedere anche l’altro lato della medaglia.
I Ds e la Cgil dovranno affrontare una crisi generale della loro strategia. La Cgil viene sempre più spinta in un angolo, la prospettiva di Berlusconi e della Confindustria è quella di mettere in piedi un nuovo meccanismo di concertazione che escluda la Cgil e si basi fondamentalmente sulla collaborazione con la Cisl. Non è certo un caso se negli ultimi mesi vediamo una sequela di accordi separati e di rotture fra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro: Zanussi, Fiat di Cassino, trattativa sulla flessibilità, ecc. A questi episodi non ha fatto certo seguito un cambiamento nella strategia di Cofferati, che continua a rivendicare la concertazione e i suoi esiti rovinosi. Ma al di là della volontà dei gruppi dirigenti, è chiaro che è in moto un processo che prima o poi dovrà sfociare in un aperto conflitto al vertice, e in questo conflitto si apriranno le possibilità perché i lavoratori, i delegati, la base sindacale si riprenda il diritto di parola e cominci a far sentire le proprie rivendicazioni, le proprie esigenze. Ancora più profonda è la crisi di strategia che colpisce i Ds. Il gruppo dirigente di quel partito è ormai quasi paralizzato dai conflitti interni, non si aspetta che la fine della campagna elettorale per aprire la resa dei conti.
La crisi al vertice dei Ds e della Cgil può avere un effetto paralizzante in un primo momento, ma in ultima analisi è positiva, è un passaggio obbligato e necessario. Persino una improbabile vittoria elettorale non farebbe che rimandare i problemi, ma non li risolverebbe certamente. L’equilibrio interno ai Ds è ormai rotto, la destra liberal e ulivista in caso di vittoria tenterebbe di aprire lo scontro finale con l’apparato di partito, cercando di rompere il legame con la Cgil e di emarginare definitivamente le correnti di sinistra (Buffo, Grandi) e "socialdemocratiche" (Salvi); lo scontro congelato dopo il congresso del Lingotto riprenderebbe più forte che mai nel giro di pochi mesi.
La concertazione e l’alleanza di centrosinistra sono muri nei quali ogni giorno si aprono nuove crepe. Su questo sfondo, mutamenti ancora più importanti si preparano. Le condizioni dell’economia internazionale mettono un gigantesco punto di domanda sulle prospettive per l’economia italiana. I segnali di una ripresa delle mobilitazioni sociali sono sempre più numerosi, dal movimento degli studenti universitari a Roma, alla manifestazione di Napoli contro il Global Forum, alle scintille di conflitti che sempre più numerose si accendono nei luoghi di lavoro. Cinque anni di centrosinistra e di collaborazione di classe hanno snervato il movimento operaio italiano, hanno seminato frustrazione e delusione, ma tutto questo non è che la superficie; al di sotto di questa, c’è la realtà di una situazione sociale piena di tensione accumulata che finora non ha trovato sbocchi. Come comunisti dobbiamo lavorare con perseveranza per favorire lo sblocco di questa situazione, e per inserirci nella nuova corrente che, quale che sia il risultato elettorale, siamo convinti vedremo crescere sempre più forte nei prossimi mesi ed anni: quella di una contestazione sempre più diffusa e radicale del capitale, delle sue politiche e dei suoi partiti.
A chi si appresta ad andare a votare il 13 maggio (e invitiamo tutti ad andare a votare) non chiediamo solo di votare per Rifondazione comunista ma anche di organizzarsi e lottare con noi in funzione di questa prospettiva. Il voto è utile, ma solo la lotta e la mobilitazione di massa può ribaltare la situazione arrestando l’offensiva reazionaria in corso.
Milano, 9 aprile 2001