Così è esplosa la rabbia della Fiat
Torino, stabilimento Fiat di Mirafiori. Venerdì 3 febbraio sciopero spontaneo dei lavoratori contro il licenziamento di 147 giovani operai in contratto a termine.
Era dal 1997 che la Fiat riconfermava automaticamente i contratti a termine. L’arroganza e la sfacciataggine con cui l’azienda ha preso la decisione di non riconfermare i 147 non ha trovato spiazzati i lavoratori che nel momento in cui venivano consegnate le lettere di "fine rapporto" hanno incominciato spontaneamente uno sciopero di protesta.
La spontaneità e la determinazione con cui lavoratori vecchi e giovani hanno reagito a questo sopruso ha una grande importanza perché dimostra come sotto la calma apparente covuno contraddizioni esplosive e perché questa lotta esprime la forte solidarietà di classe che tuttora esiste, nonostante le divisioni operate dal padrone.
A tale proposito abbiamo chiesto a Iole Vaccargiu, delegata Fiom-Cgil delle Presse di Mirafiori, e a Massimo, un giovane operaio dello stabilimento, di raccontarci cosa è successo.
a cura di Paolo Grassi
Iole: La lotta è partita in modo spontaneo, nessuno, tanto meno il sindacato, si aspettava che i giovani ricevessero il ben servito. Negli ultimi anni si era instaurato una certo tran tran, assunzione a contratto a termine, dopo di che contratto formazione lavoro e poi il contratto a tempo indeterminato. Anche i capi erano sicuri della loro conferma, tanto è vero che appena un’ora prima gli avevano consegnato le tute e le scarpe da lavoro nuove.
Come dicevo tutti sono stati presi in contropiede, ma i lavoratori hanno saputo reagire prontamente. Quando sono arrivate le lettere è scoppiato un casino, davanti alla disperazione per la non riconferma i loro compagni di lavoro, tutti, dai più anziani, a quelli confermati da pochi mesi, hanno incominciato a raccogliersi intorno ai giovani.
Nessuno si è posto il problema di offrire una solidarietà formale, qualche pacca sulle spalle e via, da subito è incominciata a circolare l’idea di fare sciopero per protestare, e così è partito un corteo interno che poi è uscito dallo stabilimento andando a occupare il corso antistante allo stabilimento. Gli operai non hanno visto in questi giovani solo l’immagine dei propri figli che vengono lasciati a casa, la loro reazione è stata condizionata anche dal fatto che da troppi anni si sta subendo un costante peggioramento delle condizioni di lavoro e questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
C’è un cambiamento qualitativo nel modo in cui i lavoratori si stanno ponendo verso la propria situazione in fabbrica, i primi segnali ci sono stati con gli scioperi che abbiamo organizzato per il rinnovo del contratto integrativo che hanno avuto una adesione molto migliore che in passato.
Per difendere questi giovani sono usciti in corteo, hanno aspettato quelli del turno successivo e li hanno convinti a stare fuori. Non c’erano più regole, non c’era verso di farli entrare neanche quando i dirigenti dell’azienda sono arrivati per farli "ragionare". Si sono riuniti davanti i cancelli in assemblea e hanno deciso lì di continuare la mobilitazione anche la settimana successiva con due ore di sciopero al giorno e un presidio davanti alla fabbrica per 15 giorni.
Quello che poi è successo ci deve far imparare una lezione importante. Il sindacato ha da subito cercato di aprire una trattativa ma la sua rivendicazione, al contrario di quello che volevano i lavoratori, era trovare un compromesso con l’azienda. Un accordo che prevedesse la riassunzione quando in futuro la Fiat avrà bisogno di assumere nuovamente. Questo non era quello che volevano i lavoratori che con la mobilitazione spontanea rivendicavano la riassunzione immediata.
Ci hanno detto che dal punto di vista formale la Fiat ha dalla sua parte la legge, non è obbligata ad assumerli visto che sono a contratto a tempo determinato, da qui la necessità di aprire una trattativa. Se facciamo così allora dobbiamo accettare tutto quello che ci dicono, se guardiamo quello che possiamo fare solo attenendoci alle leggi e alle
regole scritte allora non possiamo fare quasi niente perché
queste leggi e queste regole le hanno riscritte i padroni sull’onda della sconfitta che abbiamo subito negli anni passati.
Se affrontiamo in questo modo le vertenze vinceranno sempre loro perché mettono sempre davanti l’importanza di salvaguardare gli utili degli azionisti per "garantirci" il posto di lavoro. Se protestiamo ci accusano di voler sfasciare l’azienda e intanto i nostri salari sono sempre più bassi, la nostra salute continua a peggiorare e i giovani, come anche i più anziani, hanno un futuro sempre più incerto.
Tra l’altro mentre cacciano fuori questi giovani stanno già facendo colloqui di lavoro ad altri per poterli assumere con nuovi contratti capestro, oltre ad aumentare sempre di più i lavoratori interinali che sono ancora più ricattabili.
L’unico modo per cambiare in meglio la nostra situazione è lottare, questa lotta come quella sul contratto integrativo dimostra che la disponibilità da parte dei lavoratori c’è. Solo se riusciamo a cambiare i rapporti di forza allora possiamo cambiare le leggi che ci legano mani e piedi.
Su questi 147 lavoratori licenziati potevamo fare una lotta veramente incisiva, poteva fermarsi subito tutta la fabbrica, ma questo il sindacato non l’ha voluto fare e per esempio noi delle presse lo abbiamo saputo solo il giorno dopo.
Massimo: Anche se ora questa battaglia ha preso la strada sbagliata (da questa settimana non si fa più il presidio e di fatto la gestione è ormai totalmente in mano ai funzionari), ci saranno nuove esplosioni in futuro.
Tra i lavoratori c’è molta rabbia, se l’azienda facesse una nuova provocazione, quello che abbiamo visto nei giorni scorsi potrebbe riesplodere anche in modo più radicale. Per alcuni versi i lavoratori aspettano solo un’altra occasione.
Questo perché sono moltissimi i lavoratori che stanno molto male, ho visto con i miei occhi operai avanti con l’età piangere perché non ce la facevano a tenere i ritmi imposti dall’azienda. In questa fabbrica esiste un vero e proprio regime di sfruttamento, altro che imprenditori che tengono alta la bandiera dell’impresa italiana. Ci sono parecchi lavoratori con problemi di salute, puoi portare i certificati che vuoi per spiegare che una cosa non la puoi più fare almeno per un po’, ma a loro non importa, l’importante è raggiungere gli obbiettivi.
In questi anni hanno cercato sempre più di indebolirci, hanno esternalizzato parecchi settori, così se prima eravamo tutti dipendenti Fiat, oggi magari lavori sempre a fianco di uno che può avere i tuoi stessi interessi nel lottare, ma non può perché appartiene ad un’altra ditta, cosa solo di facciata perché poi in verità lavora per la Fiat. Ovviamente questo non basta alla Fiat e così per i più "fastidiosi" sono ancora oggi disponibili posti nei reparti confino.
Non è un caso che tutto sia partito dal reparto di lastratura, li ti rovini la salute e i ritmi spesso sono insopportabili. Le vibrazioni e i campi magnetici prodotti dagli attrezzi con cui lavori ti creano grossi problemi, gonfiori alle mani e tendiniti solo per dirne alcune.
Questo intendiamo quando diciamo che il licenziamento di quei lavoratori è stata solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso.
E allora per una volta il clima di paura, le minacce, non hanno spaventato i lavoratori che hanno avuto il coraggio di opporsi all’ingiustizia.
La conclusione di questa vicenda a mio avviso ci deve fare capire una cosa che per cambiare le regole che ci ingabbiano abbiamo bisogno sì del sindacato, ma del sindacato veramente combattivo. Questo è possibile solo se lo facciamo noi lavoratori dal basso con le nostre forze. Forze che come abbiamo saputo mostrare ci sono e sono vive!