FalceMartello n° 145 * 9-3-2001

Flessibilità e precariato

È ora di dire basta!

L’Italia è diventata in questo decennio il paradiso dei profitti. I dati pubblicati in queste settimane (vedi l’articolo in queste pagine) sono inequivocabili: in 20 anni la quota dei salari è passata dal 56% al 40% del reddito nazionale totale.

I mezzi con cui sono stati ottenuti questi risultati "straordinari" sono noti a tutti: aumento dei ritmi di lavoro, della flessibilità, spregio delle misure di sicurezza, e soprattutto una valanga di contratti flessibili: a termine, interinali, collaborazioni, e quant’altro, sono ormai diventati la norma per le nuove assunzioni. Dilagano fra i giovani, le donne, gli immigrati, gli espulsi dal mercato del lavoro, sommandosi alla tradizionale quota di lavoro nero, che nonostante tutte le menzogne spacciate dai vari governi ("con la flessibilità faremo ‘emergere" il lavoro nero") non si riduce affatto.

Ci siamo sentiti dire mille volte che tutto questo era inevitabile, che ormai il mondo va in quella direzione, e che l’unica possibilità è di "governare" e "contrattare" la flessibilità.

Non è così, dobbiamo contestare con forza questa posizione. Se tutto questo è potuto accadere è in primo luogo perché i dirigenti sindacali e i partiti della sinistra hanno accettato tutto questo. Hanno firmato un accordo a perdere dopo l’altro, hanno accettato di ingabbiare la lotta sindacale nei vari accordi concertativi e nelle leggi antisciopero, spalancando le porte alle pretese dei padroni.

Non solo: nella maggior parte dei casi i dirigenti sindacali si sono spinti fino a denunciare quei lavoratori che tentavano di opporsi a questo sfacelo. In particolare nei trasporti (ferrovie, autoferrotranvieri, marittimi), ma anche in altre imprese come la Telecom, l’opposizione dei lavoratori si è espressa attraverso le strutture dei sindacati di base, anche dove questi non organizzavano necessariamente una ampia quota di lavoratori, come conseguenza della completa estraniazione e chiusura di Cgil Cisl e Uil verso le loro rivendicazioni.

Né si può dimenticare, purtroppo, il fatto che la stessa Rifondazione comunista abbia accettato l’introduzione del famigerato "pacchetto Treu" nel 1997, che ha costituito una svolta qualitativa nelle politiche di precarizzazione con l’introduzione del lavoro interinale.

Come era logico e inevitabile, la Confindustria non si è fermata, anzi. Con l’ultima trattativa sulla flessibilità ha tentato nelle ultime settimane di dare un’altra spallata, chiedendo di fatto mano libera per un’applicazione indiscriminata e a tutto campo dei contratti a termine, travolgendo le residue barriere esistenti.

La risposta della Cgil è stata quella di ritirarsi dal tavolo delle trattative. Ma è necessario guardare da vicino le motivazioni di questa rottura per capire che il terreno è ancora molto arretrato, e che non è certo il caso di cantar vittoria. La delegazione della Cgil non sta affatto contestando la precarizzazione in generale, e neppure propone di ridurre il livello raggiunto. Semplicemente ripropone la vecchia linea che la flessibilità deve essere contrattata nelle categorie, e che i contratti nazionali fissino i criteri di utilizzo dei contratti flessibili e i "tetti" massimi nel numero di lavoratori coinvolti.

Una posizione perdente, che ha dimostrato in questi anni di non "tenere" di fronte ai processi reali in corso nei luoghi di lavoro.

Una volta fatto passare il principio, i padroni se ne fregano dei "tetti" e delle "regole", introducono rapidamente lavoratori a termine, indeboliscono così le capacità di resistenza di tutti i lavoratori, precari e no; quando poi il sindacato, o le Rsu, si rendono conto che si è andati troppo in là e tentano di organizzare una risposta, in molti casi questa si rende difficile, per non dire impossibile, per il clima di sfiducia, paura, demoralizzazione e ricatto che si è diffuso nel posto di lavoro. Questa è la realtà della "flessibilità contrattata", ogni nostro lettore potrebbe citare decine o centinaia di esempi vissuti sulla propria pelle o conosciuti personalmente.

Per non parlare poi dell’altro argomento proposto dalla delegazione della Cgil, e cioè che la Confindustria starebbe violando i "principi" dell’Unione europea, Unione che, manco a farlo apposta, lo stesso giorno in cui si rompe la trattativa torna alla carica chiedendo per bocca di Duisenberg nuova flessibilità e moderazione salariale.

L’introduzione rapida della flessibilità è stata uno shock per i lavoratori italiani. Le condizioni sono cambiate bruscamente in peggio e appariva impossibile anche solo abbozzare una risposta di lotta. Più di tutti sono rimasti paralizzati i militanti sindacali di base, i delegati delle Rsu, stretti fra le critiche dei lavoratori, che hanno visto il rapido deterioramento delle condizioni di lavoro, mentre dall’apparato sindacale non solo non trovavano appoggi o risposte, ma anzi giungevano sollecitazioni a farsi portatori di una linea suicida.

Questa è la spiegazione del crollo della conflittualità nelle fabbriche in questi anni: una cappa burocratica, creata dai vertici sindacali, che andava a aumentare il disorientamento e la frustrazione dei lavoratori e dei delegati, e un vero e proprio "stordimento" di fronte all’offensiva padronale e alla completa capitolazione dei dirigenti sindacali.

Ora però le cose cominciano a cambiare. Le lotte della Fiat (vedi l’intervista a pagina 4) non sono che un sintomo di una convinzione che comincia a diffondersi tra i lavoratori: cedere ancora, fare nuovi passi indietro non è più tollerabile: è necessario cominciare a rispondere.

La vertenza della Fiat è significativa per molti motivi. In primo luogo perché è la lotta più significativa che si produce in quella fabbrica da vent’anni. In secondo luogo, e forse più importante, perché è un chiaro esempio di inversione di tendenza rispetto a quanto abbiamo visto negli ultimi anni; invece della divisione tra giovani e vecchi, tra "garantiti" e precari, una manifestazione di unità di classe e anche una capacità di reazione immediata di fronte alla provocazione dei 147 licenziamenti.

La questione del precariato (i 147 licenziati a Mirafiori, i 300 interinali della Fiat di Melfi) è entrata di prepotenza nella trattativa per il contratto integrativo della Fiat, una trattativa che il sindacato aveva invece voluto impostare quasi esclusivamente sul terreno salariale.

La lotta dei lavoratori Fiat (debitamente oscurata dai mass media) deve essere conosciuta e discussa in ogni Rsu, in ogni struttura sindacale. Ma un generico appoggio, un "bravi!" agli operai di Mirafiori o di Melfi non è certo sufficiente. È necessario invece prendere il toro per le corna e iniziare una battaglia a tutto campo contro il precariato e la flessibilità.

Oggi questa battaglia può cominciare con successo, tra i lavoratori comincia a diffondersi una sensazione, per quanto ancora confusa, che si sia giunti a un limite.

È necessario innazitutto costruire una piattaforma generale, che attacchi il problema alla radice:

- Abolizione dei contratti a termine, assunzione per tutti i precari, sia nel privato che nel settore pubblico (assunzione di tutti gli Lsu/Lpu nella pubblica amministrazione.

- Abolizione del lavoro interinale.

- Drastica riduzione per legge dei lavoratori part-time.

- Fissazione per legge di un salario minimo intercategoriale (15.000 lire all’ora lorde, indicativamente), obbligatorio per qualsiasi lavoro, in qualsiasi condizione contrattuale.

- Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, senza contropartite in flessibilità.

- Drastica riduzione di tutte le forme di flessibilità d’orario (lavoro notturno, festivo, contratti week-end, ecc.).

- Salario garantito per i disoccupati corrispondente all’80% di un salario operaio.

- Creazione di rappresentanze sindacali comuni fra tutti i lavoratori di ogni centro produttivo, indipendentemente da quale sia la ditta che formalmente li impiega (come mezzo per combattere le esternalizzazioni).

- Estensione dello Statuto dei lavoratori alle imprese sotto i 15 dipendenti.

Sono rivendicazioni "estremiste"? No, sono le rivendicazioni che emergono dall’esperienza reale di centinaia di migliaia di lavoratori che in questi anni sono passati attraverso la dura esperienza del lavoro "atipico".

Una piattaforma di questo genere, arricchita e ampliata dalle esperienze di lotta che cominciano a verificarsi, dovrebbe essere il discrimine per l’azione della sinistra sindacale nella Cgil, per tutti coloro che oggi cercano di invertire la rotta. In ogni categoria, in ogni luogo di lavoro ci sono lavoratori e delegati che stanno giungendo a conclusioni simili a queste. Il problema fondamentale è che si sentono isolati, non hanno punti di riferimento ai quali collegarsi per condurre la battaglia.

Il salto di qualità potrà essere fatto se i settori all’avanguardia, a partire dai lavoratori comunisti, si porranno con continuità e decisione di fronte a questo compito: costruire aggregazioni di militanti e di lavoratori che si queste linee comincino a portare la battaglia in tutte le strutture sindacali, in tutte le Rsu, in tutte le piattaforme contrattuali nazionali e aziendali.

8 marzo 2001


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