Palestina: le trattative di pace
preparano la guerra
Nonostante tutte le chiacchiere sui "colloqui di pace", il conflitto in corso nei territori d’Israele e della Palestina non si avvicina di un passo alla soluzione. La nuova Intifada è destinata a durare ancora a lungo. Gli oltre 300 palestinesi morti e le migliaia di feriti non sono bastati a domare la rivolta.
di Francesco Merli
Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti. Il Piano di separazione unilaterale, ordinato da Barak il 24 d’ottobre, ha prodotto un ulteriore, intollerabile, aggravamento delle condizioni di vita delle masse palestinesi.Prima dello scoppio dell’Intifada 120.000 palestinesi lavoravano in Israele, come manodopera d’alcuni fiorenti distretti industriali ai confini con l’Anp: Erez e Carni a Gaza, Tulkarem e Jenin nella Cisgiordania. Le restrizioni imposte alla mobilità hanno fatto precipitare il loro numero dell’80%, secondo una stima di Ben Bassat, direttore del Tesoro israeliano, portando sull’orlo della chiusura questi distretti. Il miraggio di una zona economica franca nella quale fare investimenti molto redditizi si è ormai dissolta per la borghesia israeliana.
Le conseguenze per l’economia dell’Anp sono ancora più disastrose: le entrate di questi lavoratori ammontavano nel 1999 a 1.3 miliardi di $ (un quarto del prodotto nazionale lordo). Il blocco ha portato ad un aumento della disoccupazione, al crollo dei consumi e al crollo delle forme più elementari di commercio.
La missione israeliana per i Territori occupati è stata, fin dal 1967, quella di legare a sé la loro economia sia come fonte di forza-lavoro a buon mercato, sia come estensione del mercato interno per le proprie merci. Nonostante la svolta israeliana verso le nuove tecnologie, ancora oggi, i Territori importano merci israeliane per due miliardi di $ (mentre esportano solo 250 milioni), rappresentando il terzo mercato per le esportazioni israeliane. Lo scopo dell’imperialismo israeliano, dunque, non è quello propagandistico di Barak ("Loro da una parte, noi dall’altra"), ma quello d’esercitare una pressione economica sufficiente per portare la borghesia palestinese a più miti consigli. Israele si guarda bene dal toccare le basi neocolonialiste del suo dominio sull’Anp. Lo Shekel (divisa israeliana) rimane tuttora la valuta dell’Anp; i nodi vitali della sua dipendenza economica da Israele sono preservati intatti: l’approvvigionamento d’energia elettrica (con entrate per 125 milioni di dollari), la rete telefonica, l’acqua, per i quali la dipendenza è del 100%.
La ripresa, nonostante l’esplosione della rivolta, delle assegnazioni di terreni per l’insediamento di coloni in Cisgiordania e Gaza, rappresenta una fonte di provocazione costante per i palestinesi.
La morsa del terrorismo di Stato si stringe sulla popolazione palestinese. Un recente rapporto dell’Onu rivela che i soldati israeliani hanno abbandonato i cosiddetti proiettili di gomma e fanno un largo uso di munizioni convenzionali, oltre ai famigerati proiettili "Dum-dum" (vietati da ogni convenzione internazionale), che esplodono dopo essere penetrati nel corpo della vittima.
I militari israeliani stanno sistematicamente assassinando gli elementi ritenuti "pericolosi". Gli arresti spesso si trasformano in esecuzioni sommarie, come nel caso di due adolescenti (Asil Asla ed Ala Nassar di Arabeh in Galilea), catturati vivi dalle pattuglie di frontiera israeliane, pestati e poi giustiziati a sangue freddo.
Una leadership corrotta compromette la lotta
Queste condizioni alimentano la rivolta di massa dei palestinesi, ma le loro attese sono sempre più di frequente tradite dall’èlite dirigente.
Le promesse di Arafat (indipendenza, il ritorno alle loro terre dei rifugiati e la riconquista di Gerusalemme), si sono svuotate di significato nell’arco dei sette anni di vita dell’Anp. Le promesse di prosperità ("una nuova Singapore") e di sviluppo economico su basi capitaliste fatte ad Oslo per compensare la limitata autonomia raggiunta, si sono ben presto tramutate in incubo. Tutti gli indicatori del tenore di vita sono crollati drammaticamente con l’Anp. Gli unici a beneficiare di questa situazione sono i fedeli di Arafat (i cosiddetti "tunisini", dirigenti che erano con lui in esilio a Tunisi) ed una piccola cricca di speculatori.
Per tutelare cinicamente i loro interessi privati, questi dirigenti si sono dimostrati fedeli solo alle promesse fatte ad Israele, accollando all’Anp il compito di garantire la sicurezza d’Israele reprimendo gli oppositori agli accordi di Oslo. I servizi segreti dell’Autorità hanno lavorato per anni (e continuano a farlo oggi) in stretta collaborazione con la CIA. In piena Intifada si sono verificati, al Cairo, incontri "di coordinamento" con i vertici del servizio segreto israeliano per definire l’arresto di dirigenti radicali islamici.
I giornali, le radio, le televisioni che esprimevano posizioni critiche sono state censurate e poi chiuse. Il macabro show dei recenti processi sommari, con esecuzione immediata della pena di morte, contro decine di palestinesi cosiddetti "collaborazionisti", sono l’espressione più chiara del livello di degenerazione raggiunto dalla cricca al potere, il cui obiettivo è chiaramente quello di creare un clima di terrore contro i suoi oppositori per mantenersi aggrappata ai propri privilegi.
Fin dai primi giorni dell’Intifada sono emerse critiche feroci contro Arafat nel seno del suo stesso partito (Al-Fatah). Il leader dei Tanzim Marwan Barghouthi ed altri, hanno espresso pubblicamente il loro dissenso sui colloqui di Camp David, ma fino a questo momento non hanno voluto porre una reale alternativa di fronte alle masse palestinesi. Nessuno di loro ha mai sfidato fino in fondo Arafat, né si sogna lontanamente di avanzare una prospettiva di lotta che vada oltre la prosecuzione dell’Intifada e ponga in discussione il dominio della cricca al potere e il sistema economico capitalista che garantisce i loro privilegi.
Il vicolo cieco, imboccato dall’Intifada sotto la guida di questi dirigenti, sta provocando un crescente senso di frustrazione nei settori più combattivi, aprendo lo spazio per l’affermazione di tendenze terroristiche che nelle ultime settimane hanno colpito con crescente frequenza. L’esplosione d’auto-bombe nelle città israeliane, gli attentati che hanno colpito autobus di studenti e pendolari, hanno avuto l’unico effetto di rafforzare l’appoggio di cui gode la destra israeliana.
La campagna d’isteria razzista e sciovinista in atto in Israele si è ulteriormente intensificata, spaccando ulteriormente la classe lavoratrice israeliana in due campi ostili: ebrei contro arabi, una tragedia di dimensioni storiche, a tutto vantaggio della reazione.
Le trattative di "pace"
Secondo l’autorevole settimanale britannico The Economist: "Anche i militaristi più sfegatati stanno cominciando a sospettare che i soli mezzi militari non permetteranno di venire a capo della rivolta" (25/11/2000).
La sorte di Arafat è appesa ad un filo: la sua palese collaborazione con gli israeliani, lo lega mani e piedi al successo della trattativa di "pace" con Barak. Un fallimento provocherebbe il suo totale discredito. Secondo Stratfor, il centro d’analisi geopolitica statunitense, "L’intensificazione degli attacchi israeliani potrebbe indicare ironicamente che sono stati compiuti dei progressi nelle trattative tra palestinesi ed israeliani. La precisione dell’attacco dell’elicottero israeliano indica che i servizi di sicurezza di Arafat collaborano con gli israeliani, sulla base degli accordi egiziani, per liquidare gli elementi di Al-Fatah che sostengono l’Intifada al di fuori del controllo d’Arafat" (10/11/2000).
Tentativi di dirottare l’Intifada
Arafat ha richiesto recentemente la tutela di duemila caschi blu dell’Onu su Gaza e la Cisgiordania. In alcuni settori della sinistra europea questa rivendicazione ha riscosso un certo appoggio. Alcuni potrebbero credere in buona fede che una misura del genere potrebbe almeno "fermare il massacro", ma si tratta di un errore catastrofico.
Arafat cercherebbe di appoggiarsi sui caschi blu per sorreggere artificialmente il suo regime corrotto. Dietro alle bandiere dell’Onu agirebbe l’Autorità per colpire gli oppositori. Sarebbe un tradimento delle aspirazioni delle masse palestinesi. Con la presenza delle truppe Onu, l’Anp sarebbe ancora più ostaggio dell’imperialismo americano.
I settori più avanzati tra gli attivisti si rendono conto del tentativo di dirottare gli obiettivi dell’Intifada, ed usarla semplicemente come uno strumento di pressione da mettere sul tavolo delle "trattative di pace".
Tutti i regimi mediorientali stanno manovrando per evitare un conflitto di scala maggiore. Accordano ai palestinesi un appoggio verbale, ma non sono disposti a lottare seriamente per loro. L’imperialismo Usa, le potenze europee, la stessa classe dominante israeliana vorrebbero evitare la prospettiva di una guerra, ma la situazione potrebbe essere già sfuggita dal loro controllo.
All’interno d’Israele, mentre una parte della classe dominante sta tentando di raggiungere una sorta di accordo segreto con Arafat, un settore crescente ha raggiunto la conclusione che Israele deve usare appieno la sua forza militare. Alcuni stanno considerando l’opzione di una ripartizione de facto dell’area con l’annessione di una parte degli insediamenti per costruire una consistente fascia di sicurezza militarizzata tra Israele e i Territori palestinesi. Un simile obiettivo potrebbe essere raggiunto solo per mezzo della pulizia etnica e comporterebbe, inoltre, l’espulsione da Israele degli arabi israeliani, parte attiva nella rivolta.
La destra israeliana alimenta l’odio sciovinista e Barak potrebbe finire vittima della sua stessa presunzione, con le elezioni del 6 febbraio alle porte e la probabile vittoria di Sharon, l’odiato responsabile del massacro dei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila, nonché del massacro di Al-Aqsa che ha scatenato la nuova Intifada.