Uranio impoverito
L’ultimo crimine dell’imperialismo
Lo scandalo dell’utilizzo dell’uranio impoverito (UI) e del plutonio nella guerra del Kosovo ha svelato in modo clamoroso la vera natura dell’intervento umanitario della Nato. La morte di diversi soldati dell’alleanza, causata dagli effetti all’esposizione al materiale radioattivo, ha scoperchiato una pentola del cui contenuto la classe dominante comincia ad intuire solo ora la pericolosità.
La proverbiale faccia tosta dei nostri governanti è stata messa a dura prova. Ancora il 27 settembre 2000 il ministro della Difesa Mattarella dichiarava alla Camera: "In Bosnia e in Kosovo non sono mai stati usati proiettili all’uranio". Poi il 21 dicembre l’ammissione dell’utilizzo, insieme alla giustificazione incredibile "ma l’Italia non sapeva" e "la Nato non ci informò dei rischi".
Chiarisce il nostro Primo Ministro, Giuliano Amato: "Noi abbiamo sempre saputo che [l'uranio] era stato usato in Kosovo e non in Bosnia. E abbiamo sempre saputo che la pericolosità si realizza soltanto a livelli di contatto assolutamente eccezionali, ad esempio prendendone in mano un frammento con una ferita aperta, mentre in circostanze normali non è affatto pericoloso. Ora invece cominciamo ad avere una sacrosanta paura che le cose non siano così semplici" ("La Repubblica", 3 gennaio 2001).
La crisi di credibilità investe anche D’Alema, all’epoca Presidente del Consiglio, che ha usato l’appoggio alla guerra del Kosovo per presentarsi come un grande statista (ricordiamoci il suo libro), e poi ammette che non sapeva cosa stesse succedendo.
Una tragica commedia
Ma è credibile che quanto sapevano piccole riviste come la nostra sia "sfuggito" a politici, governi, comandi militari, "servizi" e ai media, anche solo come "indiscrezione" o possibilità da verificare con indagini autonome?
Proprio nel giugno 1999 scrivevamo su "FalceMartello":
"Seppur non confermato, parecchi governi così come gruppi ambientalisti hanno sostenuto che in Jugoslavia si sta usando uranio impoverito. Inoltre c’è la prova che la Nato ha usato uranio impoverito in Bosnia nel bombardamento del 1995. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna quando la Nato ha bombardato obiettivi civili e militari nella Repubblica serba "ha usato munizioni speciali fatte di uranio impoverito e ha esposto le forze armate, la popolazione civile, e tutto l’ambiente al pericolo di contaminazione radioattiva". (Belgrado, Nin, 30/11/97).
"Il frequente riapparire della "sindrome del Golfo" nelle regioni di Sarajevo, Foca, Doboj, e Knin costituisce il sospetto che l’aviazione della Nato abbia rotto la Convenzione di Ginevra sulla protezione delle vittime di guerra e abbia usato proiettili radioattivi nella Repubblica serba e nella Krajina (la copertura di questo è l’uranio "impoverito"), esattamente come hanno fatto durante le operazioni desert storm". (Belgrado, Nin, 4/11/97).
Nella guerra del Golfo dieci anni fa furono utilizzati circa 940.000 proiettili all’UI, per un totale di almeno 300 tonnellate. Molto probabilmente è una delle cause della Sindrome del Golfo, della quale hanno fatto esperienza sia i veterani di guerra occidentali che la popolazione irachena. Dei 697.000 soldati americani stanziati nel Golfo, 90.000 hanno riportato sintomi che si possono ricondurre a questa sindrome, che vanno da emicranie, febbri e perdita della memoria a tumori e malformazioni neonatali. La causa è da ricercare nel micidiale cocktail velenoso derivante dall’esposizione a gas tossici e UI. In Iraq si parla addirittura di un milione di morti nei dieci anni successivi per malattie provocate dagli effetti dell’operazione Desert Storm.
La pericolosità dell’UI non consiste solo nel contatto diretto, quando schegge di proiettile possono penetrare sotto la pelle, ma anche quando viene inalato. Infatti esso brucia spontaneamente al momento dell’impatto, formando minuscole particelle di aerosol, che possono essere trasportate dai venti per decine di chilometri. Uno studio commissionato dal ministero degli esteri italiano nel 1999 ipotizzava, dopo l’analisi di campioni di terriccio provenienti dal Kosovo, 1620 tumori per ogni proiettile all’uranio sparato.
Non solo i casi scoperti fra gli effettivi degli eserciti occidentali, ma soprattutto i primi dati provenienti dalla Yugoslavia sono allarmanti. A Kosovska Mitrovica i primi dati parlano di una crescita dei tumori del 200%. La sindaca di Pancevo, città in cui si sono combinati gli effetti dell’UI e dei veleni chimici delle fabbriche e delle raffinerie distrutte, denuncia una crescita dei casi di tumore da due a diecimila unità in un anno. Questo in una città di meno di 300.000 abitanti!
Ciò interessa poco Tv e giornali, dove iracheni e slavi, come tutti i popoli oppressi sono considerati uomini e donne di serie B.
Gli "effetti collaterali" dei proiettili all’UI erano noti al Pentagono fin dal 1979. Nonostante ciò hanno esposto alla contaminazione nelle guerre da loro scatenate non solo le popolazioni locali, ma anche i propri eserciti e quelli degli alleati. Salta definitivamente l’immagine che i mass-media occidentali hanno fornito dell’intervento in Kosovo o nel Golfo, di guerre "pulite", che non provocano migliaia di morti fra i "nostri ragazzi", come successo in Vietnam. Le ripercussioni sulla coscienza delle masse in Europa e in America non saranno di poco conto. Non è un caso che diversi generali italiani siano seriamente preoccupati per il reclutamento di volontari per il futuro esercito professionale, dopo le prime morti di militari recatisi in missione nei Balcani.
Gli interessi in gioco
Ma qual è la ragione principale dell’utilizzo dell’UI? Una vena di sadismo serpeggiante tra i generali americani o inglesi? No, le motivazioni sono molto più concrete.
"L’uranio impoverito è un rifiuto tossico - i resti dell’uranio 238 e dell’uranio 235 usato nei reattori nucleari.(…)È 1,7 volte più denso del piombo e quando viene usato nelle munizioni dei carri armati e degli aerei permette agli ordigni di penetrare le corazze d’acciaio come "un coltello nel burro". Negli Usa ci sono oltre 30mila tonnellate di uranio impoverito e per questa ragione è molto economico, per non parlare della convenienza di questo utilizzo per disfarsi di pericolosi rifiuti tossici. (…)
Ironicamente c’è un’alternativa all’uso di uranio impoverito nella fabbricazione di proiettili anticarro - il tungsteno. Eppure anche se il tungsteno è quasi efficace quanto l’uranio impoverito, e non ha rischi di radioattività, è più costoso e deve essere importato. Così come in tutti i casi di "moralità" capitalista e di "sicurezza pubblica" questo abbassa i profitti. Come dice Bill Arkin, del Bollettino degli scienziati dell’atomo che è stato consultato da Greenpeace e dall’Osservatorio per i Diritti Umani,"È semplicemente un costo" (The Nation, 21/10/96)." (da FalceMartello n°132, articolo citato)
In questa società capitalista in guerra vigono le stesse regole dell’economia, abbattere i costi e massimizzare i profitti.
L’operazione del governo italiano che chiede informazioni alla Nato (di cui ci risulta farebbe parte) e che insieme a Prodi propone la messa al bando delle munizioni all’UI, è puramente di facciata.
Pensiamo che militari e governo si vedano costretti oggi a "sapere", e a far finta di non aver mai saputo, ciò che avrebbero continuato a ignorare se non fossero morti i "nostri ragazzi". Consigliamo quindi di prendere per quello che valgono la virtuosa indignazione di questi giorni contro i proiettili all'uranio e le conseguenti richieste di bandirli. Questo sdegno e queste richieste, mai avanzate durante i giorni del Kosovo quando erano ben noti il loro impiego e i loro effetti in quella dell'Iraq, fanno parte della sceneggiata volta a rassicurare l'opinione pubblica ("i governi e l’UE si stanno muovendo") in attesa di archiviare la pratica con una dichiarazione di non luogo a procedere per "non provata" nocività.
La risposta della Nato è stata piuttosto arrogante "Sono armi legali di cui nessuna legge internazionale impone la messa al bando." (il manifesto , 05-01-2000). Ma poteva forse essere diversa? Gli interessi in gioco sono molto alti e l’Alleanza atlantica non è disposta a cedere.
Di questi giorni è inoltre la notizia dei numerosi voli di esercitazione di aerei americani sui cieli italiani. Voli che hanno rischiato di provocare un’altra Ustica, vale a dire una collisione con aerei civili. La sottomissione della borghesia e del governo italiano al padrone americano si evidenzia per l’ennesima volta. Non sarà certo la classe dominante di questo paese che potrà assumere una politica indipendente da Washington!
E dopo l’Uranio Impoverito?
Anche sull’UI, la Nato cercherà di mettere tutto a tacere, forse attraverso una commissione di esperti (pagati dai governi e dalle industrie di armamenti) che dichiarerà che tutto l’allarme di questi giorni è del tutto fuori luogo.
Ma anche se l’UI venisse messo fuorilegge, i problemi sarebbero forse risolti? L’aggressione Nato alla Jugoslavia non era certo da sostenere, anche nel caso che si fosse usato più "fair play", ad esempio con proiettili di piombo. Le armi convenzionali hanno raggiunto un potere distruttivo incredibile, anche senza elementi radioattivi nei proiettili. La ricerca poi nel campo degli armamenti compie passi da gigante, ben presto si inventerebbero nuovi strumenti di guerra ancor più micidiali. La storia delle guerre è piena di dichiarazioni ipocrite e altisonanti contro le armi "sleali" e "non convenzionali". A partire dalla Prima guerra mondiale si sono moltiplicate le "dichiarazioni di principio" contro questa o quell’arma, dai gas tossici, alle mine antiuomo, alle armi batteriologiche e chimiche, alle stesse armi nucleari. Ci sarebbe da ridere, se non fosse una tragedia, a sentire chi parla di proibire le armi "illecite". Accettare questa impostazione significa aprire un nuovo credito di fiducia ai governi e ai militari: non è sufficiente quanto abbiamo appreso fin’ora per trarre la conclusione che nessuna promessa, nessuna messa al bando può "umanizzare" le politiche imperialiste?
Il Prc, in particolare attraverso Liberazione, ha fatto un valido lavoro di denuncia sulla questione dell’uranio, ma le conclusioni politiche di questa campagna sono drammaticamente inadeguate. Che senso ha di fronte a un simile scandalo lanciare una petizione per la messa al bando delle armi all’uranio impoverito? A cosa servirono negli anni ’50 i milioni di firme raccolti contro la bomba atomica? Qualcuno pensa seriamente che i governi o i vertici miltiari si lasceranno impressionare da una simile opposizione?
Si aggiunga che anche quanto emerso sull’UI non è che una minima parte dei crimini di guerra del capitalismo. Il confine tra armi convenzionali e non convenzionali viene varcato con la massima disinvoltura. Per un centesimo di verità che emergono sull’UI ce ne sono 99 che vengono tenuti nascosti alla "pubblica opinione". Quanti anni dovremo aspettare per sapere la verità sulle bombe al fosforo usate in Irak, tanto per fare un solo esempio?
E sempre in tema di segreti militari, è bene ricordare che il segreto militare e diplomatico copre gran parte delle clausole dell’Alleanza atlantica (così come di tutti i trattati internazionali): uso delle basi in Italia, condizioni operative e politiche di impiego delle truppe, presenza di armamenti nucleari, ecc. Quello contro cui dobbiamo lottare non è solo l’utilizzo di armi nucleari, chimiche o batteriologiche, ma contro ogni guerra imperialista, e contro le classi dominanti e le loro istituzioni che le scatenano.
La guerra del Kosovo è stata scatenata per il controllo dei Balcani. Dopo venti mesi dalla sua fine, il Kosovo è stato "liberato", il "terribile" Milosevic non è più al potere, ma quest’area dell’Europa è più instabile di prima. Con la differenza che gli Usa e le altre potenze occidentali sono intrappolate in Kosovo (come lo sono da sei anni in Bosnia) col pericolo che se si ritirassero nuovi conflitti potrebbero esplodere. Una pace caratterizzata dal terrore e dalla miseria.
D’altra parte il generale prussiano Von Clausewitz spiegò due secoli fa che "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi". Come ci opponiamo alle politiche economiche dei governi Usa o europei, quando attaccano la classe lavoratrice e lo stato sociale, così dobbiamo opporci alla politica militare condotta dalle stesse classi dominanti.
In quest’ottica lo scioglimento della Nato, e in prima istanza l’uscita dell’Italia da essa e la pubblicazione di tutte le clausole del trattato di alleanza tenute segrete, è una proposta che deve stare in testa alle rivendicazioni dei giovani e dei lavoratori che si stanno mobilitando in questi giorni.
Ma all’uscita dell’Italia della Nato non si può contrapporre "una forza di difesa europea" (che tra l’altro sarà effettivamente operativa fra non molto) o, come ha spiegato il segretario del Prc, Bertinotti, "un nuovo ruolo dell’Europa". L’unico ruolo di questa Unione Europea consiste infatti nel difendere gli interessi della borghesia del continente, che l’Unione ha voluto e costruito. E gli interessi della borghesia tedesca, ad esempio, sono stati determinanti nella divisione su linee etniche della Jugoslavia. L’esercito tedesco (o francese o italiano) non si farebbe alcuno scrupolo ad usare armi "illegali", se ne fosse in possesso: è ancora vivo il ricordo fra le popolazioni polinesiane degli esperimenti nucleari francesi a Mururoa.
Non ci sono eserciti buoni, o che potrebbero diventarlo, di nazioni "democratiche" (ma pur sempre capitaliste) da lanciare contro il diavolo americano e il suo aiutante britannico. Ci sono da evidenziare interessi di classe diversi, tra gli oppressi, i lavoratori che vengono bombardati o che vengono mandati in guerra e gli oppressori che ci usano come pedine in un mortale gioco di scacchi.
All’interno dell’Esercito dobbiamo lottare per pieni diritti democratici per i soldati, perché commissioni elette da essi stessi possano controllare tutti gli armamenti e le sostanze con cui possano venire a contatto. Rivendicare l’eleggibilità e revocabilità degli ufficiali a qualsiasi livello e l’abolizione del Codice Penale Militare e del segreto di Stato. Tutto questo si deve collegare all’opposizione al processo di professionalizzazione dell’Esercito, che diverrebbe così molto più utilizzabile dalla borghesia per scopi reazionari sia all’estero che in patria.
Questo sistema economico e sociale sta diventando una vera fabbrica degli orrori. La vicenda dell’uranio impoverito mostra come la classe dominante non si fermi davanti a nulla quando sono in gioco i suoi interessi fondamentali: le vite distrutte, i popoli ridotti alla disperazione, le distruzioni ambientali, l’ipocrisia e i fiumi di menzogne che vengono spesi per mantenere i popoli nell’ignoranza sulle eroiche gesta dell’imperialismo: tutto questo può e deve suscitare uno sdegno e una rabbia che è nostro dovere raccogliere e alimentare. La lotta contro la guerra e contro l’imperialismo può ridiventare, come nel 1915-18, come con la guerra del Vietnam, una leva per portare davanti a milioni di persone la necessità ormai drammaticamente urgente della trasformazione rivoluzionaria del mondo intero.