FalceMartello n° 143 * 5-12-2000

Ima: per una svolta che abbandoni la concertazione

BOLOGNA - Dopo 15 mesi d’accordo transitorio, e due e mezzo di trattative, la direzione dell’IMA ha ottenuto un ulteriore strumento per superare le proprie carenze organizzative a spese dei lavoratori. L’accordo sul terzo turno notturno per l’officina, da attivare in caso di picchi produttivi, consentirà loro di aumentare i profitti, evitando nuove assunzioni e l’acquisto di macchinari.

La direzione aziendale ha convinto la maggioranza della Rsu che, solo sfruttando i macchinari fino a 20 ore il giorno, si sarebbe potuta mantenere la quota del 15% della produzione all’interno dell’azienda (l’85% è esternalizzato da anni). Le fondamenta di tali promesse sono risibili: la stessa direzione aziendale ha dichiarato più volte che i piani produttivi hanno una visibilità di 45 giorni.

In questi mesi è emerso con chiarezza che parole d’ordine aziendali quali il massimo sfruttamento degli impianti e l’invito ad uscire da vecchie rigidità come l’orario di lavoro fisso, sono concetti che hanno fatto breccia nella stessa Rsu, così come l’idea che l’organizzazione del lavoro sia un fatto d’esclusiva competenza aziendale. Su queste basi, ogni volta che si presenta un problema produttivo, l’azienda ha gioco facile a mettere in campo le risorse e le misure a lei più convenienti.

Ma, si obietterà, cosa può fare la Rsu, quando i padroni si avvalgono di concessioni portate dalla contrattazione nazionale e molti lavoratori, dal canto loro, danno la propria disponibilità al terzo turno, così come hanno assecondato, in passato, molte altre pressioni da parte dell’azienda?

Non inganniamoci: quest’arrendevolezza da parte dei lavoratori nasce da fattori concreti. L’arroganza esibita dalla direzione aziendale, in parte edulcorata al tavolo delle trattative, ha mostrato ai delegati che la controparte si sentiva padrona della situazione. I lavoratori che potevano aderire alle richieste aziendali erano già stati contattati singolarmente. Del resto, gli aumenti "ad personam" e i passaggi di categoria concessi unilateralmente dall’azienda sono la regola in IMA e portano ad aumenti salariali certi, mentre il premio di risultato del contratto aziendale, i passaggi di categoria e le valutazioni professionali sostenuti dalla Rsu possono portare anche a cospicui aumenti salariali, ma sono legati a parametri che il lavoratore non può controllare. Non ha senso accusare in blocco i lavoratori d’opportunismo quando, sul fattore decisivo del salario, la Rsu è oggettivamente indebolita dalla contrattazione nazionale e soggettivamente accetta un comportamento aziendale puramente discrezionale.

Fin dal maggio 1999 (quando fu definito l’accordo transitorio per il terzo turno), furono proprio i lavoratori dell’officina a mostrarsi maggiormente critici di fronte alle promesse aziendali. Molti erano scettici sul fatto che l’adesione al terzo turno potesse essere veramente volontaria, sapendo bene che nessuno avrebbe potuto garantirli dalle possibili ricadute negative di un rifiuto. La richiesta aziendale di estendere l’orario di formazione dalle 9 alle 18 era giustamente vista come un modo di ottimizzare la produzione e non di garantire una migliore formazione. L’accordo transitorio non accolse nessuna delle indicazioni emerse tra i lavoratori.

L’accordo scadeva il 31 agosto del 2000. Al rientro dalle ferie la Rsu, di fronte alla richiesta di proroga a fine novembre espresse a maggioranza un orientamento favorevole. Solo di fronte all’assemblea con i lavoratori dell’officina vennero a galla i problemi di 15 mesi di terzo turno.

Ogni dubbio di allora si è dimostrato fondato. La Rsu avrebbe dovuto pretendere quantomeno la soddisfazione delle giuste richieste dei lavoratori: riduzione della durata del turno; aumento dell’indennità; preavviso di almeno due settimane, mentre in passato è stato anche solo di un giorno; presenza dei reparti di supporto alle macchine utensili e di un capoturno, anche per motivi di sicurezza; soppressione del cosiddetto orario formativo 9-18; possibilità reale del cambio di turno e del godimento delle ferie.

Nonostante esistessero dei margini per strappare conquiste sulla base dell’urgenza dimostrata dalla direzione aziendale, la maggioranza dei delegati era pronta a sottoscrivere la proposta aziendale e a presentare l’accordo ai lavoratori senza porlo in votazione (!), un atteggiamento che i lavoratori non erano disposti ad accettare e che ha costretto una parte dei delegati ad esprimere apertamente il proprio dissenso sul metodo e sugli esiti della trattativa.

La risicata approvazione dell’accordo (14 favorevoli, 12 contrari, 10 astenuti e 10 non votanti) è stata sostenuta, dai delegati favorevoli all’accordo, sulla base dell’impossibilità di raggiungere un risultato diverso, non sapendo quali mezzi mettere in campo per ottenere le condizioni richieste dai lavoratori!

Tutto ciò dimostra fino a che punto otto anni di politica concertativa, sponsorizzata dalle direzioni sindacali, abbiano sottoposto le Rsu ad enormi pressioni perché si facessero carico delle compatibilità aziendali. Molti delegati hanno assimilato, per convinzione o per quieto vivere, una visione distorta del proprio ruolo. Il delegato come rappresentante delle posizioni degli apparati sindacali verso i lavoratori; la Rsu ridotta ad una sorta d’organismo amministrativo con delega triennale in bianco, abilitata a trattare con l’azienda e concludere accordi senza sentire l’obbligo di rendere conto ai lavoratori del proprio operato.

Questo a costo di screditare progressivamente le Rsu agli occhi dei lavoratori, indebolendole e lasciando al padronato territori sterminati da conquistare. Il risultato è il peggioramento costante delle condizioni di lavoro. Una svolta s’impone!

Davide Bacchelli

(delegato Rsu Fiom – Cgil IMA

a titolo personale)


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