Chi vince alla Zanussi?
In estate, la sonora bocciatura da parte dei dipendenti Zanussi della proposta d’intesa contrattuale aveva suscitato grande entusiasmo fra i settori più combattivi della sinistra politica e sindacale: con quel voto migliaia di lavoratori avevano esplicitato la loro disponibilità a rimettere in discussione l’intero impianto di quella codeterminazione che proprio in Zanussi era stata spacciata, con la complicità sindacale, come la nuova frontiera delle relazioni fra impresa e sindacato. Dopo quattro mesi di trattativa è stato firmato un nuovo accordo che andrà al voto proprio nei giorni in cui scriviamo. Le "nuove" intese sulla flessibilità (così la definisce il "Sole 24 ore") viene unanimemente salutata con entusiasmo, che a nostro avviso non può essere condiviso.
di Gabriele Donato
Punto centrale del nuovo accordo è l’estensione, al posto del famigerato lavoro a chiamata, del part-time ciclico verticale, già utilizzato presso lo stabilimento di Porcia. In parole povere si tratta della possibilità per l’impresa di assumere, a tempo indeterminato, personale da impiegare esclusivamente nei periodi dell’anno caratterizzati dai picchi di produzione legati alla stagionalità del prodotto. Viene inoltre introdotta: la possibilità, da parte dell’impresa, di richiamare il dipendente, dopo i suoi 5 o 6 mesi d’impiego annuale, per ore di lavoro supplementare, su base volontaria. Ci domandiamo: in presenza di bassi salari e di un lavoro precario non è forse evidente che i lavoratori "ciclici" lasciati nel proprio isolamento saranno costretti comunque ad accettare le richieste aziendali? La "volontarietà" diventa qui solo una foglia di fico che nasconde il ricatto salariale e la discrezionalità dell’azienda nel prescegliere i "fortunati" che potranno lavorare un maggior numero di giornate.
Un accordo "federalista"?
C’è poi il capitolo legato agli aumenti retributivi: per quanto riguarda il 2000, si prevede un incremento una tantum limitato alla cifra di 200mila lire, che dopo mesi e mesi di contrattazione rappresenta una ben magra soddisfazione. Per il triennio successivo, poi, l’intesa accorda a regime (alla fine cioè, del 2003) un aumento annuale di 1.450.000 lire: l’aspetto significativo è che si tratta di un aumento del cosiddetto salario variabile, già consistente per i dipendenti Zanussi. Parte importante delle loro buste-paga, infatti, già prima dipendeva da premi di risultato, distribuiti fra vari capitoli: produttività, qualità e redditività; gli aumenti concordati a novembre vengono ulteriormente legati e al raggiungimento dei volumi produttivi, da conseguire tramite l’utilizzo della flessibilità (straordinari, part-time, modifiche dei calendari etc.) e all’andamento dei bilanci del Gruppo e dei singoli stabilimenti (il che significa subordinazione della dinamica degli aumenti a quella degli utili). Parte dei premi vengono accordati anche sulla base degli aumenti di produttività: la novità è che essi verranno concordati a livello di stabilimento e non, come prima, a livello centrale. La logica dell’accordo, definito "federalista" dal responsabile della Fiom Castagna, comporta rischi piuttosto evidenti: il pericolo che intravediamo è che i vari stabilimenti inizino a farsi la guerra dell’efficienza pur di conquistarsi la fiducia di un Gruppo che un giorno sì e uno no minaccia di trasferire le proprie sedi in giro per il mondo (già oggi è presente, oltre che in Italia e in Svezia, dal Canada all’Ungheria, dalla Finlandia agli Stati Uniti).
Questi non sono gli unici problemi: per quanto riguarda i periodi smisuratamente lunghi di addestramento a basso salario previsti per i neo-assunti, essi dovrebbero scomparire solo nel 2004, data alla quale ci si avvicinerà con miglioramenti graduali nell’assegnazione dei premi di risultato, prima preclusi Verrà inoltre costituita l’ennesima commissione paritetica (composta da 12 membri esterni) la quale avrà il compito di studiare e proporre un aggiornamento del modello partecipativo che, sempre secondo Castagna, "per molti aspetti è uno strumento valido, per molti altri non lo è". La diplomazia del responsabile Fiom tuttavia non può nascondere che, per i dipendenti Zanussi, l’esperimento della cogestione è stato un fallimento: la pratica delle commissioni paritetiche, infatti, in auge dalla fine degli anni ’80, ha contribuito al progressivo inaridimento della vita sindacale, delegando a gruppi di esperti la trattazione di problemi espropriati alla contrattazione vera e propria. L’esito è stato che il sindacato troppo spesso si è limitato a funzionare da megafono presso i lavoratori delle decisioni aziendali.
Per queste ragioni ci permettiamo di non condividere il "vivo apprezzamento" con il quale, anche all’interno del Prc, oltre che della sinistra sindacale, è stato accolto l’accordo: non ci soffermiamo su quello che si poteva fare e non s’è fatto (possibile che chi ha gestito le trattative in tanti mesi non abbia sentito l’esigenza di convocare nemmeno uno sciopero di tutto il Gruppo?), ma quello di cui siamo convinti è che il patrimonio di conflittualità espresso dal referendum del luglio andava valorizzato meglio. I dipendenti Zanussi da soli non avrebbero potuto invertire la direzione della corsa sfrenata verso la precarizzazione, ma una lotta aperta avrebbe avuto un enorme significato, in quanto avrebbe potuto scatenare una serie di reazioni a catena in altre realtà e, soprattutto, avrebbe potuto formare alla scuola della conflittualità una generazione completamente nuova di attivisti: di essi si sente un gran bisogno, soprattutto in un Gruppo i cui delegati avevano a maggioranza approvato l’accordo precedente e che, nonostante il loro mandato sia scaduto a settembre e nonostante la maggioranza di essi sia stata nominata e non eletta, hanno approvato quasi all’unanimità quello attuale.