Contratto metalmeccanici
Rompiamo la concertazione
e ripartiamo dalle lotte !
Scade a fine anno contratto dei metalmeccanici. Federmeccanica ha già fatto sapere di non voler sentir parlare di aumenti salariali se non legati alla produttività, con l'evidente obbiettivo di snaturare e demolire il più possibile il contratto nazionale. Non solo, la campagna di denigrazione e intimidazione nei confronti della Fiom e dei suoi militanti suona come un passo decisivo nella direzione di voler schiacciare i lavoratori, reprimendone l'organizzazione storicamente più rappresentativa. L'accusa di "terrorismo" rivolta alla Fiom dal padrone della Zanussi perché si è opposta al contratto aziendale, il divieto della SKF di Pinerolo di far partecipare all'assemblea di fabbrica il segretario provinciale della Fiom per lo stesso motivo, il licenziamento alla Fiat di Pratola Serra (AV) di due delegati perché promotori di uno sciopero sono segnali da questo punto di vista inequivocabili.
Paolo Brini (delegato Fiom-Cgil Smalti Modena)
Quello che i padroni temono dalla Fiom sono i delegati e gli attivisti più combattivi che sotto la pressione dei lavoratori, esasperati da anni di cedimenti, potrebbero costituire un ostacolo a una nuova trattativa al ribasso.
Purtroppo a tutt'oggi la risposta dei vertici sindacali a questa crescente arroganza padronale risulta alquanto timida. Anziché buttare a mare la concertazione che ha legato i lavoratori mani e piedi per un decennio, i dirigenti sindacali a cominciare da Sabattini non fanno che affannarsi nel rincorrere i padroni per spiegare loro quanto sia bella e utile la concertazione. La borghesia sa perfettamente che la concertazione le è stata molto utile in questi anni, ma ora vuole di più, a cominciare da questo contratto. La pace sociale ha solo fatto aumentare i profitti dei padroni sulla nostra pelle di lavoratori, aumentando lo sfruttamento e peggiorando le condizioni di lavoro. Queste regole non possono essere le nostre; non è porgendo l'altra guancia ma solo lottando che possiamo fermare l'offensiva dei padroni.
Le divisioni tra Fiom e Fim-Uilm
L'intransigenza di Federmeccanica ha cristallizzato anche nei metalmeccanici il processo di divisione in atto da diversi mesi all'interno del sindacalismo confederale tra la Cgil da un lato e Cisl e Uil dall'altro. Se la richiesta di aumento proposta dalla Fiom è modesta, quella di Fim e Uilm rende palese la vera e propria capitolazione di questi dirigenti agli interessi delle imprese. Naturalmente la questione non è semplicemente di percentuali (che pure hanno la loro importanza) ma del significato politico che ha la loro proposta. Fim e Uilm stanno cercando in tutti i modi di assecondare il desiderio dei padroni di smantellare il contratto nazionale, lasciando tutto nelle mani di quello aziendale (che viene svolto solo nel 30,2% delle aziende e spesso con risultati peggiorativi) nel chiaro intento di frantumare e dunque indebolire i lavoratori. Tuttavia anche in questo caso il comportamento della Fiom risulta essere alquanto ambiguo. Nell'assemblea svoltasi a Rimini il 16 e 17 novembre, se da un lato si è giustamente ribadita la critica nei confronti di chi vuole smantellare il contratto nazionale, dall'altro però si è posta come imprescindibile l’unità con Fim e Uilm a qualsiasi costo. Ciò non potrà che significare un ennesimo accordo al ribasso e dunque un ulteriore distacco tra sindacato e lavoratori. Naturalmente l’unità sindacale è auspicabile, ma l'esperienza di questi ultimi mesi ci dimostra come non è un’unità formale dei vertici che può dare forza ai lavoratori. I contratti bidone respinti alla Zanussi e alla Telecom dimostrano come i lavoratori non siano più disposti a subire passivamente altri accordi del genere, ma vogliano sentir parlare di rivendicazioni che migliorino senza equivoci né ambiguità le proprie condizioni. È proprio attraverso i contenuti e il diretto coinvolgimento dei lavoratori che si deve creare quell’unità alla base e dunque quella forza necessaria per conquistare un contratto non solo favorevole ma di vera e propria svolta. Questo è ciò che dalle fabbriche si chiede con sempre più insistenza, ed è per questo che il primo passo nell'affrontare questo contratto deve essere l'immediata rottura della concertazione.
Per un contratto di svolta
Anche all’assemblea di Rimini la sinistra sindacale ha perso un’occasione per distinguersi, votando in parte a favore, in parte astenendosi.
Da un lato va detto che anche se gli accordi di luglio in questa tornata prevedono una discussione solo sulla parte economica, non possiamo accettare che non si parli di diritti, flessibilità e condizioni di lavoro, se non fosse altro perché continuano tutti i giorni a muorire operai sui posti di lavoro. Dall’altro se la discussione deve vertere anzi tutto sul salario, che almeno sia una discussione su una rivendicazione adeguata alle reali necessità.
Il 5,5% (quantificato in 160mila lire dalla Fiom) d’aumento per il prossimo biennio non corrisponde alle reali necessità dei lavoratori. Ci si fida cecamente delle previsioni del governo (che poco ha azzeccato in questi anni) che vedono un inflazione per il 2001 del 1,7% e del 1,2% per il 2002. La Banca d’Italia, non certo famosa perché simpatizzante dei metalmeccanici, fa un’altra previsione, 5% nell’arco dei prossimi due anni.
Nel dubbio non è più saggio tener presente quello che dice Banca d’Italia?
Perché non parliamo dell’aumento della produzione industriale che c’è stata in questi anni? Solo quest’anno è stata del 5,5%, mentre il 79,6% delle aziende ha chiuso il 1999 con un utile. Dove sono finiti i profitti derivati da questo aumento? E non ci si venga a dire che gli aumenti sono finiti nei contratti integrativi, vista la cifra ridicola di lavoratori che ne usufruisce.
É necessario non solo che si prepari una piattaforma veramente incisiva, ma anche che venga sottoposta ai lavoratori non con un voto consultivo ma con la possibilità di discuterla approfonditamente e emendarla.
Dobbiamo rivendicare aumenti del 10%, partendo però dalla considerazione che per i livelli più bassi deve essere garantito un salario di almeno 1.700.000 lire. Dobbiamo rivendicare la fine dell’utilizzo dei contratti interinali e chiedere l’assunzione a tempo indeterminato di questi lavoratori come di quelli assunti con contratto a tempo determinato anche attraverso la riduzione d’orario. La flessibilità è uno strumento dei padroni per dividere i lavoratori e abbassare i salari. Ruolo giocato anche dal ciclo continuo, lavoro notturno e festivo usati sempre più in modo indiscriminato, dei quali dobbiamo rivendicare una drastica riduzione.
Dobbiamo infine passare dalle parole ai fatti nel lanciare una battaglia per l’applicazione dello statuto dei lavoratori alle aziende sotto i 15 dipendenti. Il contratto può essere una prima occasione, non si può continuare a considerare questa come materia di discussione per seminari o raccolte di firme. Almeno questo ci sembrava di aver capito dai nostri dirigenti durante la campagna contro il referendum sulla libertà di licenziamento dell’anno scorso.