Telecom
Ai padroni miliardi di utili
Ai lavoratori cassa integrazione!
Il 28 marzo scorso è stato raggiunto l’accordo tra Telecom e sindacati sul futuro di 13mila lavoratori. L’accordo sottoscritto è solo l’ultimo di un processo che ha portato i lavoratori della Telecom dai 97mila del 1994 agli attuali 76mila che diventeranno 65mila alla fine di questa "riorganizzazione". Sette mesi è durata la trattativa che ha partorito questo accordo, sette mesi in cui i lavoratori Telecom non sono mai stati interpellati, o informati sullo stato della vertenza e delle proposte che andavano a profilarsi.
di Paolo Grassi
La vicenda Telecom non è importante solo perché prevede l’uscita di 13mila lavoratori da un azienda in espansione e in un contesto economico del paese favorevole, l’accordo ha una importanza per tutti i lavoratori del settore perché traccia le linee guida del contratto unico della categoria delle telecomunicazioni.
Inoltre ha un’importanza generale perché fa emergere il forte dissenso dei lavoratori verso l’ennesimo accordo portato avanti dai dirigenti sindacali che ancora una volta hanno mostrato di disinteressarsi di quali sono le reali esigenze dei lavoratori.
Molta enfasi è stata data dai vertici sindacali all’accordo raggiunto, hanno insistito molto nel dire che la linea di Colaninno (amministratore delegato della Telecom) è stata respinta, ricordando che quando la Telecom rese pubblico il piano di ristrutturazione lo aveva definito non contrattabile con il sindacato. Accordo, a loro dire, positivo perché si sarebbe trovata una soluzione equilibrata negli esuberi, perché si sono salvati posti di lavoro grazie a strumenti come corsi di formazione e contratti di solidarietà, e soprattutto perché l’azienda assumerà 6.200 lavoratori nel prossimo futuro.
Viene spontaneo chiedersi allora perché i lavoratori hanno bocciato in maggioranza l’accordo.
Dietro alle parole trionfalistiche dei vertici sindacali in verità si nasconde una vera e propria resa incondizionata a spese dei lavoratori in un contesto dove la Telecom consolida un utile netto (i profitti) nel 1999 di oltre 5mila miliardi, e dove gli azionisti vedono raddoppiare la rendita delle loro azioni.
L’accordo prevede dimissioni incentivate per chi è prossimo alla pensione, (3mila lavoratori), mobilità per 5.300, 2.200 in cassa integrazione (senza rotazione), mentre per altri 5.200 lavoratori saranno utilizzati strumenti come i contratti di solidarietà, mobilità interaziendale (cioè il trasferimento di lavoratori da settori poco "dinamici" a settori in crescita) e forme di part-time in uscita (quello che faceva prima un lavoratore in 8 ore, ora lo faranno due in 4 ore). Sparisce la quattordicesima e viene abbassato il tetto di malattia coperta al 100% e i giorni di ferie maturati in un anno passano da 26 a 24. Se questa è una vittoria ci domandiamo cosa significa la parola sconfitta.
Solo con la cassa integrazione, la mobilità e i prepensionamenti Colaninno riverserà oltre 1.000 miliardi sulle spalle della collettività, solo con i contratti di solidarietà risparmierà il 10% di salario da versare ai lavoratori (si parla di 5/600 lavoratori interessati da questi contratti), per non parlare dei 6.200 nuovi assunti, i quali a secondo della regione in cui verranno impiegati con contratti di apprendistato, tempo determinato e patti territoriali arriveranno a percepire fino al 40-50% in meno di salario rispetto ai loro compagni di lavoro.
Ma questa volta la ristrutturazione non sta passando in silenzio. Il NO all’accordo, difeso da Flmu e Cobas, ha raccolto il 70% dei consensi a livello nazionale. A Brescia l’80% ha detto NO, in Campania e Torino si è arrivati a quota 95%, mentre in Friuli e a Firenze si è toccati rispettivamente l’88% e l’85%.
Una bocciatura senza appello per i vertici sindacali e la loro linea di cogestione dei "piani industriali".
Ma votare contro l’accordo non è sufficiente, abbiamo bisogno di una piattaforma che realmente possa rispondere alle necessita dei lavoratori. Non bisogna farsi illusioni sul fatto che i dirigenti della Cgil, prendendo atto del risultato, hanno chiesto a Cisl e Uil di ridiscutere l’accordo sottoscritto.
Rivendicazioni come riduzione d’orario a parità di salario, aumenti salariali dignitosi per tutti, opposizione alla flessibilità in qualsiasi forma ci venga presentata sono rivendicazioni vitali per incominciare a costruire una piattaforma aggressiva che sia all’altezza dell’attacco a cui siamo sottoposti.
Come comunisti dobbiamo anche spiegare che queste rivendicazioni, le uniche che realmente possono essere un’alternativa ai piani ristrutturativi
dell’azienda, devono per forza di cose essere collegate a una rivendicazione più generale come
la ri-nazionalizzazione della Telecom.
Nonostante il gran numero di lavoratori che se ne sono andati dalla Telecom in questi anni, nonostante i vertiginosi utili, continua e continuerà l’emorragia di posti di lavoro perché l’azienda riesce a crescere esclusivamente riducendo il personale e aumentando i carichi di lavoro di chi rimane.
Nelle liste di chi è già stato espulso dalla Telecom, e quelli che si apprestano ad esserlo, vediamo tecnici, ingegneri, lavoratori con vent’anni di esperienza, nessuno viene risparmiato. Una generazione di lavoratori, con mutuo da pagare, figli da mandare a scuola, viene falciata in ogni ristrutturazione. Troppo giovani per andare in pensione, troppo vecchi per rimanere appetibili alle aziende, che possono usufruire di moltissimi contratti precari per i più giovani.
Hanno fatto credere che la privatizzazione della Telecom significasse benefici per tutti i consumatori con la favola dell’azionariato diffuso. Sono bastati pochi mesi per far emergere la verità. La Telecom privatizzata nel 1997, e difatto controllata dalla Fiat, ha visto la scalata di Colaninno nel 1998, che si è indebitato fino al collo grazie alla copertura del governo D’Alema. Ora per fare quadrare i conti, per poter ripresentare la Telecom appetibile sul mercato (magari per rivenderla a pezzi) Colaninno dà un colpo ai lavoratori e un’altro ai consumatori rivendicando con arroganza anche l’aumento del canone. Oltre al danno, la beffa.
I lavoratori Telecom sono i primi interessati a un vero piano industriale, sono i primi ad avere interesse che le loro professionalità, le loro conoscenze e capacità non vengano gettate nella spazzatura. Ma quale futuro possono avere loro e i loro figli in una società dominata dalle continue ristrutturazioni frutto della logica di mercato?
La vicenda Telecom dimostra che il capitalismo non è interessato a garantire a tutti un servizio di pubblica utilità sfruttando al meglio le risorse tecniche e le capacità umane per il bene della collettività. Il capitalismo è interessato esclusivamente al profitto da raggiungere a qualsiasi costo, gettando nell’incertezza migliaia di famiglie, mentre fa migliaia di miliardi di utili e preparandosi a nuove significative ristrutturazioni appena troverà nuove strade per accrescere i propri profitti.
La Telecom è un’azienda che in questi decenni è stata pagata con i soldi della collettività e con il sudore dei lavoratori. Se i padroni non sono in grado di capirlo, devono essere espropriati dal diritto di poter decidere del nostro futuro e dei nostri interessi.