FalceMartello n° 142 * 19-10-2000

La rabbia palestinese esplode in una nuova Intifada

Gli argini si sono rotti. La provocatoria passeggiata, nei luoghi di Gerusalemme sacri ai musulmani, del leader del Likud (il principale partito della destra israeliana) Ariel Sharon, ha innescato la rivolta della popolazione palestinese nei territori dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), nei territori occupati e all’interno d’Israele. Ovviamente, l’episodio della passeggiata in sé non è più grave delle dichiarazioni d’agosto del rabbino Yossef secondo cui gli arabi sarebbero dei serpenti e come tali andrebbero schiacciati, o di mille altri episodi accaduti in questi ultimi mesi in Israele o nei Territori.

Sharon ha scelto bene l’oggetto della sua provocazione: già nel 1990 e nel 1996 la Spianata delle moschee era stato l’elemento scatenante di due rivolte represse nel sangue. Tuttavia, l’esplosione di questa rivolta parte da cause più profonde. La condotta dell’esercito e della polizia israeliana, responsabile della strage della Spianata delle moschee di Gerusalemme e dell’assassinio di un bimbo di 12 anni, Mohamed Al Duri, ha soltanto radicalizzato quello che rappresenta una reazione di massa all’oppressione.

La rivolta ha dimostrato la determinazione estrema dei giovani palestinesi, che stanno combattendo quasi a mani nude contro uno degli eserciti più agguerriti e addestrati del mondo.

Certo, dopo cento morti palestinesi, forse mille feriti, dopo l’uccisione di adolescenti e bambini, tutti i giornalisti e i capi di governo occidentali sono pronti a strapparsi i capelli per i tre soldati israeliani linciati a Ramallah.

Nauseante ipocrisia di chi mette sullo stesso piano la violenza disperata degli oppressi, di un popolo disperato e ingannato oltre ogni possibile misura, e la violenza a sangue freddo delle classi dominanti e dell’imperialismo, che con mezzi schiaccianti sceglie i propri bersagli e ne fa carne da macello.

Un mese fa descrivevamo come le trattative di Camp David e il tentativo di imporre la "pax americana" avevano minato gli equilibri mediorientali. Le tensioni esasperate dal braccio di ferro diplomatico, nel quadro di una prospettiva di pacificazione spartitoria su basi capitaliste, ha acuito le paure e le tensioni tra arabi ed ebrei, senza per questo riuscire a trovare velocemente una base d’accordo tra l’élite palestinese e la classe dirigente israeliana.

Barak e Arafat ne escono delegittimati, ormai incapaci di esercitare un reale controllo sulla situazione.

La crisi ha radicalmente trasformato la situazione. L’esercito israeliano ha di nuovo sottoposto allo stato d’assedio la popolazione dei Territori e delle città arabe israeliane.

Sono stati congelati tutti i rapporti economici e finanziari, bloccato il passaggio dei lavoratori palestinesi impiegati in aziende israeliane, le strade che collegano i diversi villaggi sono presidiate dall’esercito, che ha stabilito delle basi nelle vicinanze dei centri abitati. Le azioni di rappresaglia sono quotidiane. Il ricorso ai bombardamenti è sistematico. Ma una cosa deve essere chiara: la storia stessa d’Israele (ultimo esempio è la ritirata precipitosa dell’esercito d’occupazione dal Libano) dimostra che Israele non può fronteggiare un movimento di queste proporzioni solo con il ricorso alla repressione.

Alle radici della rivolta

Chiunque abbia occhi per vedere può capire facilmente le basi della rivolta: siamo di fronte al fallimento completo del "processo di pace" iniziato con gli accordi di Oslo del 1993.

Cosa hanno portato sette anni di trattativa per i palestinesi? Un aborto di Stato, senza continuità territoriale, senza risorse economiche, senz’acqua, senza capitale, in condizioni di crisi economica strutturale, dominato da un regime poliziesco al capo del quale si arricchiscono gli ex terroristi e "guerriglieri" della cerchia di Arafat.

Alcune cifre chiariscono la situazione. L’Anp ha il controllo quasi totale del territorio di Gaza, cioè una striscia di terra sovrappopolata che in sostanza non è altro che una via di mezzo tra un colossale quartiere dormitorio e un campo profughi. Dopo sette anni di "processo di pace", l’Anp "controlla" ben il 3 per cento del territorio della Cisgior-dania; il 29 per cento è sotto "controllo misto", il resto è in mano a Israele. Del resto il "controllo" dell’Anp è del tutto virtuale, come si è visto in questi giorni, e si riduce a compiti di polizia che la rendono invisa agli stessi palestinesi.

Il 90% delle fonti d’acqua è controllato dagli israeliani. 500mila coloni nei territori consumano sei volte la quantità di acqua destinata a circa 1 milione 800mila palestinesi.

Il numero di insediamenti di coloni ebrei nei territori in questi anni anziché diminuire è aumentato. Quattro minuscole enclaves, separate da territori in mano a forze ostili, veri e propri Bantustan, come è stato detto: tale è lo "Stato" di cui si dovrebbero accontentare i palestinesi.

La sinistra italiana anche in questi giorni dimostra di non aver imparato niente e continua a piagnucolare "pace! pace!". Sette anni di "processo di pace" evidentemente non sono bastati per far capire che su questa strada, apparentemente tanto "pragmatica" e "ragionevole" non c’è altro sbocco che la più sanguinosa delle guerre.

La formula "due popoli, due Stati", che era la base implicita delle trattative, è del tutto impraticabile e utopica su basi capitaliste. In primo luogo, per l’assoluta impossibilità di costruire uno Stato palestinese che abbia le minime basi di sopravvivenza. In secondo luogo perché la borghesia israeliana non è disposta a vedere un vero Stato palestinese alle proprie porte. In terzo luogo perché su queste basi il problema di Gerusalemme rimane insolubile.

Una nuova Intifada?

Si parla di una nuova Intifada, ma il movimento cui stiamo assistendo non è la semplice riedizione della rivolta del 1987. Questo movimento segna l’ingresso nella lotta da protagonisti di 1.200.000 arabi israeliani (il 18% della popolazione d’Israele) che durante l’Intifada avevano sì solidarizzato e simpatizzato con i palestinesi dei Territori, ma avevano, in prevalenza, espresso questo loro appoggio in modo passivo.

Yoel Marcus, editorialista di Ha’aretz, uno dei principali quotidiani israeliani, esprime il 6 ottobre il disorientamento di parte della classe dirigente rispetto a questo movimento: "Questa Intifada è esplosa nel luogo in cui meno l’aspettavamo: all’interno della Linea Verde. Cittadini contro cittadini. Arabi contro ebrei".

Non si era mai assistito, nei 52 anni di storia dello stato ebraico, ad una rivolta così incisiva della minoranza araba. Il nodo irrisolto dei vincoli sempre più stretti imposti dal governo israeliano alla vita quotidiana dei suoi cittadini di serie "B", è sicuramente alla base della rabbia degli arabi israeliani. Se da un lato, ai loro occhi, la prospettiva di un’unificazione con l’Anp non rappresenta un’alternativa ragionevole, in quanto le condizioni di vita della popolazione araba d’Israele è nettamente migliore, dall’altro gli arabi israeliani hanno sperimentato negli ultimi anni un drastico peggioramento delle loro condizioni.

La principale questione è rappresentata dalla terra, l’accesso all’acqua e le condizioni abitative. Sotto la pressione dell’aumento demografico per l’immigrazione dalla Russia, i governi israeliani - e Barak non rappresenta un’eccezione - hanno penalizzato pesantemente la minoranza araba. Ogni terreno edificabile, in molti casi confiscato a proprietari arabi, viene impiegato per i nuovi arrivati. Le municipalità arabe vedono restringersi i loro territori, come Um El-Fahem i cui territori comunali sono ora di 2.000 ettari, contro i 12.000 del 1948.

Gli arabi costruiscono case abusive perché non vengono loro rilasciate concessioni edilizie, per non parlare dei finanziamenti pubblici, totalmente inaccessibili agli arabi. L’attività repressiva dell’abusivismo edilizio è uno dei principali terreni di scontro fra la popolazione araba e lo Stato. Nelle tre settimane precedenti la rivolta in diverse occasioni la polizia israeliana aveva represso duramente manifestazioni di resistenza passiva della popolazione d’interi villaggi della Galilea, contro l’abbattimento di case "abusive" deciso dalle autorità. Due anni fa il villaggio di Muawyeh fu messo a ferro e fuoco dalla polizia perché gli abitanti protestavano contro la confisca di centinaia d’ettari per costruire un poligono di tiro dell’esercito. Il bilancio fu di circa 400 feriti.

Negli ultimi mesi Israele è stato teatro di notevoli tensioni sociali: la destra religiosa ha manifestato violentemente contro la condanna e l’arresto per corruzione del leader dello Shas (il partito ebreo ortodosso dei guardiani sefarditi della Torah), Arieh Deri. I camionisti hanno bloccato per giorni il paese per protestare contro l’aumento dei prezzi del carburante. In nessuno di questi casi la polizia israeliana ha mai fatto ricorso ai proiettili di gomma (con anima di piombo) che tanti morti e feriti hanno inflitto ai palestinesi. Nelle convulsioni sociali attuali l’applicazione di due pesi e due misure da parte delle autorità israeliane ha sicuramente radicalizzato lo scontro.

La disoccupazione tra gli arabi è cresciuta in modo significativo. Le promesse di Barak, nonostante la partecipazione alla maggioranza di governo dei deputati arabi alla Knesset (il parlamento), sono state tradite.

La crisi di Arafat

Nei territori dell’Anp, la formazione di organizzazioni paramilitari di vigilantes da parte dei coloni ebrei degli insediamenti e il moltiplicarsi di scontri, scorribande, agguati, rappresaglie ha consolidato un clima di guerra già durante le trattative di Camp David e nel periodo successivo. L’incapacità di rispondere alla violenza dei coloni da parte della polizia palestinese ha alimentato la crescita di Hamas, il movimento fondamentalista sciita filo-iraniano, contrario fin dal principio alle trattative di pace e dotato di un braccio armato che si è reso protagonista di numerose azioni terroristiche suicide con obiettivi in Israele. Contro Hamas, Arafat ha costruito uno stato di polizia in collaborazione con la polizia israeliana. La liberazione in questi giorni dei militanti di Hamas e della Jihad islamica arrestati nei mesi scorsi dalla polizia palestinese è la conferma dell’indebolimento di Arafat.

Stiamo assistendo ad un processo di "libanizzazione" dell’Anp, ovvero alla rinuncia del monopolio dell’esercizio della violenza da parte dello Stato, con il consolidamento di strutture armate, milizie ed eserciti "privati", che nessuna delle forze in campo è in grado di controllare.

Il campo di Arafat si spacca: i Tanzim, l’organizzazione giovanile che faceva parte integrante di Al Fatah, il partito di Arafat, non accettano più l’autorità del leader palestinese, si sono armati e hanno aderito alla guerra contro Israele. Gli stessi dirigenti di Al Fatah dichiarano di non rispondere più all’autorità di Arafat.

Il rischio di una guerra

Dopo due settimane di rivolta, le due parti tornano ad incontrarsi in Egitto. È chiaro che gli Usa stanno esercitando una pressione fortissima per giungere a un qualsiasi tipo di accordo che scongiuri il pericolo di guerra.

Se il problema si limitasse alla volontà dei partecipanti, non c’è dubbio che un accordo si raggiungerebbe. Nessuno è disposto ad andare a cuor leggero verso una nuova guerra, che avrebbe conseguenze incalcolabili.

Una guerra aperta fra Israele e i regimi arabi destabilizzerebbe non solo il Medio oriente, ma il mondo intero. Gli Usa sarebbero costretti ad appoggiare Israele e come conseguenza la fragile alleanza fra gli Usa e regimi arabi reazionari come quello saudita andrebbe in pezzi; con ogni probabilità le truppe Usa presenti in Arabia saudita e nel Golfo sarebbero costrette ad andarsene.

I regimi marci dei paesi arabi sarebbero scossi da cima a fondo, soprattutto in caso di sconfitta, e più di uno potrebbe essere rovesciato. Una guerra aperta inoltre farebbe andare alle stelle il prezzo del petrolio, con conseguenze molto serie per l’economia internazionale.

Ma tutto questo non basta a garantire che un accordo venga raggiunto. L’elemento decisivo che resta fuori dall’equazione è la rabbia dei palestinesi e la loro determinazione a non accettare più prese in giro, rinvii e manovre. E poiché Israele non è oggi disposta a concessioni di sostanza, lo spazio per un vero accordo non esiste. Sotto la pressione dell’imperialismo Usa, si può anche spingere Barak e Arafat a firmare delle belle dichiarazioni d’intenti e a risolvere aspetti marginali del conflitto, ma la sostanza resterà immutata.

Su queste basi le trattative potrebbero diventare una gigantesca trappola, uno schermo utile a Israele per consolidare l’incipiente unità nazionale tra laburisti e Likud e preparare una nuova e più massiccia ondata di repressione.

In questo contesto una ripresa del terrorismo su vasta scala, perfettamente comprensibile considerato lo stato di esasperazione e disperazione nel quale i palestinesi sono stati spinti, non farebbe che contribuire a far precipitare la situazione.

Lo scatenamento di attacchi suicidi in Israele sarebbe uno sviluppo estremamente negativo da ogni punto di vista.

Tutta la storia della lotta palestinese mostra come la tattica del terrorismo sia inutile e controproducente. Non solo non indebolisce lo Stato reazionario di Israele, ma lo rafforza. Attacchi sanguinosi e indiscriminati contro civili ebrei non farebbero altro che spingere ulteriormente la popolazione nelle braccia della reazione sciovinista.

Israele ne approfitterebbe per giustificare una nuova e più dura ondata repressiva che potrebbe portare a un’espulsione massiccia di palestinesi e a una nuova diaspora. In determinate circostanze si potrebbe persino arrivare a una pulizia etnica dei territori, con un ulteriore incancrenimento della questione nazionale palestinese.

Arafat è più che disposto, d’altra parte, a offrire uno sbocco terroristico ai giovani del-l’Intifada: per quanto sappia di giocare col fuoco, teme meno il terrorismo che non una rivolta di massa che non è in realtà in grado né di guidare, né di reprimere o controllare.

Sulla strada del terrorismo non si può giungere a nessuna vittoria. Il successo della rivoluzione può venire solo dalle azioni delle masse: questa è la lezione dell’Intifada.

La prospettiva della guerra rimane appesa a un filo: se Israele passerà nuovamente all’offensiva, sarà difficile per i regimi arabi resistere alla pressione dei loro popoli e restare a guardare. I prossimi giorni diranno da che parte pende la bilancia

Gli avvenimenti di queste settimane confermano una volta di più l’impossibilità di dare una soluzione al problema palestinese su basi capitalistiche. Solo il rovesciamento rivoluzionario dello Stato sionista da un lato, e dei regimi arabi reazionari dall’altro, può aprire la strada.

Fino a quando le risorse decisive della regione, dall’acqua al petrolio, sono in mano alla borghesia locale e all’imperialismo, non ci potrà essere né pace né convivenza tra i popoli.

Dopo quasi un decennio di strategia "pacificatrice" degli Usa il Medio oriente rimane una polveriera. Non solo la Palestina, ma l’Iran, l’Egitto, la stessa Arabia saudita, la Giordania, sono tutti regimi instabili, senza solide basi sociali e completamente incapaci di offrire una prospettiva ai loro popoli.

Se i lavoratori, tanto ebrei che arabi, sapranno trovare la strada dell’indipendenza di classe e della lotta contro le proprie borghesie, si aprirà allora il cammino verso l’unica soluzione progressista della crisi: la formazione di una federazione volontaria di Stati socialisti, che garantisca a ogni popolo il rispetto dei propri diritti nazionali.

L’alternativa è un nuovo caos sanguinoso per tutti i popoli coinvolti.

16/10/2000

 

Cronologia della rivolta

28 settembre – La polizia israeliana apre il fuoco sui manifestanti palestinesi in rivolta contro la passeggiata di Ariel Sharon nei luoghi sacri ai musulmani.

29 settembre – La rivolta si diffonde. Sette palestinesi uccisi e 220 feriti dalla repressione.

1 ottobre – La polizia palestinese spara contro l’esercito israeliano (Idf). Per rappresaglia l’Idf bombarda le sedi della polizia palestinese.

2 ottobre – Gli scontri crescono di scala. Il conto delle vittime è di 41, oltre mille i feriti.

3 ottobre – La televisione francese filma l’assassinio di un bambino palestinese di 12 anni che il padre cerca di difendere dal fuoco dell’esercito.

4 ottobre – il numero delle vittime sale a 66.

5 ottobre – fallisce la tregua annunciata per l’avvio delle trattative a Parigi.

6 ottobre – Barak lancia il piano d’isolamento dei Territori. Ogni via d’accesso a Gaza e alla Cisgiordania viene chiusa.

7 ottobre – Barak pone un ultimatum alle autorità palestinesi: fermare entro 48 ore la rivolta.

8 ottobre – La Tomba di Giuseppe a Nablus viene devastata da una folla di manifestanti arabi sotto gli occhi della polizia palestinese.

11-12 ottobre – Tre soldati israeliani vengono linciati in un posto di polizia dalla folla inferocita. L’esercito israeliano scatena un attacco missilistico contro le città dell’Anp, colpendo la radio, il quartier generale di Arafat e diversi obiettivi "militari".

16 ottobre – Ripresa delle trattative in Egitto


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